Onorevole, qual è la posizione di Italia Viva rispetto al riarmo dell’Europa?
Noi avremmo chiesto sicuramente delle modifiche rispetto al piano inizialmente presentato da Ursula von der Leyen (Rearm Europe, ndr), anche perché, per noi, l’idea è che a ogni euro in più di spesa in difesa debba corrispondere un euro speso in più destinato a cultura, istruzione e informazione, quello che abbiamo fatto col governo Renzi in Italia. Quindi, avremmo sicuramente chiesto di integrare e modificare il piano, ma anche una maggiore determinazione e puntualità del piano rispetto a quelle che sono le risorse e a come si reperiscono. È un po’ fumoso, un po’ vago, il piano von der Leyen.
Tuttavia, stretti nella scelta finale, avremmo votato a favore, ovviamente, perché pensiamo che serva comunque rafforzare, in ottica di deterrenza preventiva, il sistema di difesa europeo.
Chiaramente, noi vorremmo non utilizzarle mai quelle armi. Speriamo che siano soprattutto investimenti in tecnologia e in ricerca, ma sappiamo anche che un esercito comune, una difesa comune in Europa, sono indispensabili, soprattutto nel momento in cui gli Stati Uniti, nell’ambito NATO, annunciano con Trump un minore impegno sulla difesa in Europa, nel momento in cui abbiamo la Russia di Putin che ha invaso l’Ucraina. Al di là di tutto, noi sappiamo che l’idea di avere un esercito comune, chiaramente rafforzando il coordinamento tra i diversi paesi, era nel progetto iniziale proprio dei padri fondatori dell’Unione europea, a cominciare da De Gasperi.
Rimanendo sempre in tema di politica estera, considerando il panorama politico attuale, come vede l’unità europea?
Per noi è imprescindibile che ci sia una politica estera comune. Dal primo giorno, come gruppo di Italia Viva, chiediamo che, sulla questione “Ucraina”, l’Europa parli con una sola voce, e che ci sia un inviato speciale dell’Unione europea. Perché? Perché senza la diplomazia non si costruiranno mai le condizioni della pace e perché la guerra per noi non è lo strumento nella gestione dei rapporti, non solo in ambito europeo, ma anche in ambito internazionale. Per questo serve una diplomazia forte e, per ottenerla, c’è bisogno di una politica estera coesa. Noi lavoriamo affinché si possa arrivare presto, davvero, agli Stati Uniti d’Europa, quelli del Manifesto di Ventotene, che non piace alla presidente del Consiglio Meloni, ma a noi piace, perciò continuiamo a credere in un’Europa unita.
Passando invece alla politica interna, ritiene ci siano delle riforme che dovrebbero essere messe in atto? Può fare qualche esempio?
Avrei tantissimi esempi di riforme che dovrebbero essere realizzate, e anche di quelle che il governo Meloni ha annunciato di fare e poi ha messo in un cassetto. In alcuni casi, dico, per fortuna. Vedi la riforma che il governo Meloni chiama del “premierato”, che non ci convince né per come è stata fatta né per come è stata scritta, ma penso che non convinca neanche il governo Meloni, perché non se ne parla più in Parlamento, è stata messa in un cassetto. Se parliamo di riforme costituzionali, credo che si debba riprendere in mano il superamento del bicameralismo paritario. Ci avevamo provato nel 2016. Poi, come sappiamo, purtroppo il referendum costituzionale non ha confermato quelle riforme. Tuttavia, di fatto, il governo Meloni ha superato il bicameralismo paritario, perché va avanti a forza di fiducia, di decreti-legge.
Il Parlamento è del tutto depauperato, esautorato delle sue funzioni, senza neanche una nuova architettura costituzionale nei fatti. Quella è sicuramente una riforma che serve, che bisogna riconsiderare, non come hanno fatto con l’autonomia differenziata, ma in modo equilibrato. Infatti, bisogna anche riconsiderare il rapporto tra Stato e regioni, dove c’è troppa conflittualità, troppa confusione, tutti elementi di blocco allo sviluppo e alla crescita del Paese. Poi, sicuramente, le riforme in campo della giustizia dovrebbero essere più coraggiose, per una giustizia più giusta per tutti e con tempi più rapidi. Credo, insomma, che ci sia ancora molto lavoro da fare.


