lunedì, 22 Aprile 2024
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‘C’è ancora domani’ dà speranza a milioni di donne in tutto il mondo

Il film ‘C’è ancora domani’ di Paola Cortellesi uscito nei cinema italiani il 26 ottobre 2023 è riuscito a portare nelle sale più di 5 milioni di spettatori e a incassare più di 32 milioni di euro. La pellicola ha riscosso tanto successo non solo in Italia ma anche in diversi paesi esteri, infatti il film è stato proiettato nelle sale francesi ed è prevista la sua uscita in altri 17 paesi tra cui la Gran Bretagna e l’Irlanda ad aprile 2024 con il titolo ‘There’s still Tomorrow’.

Come riferisce The Hollywood reporter, C’è ancora domani è il film di maggior incasso in Italia ed è il favorito per il premio David di Donatello del 2024 con 19 nomination.

Paola Cortellesi, in un’intervista riportata al New York Times, ha dichiarato che con il film voleva far sì che le generazioni più giovani venissero a conoscenza della storia dei diritti delle donne in Italia, che diventassero cosciente del fatto che non sono diritti che vanno presi per scontati e che vanno difesi.

Inoltre ha aggiunto che il ruolo del marito violento è stato appositamente descritto come uomo spaventoso ma allo stesso tempo stupido, di modo che nessun ragazzo volesse emularlo. «Quando lo vedono, devono dire ‘voglio esser tutto tranne lui’, perché non ha alcun fascino» ha dichiarato la registra.

Il film inoltre ha avuto ancora più eco dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, tragedia che ha avuto una risonanza mediatica in Italia senza precedenti con tantissime persone che hanno espresso vicinanza verso la famiglia della ragazza e verso le donne vittime di violenza. A tal proposito, il film della Cortellesi ha fatto si che migliaia di donne trovassero il coraggio di condividere le loro storie e dichiarare che un tempo sono state anche loro Delia (la protagonista del film) ma che sono riuscite ad uscirne.

Elena Biaggioni, vicepresidente di D.i. Re, una rete nazionale contro la violenza contro le donne, ha dichiarato che raggiungendo un vasto pubblico il film contribuiva alla consapevolezza culturale nazionale sulla violenza domestica.

Cortellesi è riuscita, con questo film, a trattare un tema che sembra apparentemente riguardare le generazioni passate ma che è in realtà, tutt’ora, più attuale che mai. Le nuove generazioni devono esser coscienti di quello che hanno fatto i loro antenati per avere i diritti che a noi oggi appaiono, erroneamente, scontati.

Attacco iraniano contro Israele: ritorno all’“equilibrio” o preludio di un nuovo conflitto?

«Prenderemo le nostre decisioni e lo Stato di Israele farà tutto il necessario per difendersi», queste le parole, riportate da Reuters, del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in riferimento all’attacco recentemente condotto dall’Iran contro Israele.

Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, l’Iran ha effettuato un attacco di droni e missili ai danni dello Stato Ebraico. L’attacco non ha sortito effetti disastrosi per il Paese, provocando solo alcuni danni alla base aerea di Nevatim e il ferimento di un minore a causa di alcuni detriti volanti, indica la BBC. Droni e missili sono stati neutralizzati dalle forze israeliane con il supporto di varie potenze straniere, tra cui gli Stati Uniti e la Francia, nonché con l’intervento favorevole di alcuni Paesi dell’area, quali la Giordania, il Libano e l’Iraq, che hanno chiuso i rispettivi spazi aerei. Questo è quanto riportato da Le Parisien.

Il 99% dei 300 proiettili lanciati da Teheran sono stati intercettati e abbattuti, riporta la BBC, facendo riflettere sul fatto che l’offensiva non abbia colto di sorpresa Israele. L’attacco, infatti, arriva in risposta al raid aereo condotto il primo aprile da Tel Aviv contro il Consolato iraniano in Siria, che secondo Le Parisien ha provocato la morte di 16 persone, di cui sette membri del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, organizzazione paramilitare della Repubblica Islamica dell’Iran. L’attacco missilistico iraniano, quindi, appare come un tentativo di ribilanciamento dei poteri a seguito dell’offesa subita più di due settimane fa a Damasco.

Adesso il mondo intero attende una possibile reazione di Israele, che, considerando le ultime parole di Netanyahu, sembra sempre più probabile, come dichiarato anche dal Ministro degli Esteri britannico Cameron in visita a Israele, secondo quanto riportato da Reuters.

Dal canto suo, il Presidente statunitense Biden ha chiarito che gli Stati Uniti non parteciperanno a un eventuale contrattacco da parte del governo di Tel Aviv, nonostante abbia confermato “il forte impegno degli USA nei confronti della sicurezza israeliana”, riporta la BBC. Di fatto, Washington ha dichiarato la sua intenzione di incrementare le sanzioni imposte all’Iran, con un focus particolare sulla riduzione della capacità del Paese di esportare petrolio, come afferma Reuters. Allo stesso modo, anche l’Unione Europea e gli Stati del G7 sono propensi ad un inasprimento delle sanzioni. Il fine sarebbe proprio quello di dissuadere Israele dal procedere a un’effettiva rappresaglia.

L’eventualità di una controrisposta da parte di Israele genera timori sull’escalation che ne potrebbe derivare nell’area, già profondamente segnata dal conflitto israelo-palestinese in corso dal 7 ottobre scorso. Resta quindi da domandarsi se l’attacco iraniano, presumibilmente controllato e di piccole dimensioni, sia stato sufficiente a ristabilire l’“equilibrio” tra i due Paesi o se sia, al contrario, il preludio di uno scontro più aspro.

In Gran Bretagna i nati dal 2009 in poi non potranno mai più acquistare sigarette

I quindicenni di oggi saranno i maggiorenni cui sarà proibito l’acquisto di sigarette domani.

Questo è il cuore del disegno di Legge dell’Esecutivo britannico, passato in Parlamento con 383 voti favorevoli contro 67. Se dovesse diventare legge, sarebbe tra le più restrittive al mondo.

Secondo quanto riportato dalla BBC, Rishi Sunak avrebbe presentato la misura sulla falsariga di una legge entrata in vigore in Nuova Zelanda durante il Governo precedente, ma cancellata dall’attuale esecutivo nel 2023, a causa di problemi prettamente economici. 

Il nuovo disegno di legge britannico prevede che tutti i nati dal 2009 in poi, una volta maggiorenni, non possano acquistare alcun tipo di sigaretta, compresa quella elettronica. Il divieto sarà permanente, perciò anche dopo la maggiore età, l’acquisto di sigarette per queste persone sarà vietato.

Sono previste multe salate, della somma di £100, per i commercianti che vendano tabacco o sigarette elettroniche ai minorenni. Questi soldi verranno reinvestiti dalle autorità locali per l’applicazione stessa della Legge, ma il Governo ha affermato che spenderà ulteriori £30.000, da utilizzare anche per l’eliminazione del mercato nero delle sigarette. L’obiettivo di Sunak è quello di collaborare con il Galles, la Scozia e l’Irlanda del Nord, per espandere l’ancora ipotetica futura Legge in tutto il Regno Unito.

Tuttavia, diverse sono state le opposizioni alla proposta, due delle quali rappresentate dagli ex Primi Ministri Boris Johnson e Liz Truss. Quest’ultima, nel suo discorso riportato dalla BBC, ha affermato: «è molto importante proteggere le persone nel periodo della crescita, ma l’idea di proteggere gli adulti da se stessi è davvero problematica».

A coloro che hanno criticato la misura come una “privazione della libertà”, la Segretaria di Stato per la Salute e l’Assistenza Sociale, Victoria Atkins, risponde che «non esiste libertà nella dipendenza».

Si trova d’accordo anche il Segretario di Stato ombra per la Salute e l’Assistenza Sociale Wes Streeting, che afferma: «se avremo il privilegio di formare il prossimo Governo, noi Laburisti rafforzeremo tale divieto, così i giovani di oggi saranno meno inclini a fumare rispetto a quanto non lo siano a votare i Conservatori».

Nel Regno Unito, l’uso del tabacco causa 80.000 morti ogni anno, e un paziente viene ricoverato per patologie legate al fumo, quali cardiopatie, ictus e cancro ai polmoni, circa ogni minuto.

Il disegno di legge prevede anche una riduzione dei gusti disponibili delle sigarette elettroniche, così da renderle meno accattivanti agli occhi dei più giovani.

Nuova stretta del Regno Unito all’immigrazione. Il visto sempre più lontano

Dall’11 aprile 2024, il visto non sarà più l’unico strumento necessario per lavorare nel Regno Unito. Il Governo britannico ha infatti preso la decisione di aumentare la soglia del salario minimo di tutti gli stranieri che desiderano trasferirsi in Gran Bretagna e iniziare a lavorare nel paese. La manovra ha l’obiettivo di ridurre il numero di immigrati che, secondo le parole del Primo Ministro Sunak, nel 2022 è stato «sin troppo alto». Questo è quanto riportato dalla BBC.

D’ora in avanti, per poter lavorare nel paese sarà necessario avere uno stipendio minimo di £38.700 annui contro la soglia minima precedente di £26.200. Tale cambiamento rappresenta un incremento del 50%, definito dall’Ufficio dell’Interno come «il più grande taglio di sempre alla migrazione legale, mirato a proteggere i salari dei lavoratori e a privilegiare il talento britannico».

Secondo l’Economic Times, lo scorso anno la Gran Bretagna ha accolto circa 300.000 stranieri. Il quotidiano riporta le affermazioni dell’Ufficio dell’interno anglofono, secondo cui la manovra vuole «prevenire un fenomeno del genere e al contempo frenare il rimpiazzo dei collaboratori domestici con manodopera a basso costo. La migrazione di massa è insostenibile e ingiusta».

Tuttavia, la manovra non verrà applicata ai settori dell’assistenza sanitaria e sociale. Bisogna però guardare anche l’altro lato della medaglia: gli assistenti che cercano lavoro nel Regno Unito non potranno portare con loro i familiari a carico, decisione criticata dal Royal College of Nursing (RCN), il più grande sindacato e organismo professionale infermieristico al mondo. Come riportato dall’Economic Times, tale stretta avrà un impatto particolarmente significativo sui cittadini indiani, che rappresentano un’ampia percentuale della forza lavoro qualificata del Regno Unito, specialmente nel settore sanitario. Non è tutto. La BBC inserisce gli studenti indiani, insieme a quelli cinesi, tra coloro che nel 2023 hanno richiesto il maggior numero di visti per poter studiare nel paese. Dal 2024, tuttavia, anche gli studenti laureati che stanno svolgendo un master, un dottorato o un qualsivoglia percorso post-laurea, non possono portare un familiare con loro, a meno che il loro corso di studio non risulti catalogato come “programma di ricerca”. Lo scorso anno, il numero di persone che ha richiesto un visto per motivi familiari è stato molto elevato. La BBC parla di 82.395 visti rilasciati fino a settembre 2023. Attualmente, coloro che vogliono raggiungere un familiare nel Regno Unito devono avere anch’essi una soglia minima di salario piuttosto elevata (destinata ad aumentare), ragion per cui l’Esecutivo è stato accusato di ostacolare l’unione delle famiglie.

Mel Stride, Segretario di Stato per il Lavoro e le Pensioni, è tuttavia convinto che queste riforme rappresentino uno strumento per valorizzare il talento locale e mettere in luce il potenziale della forza lavoro britannica.

Chico Forti: dopo 24 anni torna in Italia

Chico Forti, pseudonimo di Enrico Forti, è un ex velista e produttore televisivo italiano. Forti, accusato dell’omicidio di Dale Pike, è da 24 anni nel carcere statale South Florida Reception Center in Florida, Stati Uniti.

Dopo aver vinto nel programma televisivo TeleMike, nel 1992 Forti si reca negli Stati Uniti per diventare imprenditore e nel mercato immobiliare. Lì metterà su famiglia. Ma il sogno americano svanisce quando nel 1998 viene arrestato con l’accusa di omicidio. La vittima, per la giustizia americana è Dale Pike, figlio di Anthony Pike, l’imprenditore da cui Forti stava per acquistare il Pikes Hotel nell’isola spagnola di Ibiza.

Secondo la ricostruzione della polizia statunitense riportata sul Corriere della Sera, Pike figlio era contrario alla vendita dell’immobile. Forti sarebbe stata l’ultima persona a vederlo in vita. Infatti, i due si incontrano il 15 febbraio del 1998 all’aeroporto di Miami. Qualche ora più tardi il giovane Pike venne ritrovato morto per due colpi di arma da fuoco alla nuca. Era stato lasciato nudo sulla spiaggia di Sewer Beach.

Forti è il primo ed unico sospettato, come riporta CBS News. Il suo numero di telefono era tra gli ultimi digitati nel cellulare della vittima. Questo unite alle bugie sul non aver incontrato la vittima dette durante l’interrogatorio e il presunto movente della compravendita dell’hotel costeranno la libertà a Chico Forti.

Nel 2000 ci sarà la definitiva condanna all’ergastolo, nonostante si sia sempre proclamato innocente. Da allora Chico Forti ha sempre ricevuto un enorme sostegno dalla politica italiana e da personaggi di spicco del Paese, come Andrea Bocelli ed Enrico Ruggeri.

Proprio l’interrogatorio avvenuto senza legale e il processo senza prove concrete sono stati altamente contestati dai sostenitori di Forti, a partire dalla famiglia. Lo zio di Chico, Gianni Forti, intervistato da Erin Moriarty, corrispondete di CBS News, ha paragonato il caso del nipote a quello di Amanda Knox. I due non avrebbero ricevuto il giusto supporto durante le indagini e il processo ed entrambi si crede siano stati “incastrati”.

Nel corso degli anni sono stati numerosi le richieste e i tentativi di estradizione. Come ricorda Rai News, tra il 2020 e il 2021 l’allora Ministro degli Esteri Di Maio aveva ottenuto il trasferimento di Chico in Italia e ne fu annunciato il rimpatrio. Si così aperta una lunga mediazione con il Governatore della Florida Ron DeSantis. Come riportato da Politico e Tampa Bay Times, il Governatore temeva per il malcontento dell’opinione pubblica statunitense. Un lungo e complesso dialogo che si è concluso a marzo di quest’anno con la telefonata del Presidente del Consiglio Meloni: “E ora ti aspettiamo in Italia, Chico”, il cui ritorno segna un vittoria politica per il Governo.

Verso le europee, Francia: i sondaggi premiano Bardella

Dopo aver superato qualche settimana fa la soglia simbolica del 30% delle intenzioni di voto alle europee del prossimo 9 giugno, la lista del Rassemblement National (RN), il partito di Marine Le Pen, continua a progredire. E riesce addirittura, a 55 giorni dalle elezioni, a battere un nuovo record. Nel nuovo sondaggio  “rolling” Ifop-Fiducial per Le Figaro, LCI e Sud Radio, pubblicato lunedì 15 aprile, il partito della fiamma raggiunge il 32,5% dei voti.

Staccata la lista di Renaissance, la coalizione macronista, guidata alle europee da Valérie Hayer, che secondo lo stesso sondaggio si ferma al 18%. Terzi, in rimonta, i socialisti guidati da Raphaël Glucksmann, che il sondaggio accredita del 12%, ma ampiamente in crescita, tanto che lo stesso Le Figaro, in un’analisi a firma di Pierre Lepelletier, ipotizza non solo un risultato che ribalti i rapporti di forza a sinistra (i socialisti in parlamento sono “junior partner” di un’alleanza guidata dalla France Insoumise di Jean-Luc Mélénchon, che però nei sondaggi per le europee non supera il 7,5/8%), ma addirittura un sorpasso ai danni della lista di Macron. Le altre formazioni, il centrodestra gaullista, la destra radicale di Reconquête! e i verdi, sono appaiati tra il 6 e l’8%, cala invece il Partito Comunista, che non supera il 3% delle intenzioni di voto.

Jordan Bardella: una carriera fulminante

La lista del Rassemblement National è guidata da Jordan Bardella, ventottenne presidente del partito erede del Front National di Jean-Marie Le Pen. Bardella è nato nel 1995 da una famiglia di origine italiana della banlieu di Parigi. La sua militanza ebbe inizio nel 2012 come volontario per la campagna presidenziale di Marine Le Pen. A partire da quel momento la carriera di Bardella, anche per via della forte crescita elettorale del partito, con Marine Le Pen al ballottaggio sia nel 2017 sia nel 2022 (sconfitta in entrambe le occasioni da Emmanuel Macron) è stata rapidissima.

A 19 anni è stato eletto consigliere regionale dell’Île-de-France. Nel 2017 fu promosso a portavoce del partito e direttore nazionale di Génération Nation, la sezione giovanile del Front National, che sarebbe diventato Rassemblement National l’anno successivo, nel 2019 fu eletto al parlamento europeo. Dal 2022, quando Marine Le Pen ha lasciato la guida del partito per dedicarsi all’attività parlamentare, è presidente del Rassemblement National.

Con i risultati preconizzati dal sondaggio, Bardella potrebbe ottenere 30 seggi (sugli 81 che spettano alla Francia) al Parlamento Europeo, contro i 22 conquistati cinque anni fa quando, seppur per pochi decimali di vantaggio sulla coalizione macronista, RN arrivò comunque in testa.

Milei verso la privatizzazione completa dell’Argentina

Sono 15.000 i lavoratori statali cui il Governo non ha rinnovato il contratto. Lo conferma Manuel Adorni, portavoce dell’esecutivo, affermando che «sono stati analizzati poco più di 70.000 contratti; di questi, 15.000 verranno interrotti», mentre «i restanti saranno rinnovati per sei mesi, e poi si continuerà con i licenziamenti». Questo quanto riportato dal quotidiano argentino Página 12.

La manovra del Governo, di stampo ultraliberista, sembra puntare il dito contro il settore pubblico, andando a privilegiare l’ambito privato nel campo dell’istruzione e non solo. Il quotidiano spagnolo El País riporta infatti l’intenzione di Milei di favorire l’istruzione privata. Tutti i genitori che iscriveranno i propri figli a scuole private riceveranno infatti dei voucher di circa 30 dollari al mese, utili per pagare in parte le spese d’istruzione. Si calcola che circa 2 milioni di studenti potranno beneficiarne.

L’istruzione statale ha invece subito dei tagli importanti, a cominciare dall’eliminazione del Fondo Nacional de Incentivo Docente (FONID), un fondo economico che lo Stato riservava alle amministrazioni provinciali come integrazione allo stipendio dei docenti. Tuttavia, con la cancellazione del fondo, i governi provinciali non riescono a coprire il disavanzo prodotto dal taglio delle somme che venivano erogate, traducendosi il tutto in un netto calo dello stipendio stesso dei docenti.

Inoltre, ai 15.000 dipendenti che hanno perso il lavoro si aggiungono i 9.000 impiegati pubblici nazionali cui non era stato rinnovato il contratto nei primi tre mesi di Governo di Milei.

La Asociación de Trabajadores del Estado (ATE), il principale sindacato dei lavoratori statali, ha organizzato diverse proteste e accusato il Governo di reprimere con la forza le opposizioni, utilizzando i fondi di cui ha privato i lavoratori per attuare una repressione contro questi ultimi. Secondo quanto afferma Rodolfo Aguilar, segretario generale di ATE, «non ci sono soldi per comprare da mangiare, né per i medicinali, ma ce ne sono per reprimere».

I lavoratori statali, sempre secondo le parole di Aguilar, riportate da El País, sono considerati dal Governo degli “ñoquis” (gnocchi). Con questo termine si indicano tutti i dipendenti fittizi, ossia quelli che si recano sul luogo di lavoro soltanto per ritirare lo stipendio, una volta al mese. Gli gnocchi vengono infatti generalmente serviti in Argentina il 29 di ogni mese, in concomitanza col giorno di paga.

Aguilar è sicuro che, di questo passo, «Milei e i suoi funzionari potrebbero rischiare di finire in prigione».

Il Regno Unito dice addio al programma Erasmus +

Gli studenti del Regno Unito non potranno più partecipare al programma di mobilità. Questa è la decisione finale presa dal Governo della Gran Bretagna, per ragioni prettamente economiche e non solo. Il diplomatico britannico Nick Leake ha infatti rivelato che l’attitudine degli studenti all’apprendimento di una lingua straniera è troppo debole, rispetto a quella di studenti di altre nazionalità, e i costi che il Governo dovrebbe sostenere sono troppo alti. Secondo il quotidiano statunitense Politico, alla Gran Bretagna sarebbe stato proposto di continuare a partecipare al programma di mobilità anche dopo la Brexit. Tuttavia, Leake ha affermato che «le condizioni di questa offerta implicherebbero una spesa da parte del Regno Unito pari a 300 milioni di euro in più all’anno, ossia 2 miliardi in più rispetto a quanto il Paese avrebbe guadagnato nel corso di 7 anni di programma». Secondo Leake, dunque, l’abbandono dell’Erasmus + è avvenuto nell’interesse di tutti i cittadini contribuenti.

Tuttavia, tale decisione non è stata ben accolta dalle organizzazioni europee e britanniche dei giovani, come il Forum Europeo della Gioventù e il British Youth Council, che hanno definito la manovra «una perdita devastante di opportunità di scambio e di istruzione per i giovani del Regno Unito e dell’Unione Europea». Questo quanto riportato da Europa Today.

Inoltre, durante un meeting del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), nel quale Leake ha partecipato in rappresentanza del Governo britannico, è stata approvata all’unanimità una proposta alla Commissione Europea di rafforzare i negoziati con il Governo britannico, per una piena reintegrazione del Regno Unito nel programma Erasmus +.

Il quotidiano Politico ricorda anche la creazione da parte della Gran Bretagna di un programma di mobilità tutto suo, venuto alla luce dopo l’uscita di quest’ultima dall’Unione Europea. Tale programma, chiamato Turing, non ha tuttavia soddisfatto le aspettative, né raggiunto quelli che erano gli obiettivi a livello economico. Il governo britannico si aspettava infatti una partecipazione di almeno 35.000 studenti, mentre nell’anno accademico 2021/2022 sono state registrate solo 20.000 partecipazioni.

Ciononostante, sembra che non tutto sia perduto. Entro la fine del 2024 sono infatti previste nuove elezioni per il Regno Unito, e le aspettative sono tutte sull’attuale partito d’opposizione, quello dei Laburisti, che avrebbero buone possibilità di vittoria secondo diversi sondaggi. Se questo dovesse accadere, la Gran Bretagna potrebbe seriamente riconsiderare l’idea di riabbracciare l’Erasmus +. D’altronde, lo stesso sindaco di Londra, il Laburista Sadiq Khan, si è espresso a favore, rilanciando la partecipazione del Paese al programma.

La Nuova Zelanda modifica i requisiti per ottenere il visto per lavoratori stranieri

A metà del 2022 in Nuova Zelanda è stato introdotto il visto per lavoratori di datori di lavoro accreditati (AEWV) per aiutare a colmare le carenze di personale dopo la pandemia.

Domenica 7 aprile, la ministra dell’immigrazione Erica Stanford ha annunciato che verranno apportati dei cambiamenti alla normativa sul visto, secondo quanto riporta The Guardian.

The Economic Times riferisce che le modifiche proposte mirano a potenziare il visto AEWV attraverso una migliore valutazione del mercato del lavoro e minimizzando la dislocazione dei lavoratori neozelandesi. 

Le principali modifiche riguardano:

  • l’inserimento di un requisito minimo di lingua inglese per i migranti che richiedono ruoli a bassa qualificazione;
  • Un criterio minimo di competenza e esperienza lavorativa;
  • Il soggiorno continuo massimo per i livelli 4 e 5 sarà ridotto da 5 a 3 anni;
  • Le imprese dovranno seguire processi di accreditamento standard per assumere lavoratori stranieri e dovranno assicurarsi che i suddetti rispettino tutti i requisiti prima di assumerli.

Queste misure sono state prese dopo che la Nuova Zelanda ha registrato un aumento consistente del flusso migratorio in entrata sin dalla fine del 2022, raggiungendo quasi un record storico con più di 173.000 cittadini non neozelandesi nel 2023.

Inoltre, Stanford ha affermato, in una dichiarazione rilasciata alla BBC, che il governo vuole concentrarsi sull’attrarre e trattenere migranti altamente qualificati come gli insegnanti delle scuole secondarie, dove c’è una carenza di competenze, e allo stesso tempo vuole assicurarsi che i neozelandesi  vengano messi in prima fila per i lavori in cui non ci sono carenze di competenze. 

Lunedì 8 aprile l’associazione degli imprenditori e dei produttori della Nuova Zelanda ha espresso preoccupazioni per il fatto che le nuove regole sui visti potrebbero scoraggiare lavoratori qualificati e motivati e di consenguenza danneggiare le imprese e l’economia del paese.

Allo stesso tempo, la Nuova Zelanda perde cittadini. Sempre più neozelandesi si trasferiscono altrove, molto spesso presso il loro vicino più prospero: l’Australia. Lo scorso anno il paese ha registrato una perdita record di 47.000 cittadini. 

Infine, a causa del maggior flusso di migranti anche l’Australia ha annunciato a dicembre dello scorso anno che stringerà le regole dei visti per gli studenti internazionali e i lavoratori non qualificati. 

Occhiali da vista per aumentare lo stipendio

«I risultati di tale studio dimostrano il potere di ridurre la povertà che un paio di occhiali da vista può avere». Queste le parole del dottor Nathan Congdon, uno degli autori dello studio, riportate dal Guardian.

«Con solo pochi dollari al paio, gli occhiali hanno un impatto significativo sul guadagno di ogni individuo». Tali affermazioni sono supportate dagli esiti positivi di uno studio portato avanti in Bangladesh, che ha coinvolto più di 800 lavoratori nelle zone rurali, i cui compiti richiedevano particolare attenzione ai dettagli. Si tratta infatti di operai tessili, sarti e artigiani che hanno partecipato allo studio ricevendo ognuno, in modo totalmente casuale, un paio di occhiali da vista a titolo gratuito. Un altro grande gruppo di lavoratori non ha invece ricevuto gli occhiali. Otto mesi più tardi, è stato rilevato che il gruppo ricevente aveva migliorato le sue prestazioni, e di conseguenza ottenuto un aumento salariale. Come riportato dal New York Times, il salario è aumentato passando da $35,30 a $47,10.

Il dottor Congdon sottolinea l’impatto negativo che una vista scorretta può avere sull’economia, in una parte del mondo in via di sviluppo dove il costo di un paio di occhiali è praticamente inaccessibile alla maggior parte dei lavoratori. «Ciò che rende questi risultati particolarmente interessanti è la loro capacità di riuscire a convincere i governi che gli interventi mirati a curare la vista sono convenienti, efficaci e responsabili di un cambiamento di vita, come nient’altro nell’ambito della sanità».

Secondo il New York Times, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato che i problemi di vista rappresentano una questione globale e hanno un costo di oltre 400 miliardi di dollari in quanto a perdita di manodopera, e quindi di produttività. Questo è in parte dovuto alla trascuratezza del problema, messo in secondo piano da malattie quali la tubercolosi, la malaria e l’AIDS, molto frequenti nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, una migliore cura della vista non avrebbe solo un impatto economico positivo, ma aiuterebbe a migliorare la stessa qualità di vita dei lavoratori di questi paesi. La presbiopia risulta infatti molto meno dispendiosa in termini di cure, rispetto ad altre malattie più complesse. Inoltre, gli occhiali da vista hanno spesso un costo di produzione inferiore a $2 al paio, stando a significare che un aumento di salario li renderebbe maggiormente accessibili.

Tuttavia, Misha Mahjabeen, direttrice di VisionSpring, organizzazione non profit che ha partecipato allo studio in questione, afferma che le donne avrebbero comunque dei problemi nell’accesso alla cura della vista, in quanto «nella nostra società, dominata dall’uomo, è quest’ultimo a ricevere attenzioni immediate se ha un problema, mentre le donne possono attendere». Questo è chiaramente legato alla disparità di genere, e diventa un rischio ancora più grande per la salute delle donne, le quali «oltre a dover guadagnare un salario extra per la loro famiglia e a doversi prendere cura di casa e figli, sono soggette maggiormente alla violenza domestica poiché impiegherebbero più tempo per pulire, cucire o cucinare».

McDonald’s acquisterà tutti i suoi 225 ristoranti in franchising in Israele

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McDonald’s, il colosso americano del fast food, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con il franchising Alonyal per acquistare i 225 ristoranti in franchising presenti in Israele. McDonald’s ha dichiarato che la guerra tra Israele e Hamas sta danneggiando i suoi affari, riferisce la CNN.

Alonyal, l’azienda che gestisce il franchising della catena di fast food in Israele, è guidata dall’amministratore delegato Omri Padan e gestisce i ristoranti israeliani McDonald’s da più di 30 anni, impiegando circa 5000 dipendenti. In tutto il mondo, i ristoranti McDonald’s sono gestiti da operatori in franchising locali che agiscono in modo indipendente per stabilire i salari e i prezzi, cosa che ha contribuito all’espansione globale di McDonald’s con oltre 41.000 ristoranti in tutto il mondo, tra cui circa il 5% si trovano in Medio Oriente.

Alonyal ha offerto sconti ai soldati e alle forze di sicurezza israeliane, per cui molti operatori di McDonald’s hanno preso le distanze dell’azienda.

Anche i gruppi in franchising in Kuwait e Pakistan hanno rilasciato alcune dichiarazioni in cui prendevano le distanze dall’operato dell’azienda. Inoltre, numerose proteste sono state organizzate in tutto il mondo.

Il CEO Chris Kempczinski, a gennaio aveva affermato che la società stava sperimentando «un impatto commerciale significativo» in Medio Oriente a causa della guerra tra Israele e Hamas. Infatti, dopo il bilancio di febbraio, McDonald’s ha dichiarato che il conflitto potrebbe continuare a pesare sulla sua attività.

Kempczinski, per sottolineare la neutralità dell’azienda, ha anche affermato che: «in ogni Paese in cui operiamo, compresi quelli musulmani, McDonald’s è orgogliosamente rappresentato da operatori locali».

Inoltre, la società ha dichiarato: «McDonald’s resta impegnata nel mercato israeliano e nel garantire un’esperienza positiva ai dipendenti e ai clienti nel mercato anche in futuro», riferisce la BBC.

La società ha altresì affermato che saranno mantenute condizioni simili per quanto riguarda i ristoranti, le attività e i dipendenti in Israele, tuttavia non sono stati ancora resi noti i termini dell’accordo.

L’azienda spera di riuscire a migliorare la sua reputazione nei Paesi arabi assumendo il controllo diretto dell’attività in Israele, quindi spera di raggiungere i suoi obiettivi di vendita.

La Sindrome dell’Avana e l’ombra del Cremlino

Il reportage è stato realizzato dal programma televisivo statunitense 60 Minutes, dal settimanale tedesco Der Spiegel e dal notiziario di stampo investigativo, con focus sulla Russia, The Insider.

Secondo quanto riportato dalla BBC, l’inchiesta proverebbe il coinvolgimento dell’unità di intelligence russa 29155 nella cosiddetta “sindrome dell’Avana”, un disturbo che prende il nome dal luogo in cui è stato registrato il primo caso e i cui sintomi equivalgono a vertigini, capogiro, mal di testa, difficoltà di concentrazione e un intenso e doloroso acufene.

L’unità di intelligence russa è accusata di aver bersagliato il cervello di diversi diplomatici statunitensi con armi a energia diretta. Inoltre, il reportage proverebbe che alcuni membri dell’unità in questione erano sparsi in diverse città del mondo quando i diplomatici statunitensi hanno accusato i sintomi. Si parla addirittura di un possibile collegamento con il tentato avvelenamento, nel 2018, di Sergei Skripal, un’ex ufficiale dei servizi segreti russi che ha lavorato come agente doppiogiochista in favore dei servizi segreti della Corona britannica.

A supporto della tesi dell’inchiesta, The Insider afferma inoltre che un ufficiale dell’unità 29155 era stato premiato per aver sviluppato delle armi acustiche non letali.

Tuttavia, secondo quanto riporta Al Jazeera, il National Institutes of Health (NIH) non ha trovato alcuna anomalia nel cervello dei diplomatici statunitensi che hanno accusato tali sintomi. Allo stesso tempo riconosce la presenza di questi ultimi, definendoli «debilitanti e difficoltosi da trattare».

Dal canto suo, il Cremlino nega fermamente le accuse, parlando di una stampa che «ingrandisce» ed «esagera» un’inchiesta «campata per aria» e «infondata».

La sindrome non è sicuramente una novità: se ne parla ormai dal 2016, quando venne registrato il primo caso ufficiale. Tuttavia, i sintomi sembrerebbero essere comparsi ancora prima. Secondo le affermazioni di The Insider, riportate da Al Jazeera, i presunti attacchi della Russia potrebbero essere iniziati già nel 2014, a Francoforte, quando alcuni funzionari del Consolato statunitense accusarono i sintomi tipici di quella che poi sarebbe stata conosciuta come sindrome dell’Avana.

Karine Jean-Pierre, portavoce della Casa Bianca nell’amministrazione di Joe Biden, ha dichiarato che il Governo ha preso la questione «molto sul serio» e che «continuerà a dare la priorità al personale, assicurandogli protezione», in quanto «si tratta di una questione che il nostro Presidente ritiene importante».

D’altra parte, John Balton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale nel Governo di Trump, afferma alla BBC che le nuove testimonianze sono molto preoccupanti», ma che il Governo con il quale ha collaborato «non le ha mai prese abbastanza sul serio». Ciononostante, uno dei maggiori alleati di Trump, JD Vance, ha sminuito l’inchiesta statunitense affermando: «Sembra che molti giornalisti abbiano perso la testa».

Quiet on set: il lato oscuro di Nickelodeon che non conoscevamo

Nickelodeon dominava la televisione per bambini negli Stati Uniti ed in molti altri paesi del globo all’inizio del millennio, con molti dei suoi programmi più popolari creati e prodotti da un uomo solo, Dan Schneider. 

Secondo quanto riportato da InStyle, Dan Schneider una volta descritto come il “ragazzo d’oro” di Nickelodeon, ha creato alcuni dei più grandi successi nella storia delle serie live-action del canale tv Nickelodeon. La sua carriera nella rete per bambini è iniziata negli anni ’90, quando lavorava come scrittore e produttore. Alcuni degli show di maggior successo creati da lui sono: The Amanda Show, Zoey 101, Drake & Josh, iCarly, Victorious e Sam & Cat. 

Dopo essersi allontanato da Nickelodeon nel 2018, una serie di accuse riguardanti ambienti di lavoro tossici sulle produzioni di Schneider lo hanno dipinto come una presenza volubile e intimidatoria, almeno stando a quanto riporta The Guardian.

Il 17 marzo 2024 esce la prima puntata, negli Stati Uniti, di Quiet on Set: The Dark Side of Kids TV, una docuserie di 4 puntate che aggiunge tutta una serie di accuse a quelle già note contro Dan Schneider, tra cui l’umiliazione delle dipendenti e l’inserimento all’interno degli show per bambini di insinuazioni sessuali. Nella docuserie vengono mostrate clip di spettacoli di Nickelodeon, creati e diretti da Schneider, in cui si vedono artisti minorenni in bikini o body o con getti d’acqua spruzzati in faccia. 

Secondo quanto afferma USA Today, le sceneggiatrici di The Amanda Show Jenny Kilgen e Christy Stratton hanno accusato Dan Schneider di comportamento discriminatorio, avendo imposto loro di smezzarsi un unico stipendio in quanto uniche donne del team e facendo spesso commenti e richieste inappropriate. 

Numerose star hanno parlato nella docuserie della loro esperienza. Daniella Monet, che interpretava Trina Vega (la sorella della protagonista Tori) nello show Victorious, ha affermato di aver espresso preoccupazione per una scena che vedeva come troppo sessualmente esplicita, ma Nickelodeon non l’ha tagliata. Ha anche detto che le attrici si sarebbero spesso sedute sulle ginocchia di Schneider sul set di Zoey 101.

La star dello show Drake & Josh, Drake Bell, ha dichiaro di esser stato aggredito sessualmente quando aveva 15 anni dal dialoghista Brian Peck. In Quiet on set parla anche il padre di Drake che afferma di aver segnalato ai produttori l’eccessiva vicinanza di Brian al figlio ma gli è stato risposto che, siccome Brian è gay, i suoi erano solo pregiudizi omofobi.

Dan Schneider ha risposto alle accuse mosse dalla docuserie con un video pubblicato su YouTube. Alle accuse riguardanti le battute a sfondo sessuale presenti negli show dichiara che «ognuna di quelle battute è stata scritta per un pubblico composto di bambini perché i bambini pensavano che fossero divertenti». Inoltre rifiuta anche l’accusa che avesse completo controllo sui contenuti dei vari show, affermando che esistevano molti livelli di scrutinio, come riporta CBS news.

Schneider inoltre afferma, riguardo alle due sceneggiatrici che dovevano spartirsi un solo salario, che non era lui che decideva i salari e che era comune che scrittori alle prime armi dividessero lo stipendio. Infine ammette di aver avuto dei comportamenti ambigui sui set e che fosse sbagliato chiedere massaggi ai suoi collaboratori. 

Il problema dei 3 corpi: la nuova serie Netflix che divide gli utenti cinesi

Il 21 marzo 2024 esce in Italia su Netflix una serie tv intitolata Il problema dei 3 corpi. Serie tv ispirata al primo libro della trilogia fantascientifica Memoria del passato della Terra dello scrittore cinese Cixin Liu.

La trilogia, riferisce la CNN, rappresenta una delle esportazioni culturali di maggior successo della Cina negli ultimi anni e vanta milioni di fan in tutto il mondo tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

La serie tratta di alcuni scienziati che devono far fronte alla più grande minaccia mai vissuta dalla Terra: una razza aliena, chiamata San-Ti, è costretta a scappare da un pianeta inospitale e minaccia di distruggere gli umani per poter sopravvivere.

Netflix non è visibile in Cina, ma gli utenti possono guardare i suoi contenuti usando dei VPN o usufruendo di versioni pirata. Tra gli utenti internet cinesi il dibattito sull’adattamento è diventato una questione politica, con alcuni che hanno accusato la produzione americana di rappresentare la Cina negativamente.

La serie, infatti, si apre con una scena ambientata durante la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong, periodo in cui i nemici di classe venivano perseguitati dalle guardie rosse. Nella scena un professore universitario viene picchiato a sangue dai suoi stessi studenti. Molti utenti cinesi accusano i produttori della serie di utilizzarla come mezzo per presentare il paese sotto una cattiva luce.

In realtà l’autore della trilogia, Cixin Liu, ha dichiarato in un’intervista al New York Times nel 2019 che originariamente voleva aprire il libro con una scena della Rivoluzione Culturale di Mao, ma il suo editore cinese temeva che sarebbe stato censurato.

Inoltre, come scrive il Global Times, le critiche rivolte dal pubblico cinese all’adattamento sono dovute dal fatto che i gusti del pubblico internazionale sono diversi rispetto a quelli degli spettatori cinesi. Non si tratta di denigrare la Cina a livello ideologico ma della difficoltà di esprimere alcune delle sfumature della cultura cinese, riferiscono gli esperti.

Regno Unito: a rischio la Camera dei Lord

I membri della Camera dei Lord, “Pari”, godono del privilegio a vita da ben 65 anni, come recita la pagina del UK Parliament. Il Life Peerages Act del 1958 ha difatti sancito la nascita dei Pari a vita, alcuni eletti direttamente dal Primo Ministro, altri per ereditarietà.

La proposta dei Laburisti, giunta soprattutto da Sir Keir Starmer, che ha definito la formazione della Camera «antidemocratica», mira a far cessare un sistema elitario che da sempre vede le famiglie aristocratiche godere di un privilegio che Stramer definisce «indifendibile». Questo quanto riportato da STV News.

L’obiettivo finale, più drastico, sarebbe quello di eliminare definitivamente la House of Lords per permettere alle Nazioni e alle Regioni del Regno Unito di votare una Camera che le rappresenti pienamente.

La proposta era già stata varata dall’ex Primo Ministro, nonché ex leader Laburista, Gordon Brown, e avrebbe anche l’appoggio dell’attuale leadership Laburista. Inoltre, la cessazione del titolo ereditario rappresenterebbe un beneficio in più per i Laburisti, in quanto 47 dei 92 Pari che siedono alla Camera dei Lord e godono di un titolo ereditario sono Conservatori.

Lo stesso Tony Blair aveva ridotto il numero dei membri beneficianti del titolo.

Tuttavia, i Pari a vita non verrebbero “cacciati” da Westminster, in quanto l’emendamento, se approvato, consentirebbe comunque loro di accedere a tutti i servizi convenzionati con il Parlamento, quali caffetterie e ristoranti.

Non mancano le critiche, avanzate anche dallo stesso membro del Partito Laburista Lord Mandelson, e riportate dalla BBC. Secondo Mandelson, con tale proposta il suo partito starebbe eliminando una Camera con dei poteri a dir poco rilevanti, quali esaminare e revisionare il lavoro svolto dal Governo, nonché le Leggi. L’obiettivo finale dei Laburisti sarebbe invece, secondo la sua opinione, quello di creare un «governo autogestito per dare voce a tutte quelle nazioni che si autogovernano».

Ciononostante, Lord Mandelson non è l’unico ad avere dei dubbi a riguardo.

Una fonte dello stesso Governo ha infatti espresso il timore che tale proposta «rischi di compromettere l’unione del Regno Unito» e allo stesso tempo porti a una paralisi legislativa.

Reintrodotta la lapidazione delle donne in Afghanistan

L’annuncio arriva tramite un comunicato della Radio Televisione afgana, direttamente dal leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada. Quest’ultimo avverte: «Flagelleremo le donne, le lapideremo a morte in pubblico», come riporta il Guardian. Le parole del leader arrivano quasi come una punizione destinata non soltanto alle donne, ma all’intero Occidente: «Ci accusate di violare i diritti delle donne quando le lapidiamo o flagelliamo pubblicamente per aver commesso adulterio, perché questo va contro i vostri principi democratici» e prosegue, rivolto ai paesi occidentali, «io rappresento Allah, voi rappresentate Satana».

Il suo discorso è mirato a rimarcare la profonda differenza tra culture e a darne una prova ancora più concreta. Tuttavia a pagarne il prezzo sono le donne afgane, come sostiene Sahar Fetrat, ricercatrice di Human Rights Watch, secondo la quale «attraverso i corpi delle donne i talebani esigono e padroneggiano l’ordine morale e sociale». Il leader ha infatti affermato che «il lavoro dei talebani non è finito con la presa di Kabul, ma è appena iniziato».

La situazione delle afgane, dal momento dell’ascesa dei talebani nell’agosto 2021, è di gran lunga peggiorata. Molte istituzioni a sostegno delle donne sono state cancellate, così come è stato proibito alle donne di esercitare la professione di avvocatessa e giudice. Inoltre, i talebani hanno eliminato la costituzione di stampo occidentale e sospeso i codici penali per rimpiazzarli con la loro rigida interpretazione della Sharia.

Il Guardian riporta le parole di un’attivista di Amnesty International, Samira Hamidi, secondo la quale la recente decisione riguardante la pena della lapidazione «è una chiara violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, inclusa la CEDAW (Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne)». ù

Solo nell’ultimo anno sono state uccise 417 persone attraverso flagellazioni ed esecuzioni, 57 delle quali erano donne.

Nonostante tutto, le donne afgane hanno sempre dato prova di una profonda resilienza, messa in atto anche nella giornata internazionale della festa della donna, lo scorso 8 marzo. Molte di loro si sono infatti riunite in diversi punti del paese, come riporta Al Jazeera, reclamando la revoca delle dure restrizioni imposte alla loro libertà. I cartelloni di protesta parlano chiaro: «Diritti, giustizia, libertà».

«Il nostro silenzio e la nostra paura sono l’arma peggiore dei talebani» afferma un manifestante.

Richard Bennett, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, dichiara nella giornata della festa della donna di essere «dalla parte delle afgane», ed esorta allo stesso tempo i talebani a «rispettare i diritti umani di donne e bambine secondo la legge internazionale». Inoltre, Bennett sollecita questi ultimi a «rilasciare immediatamente e incondizionatamente i difensori dei diritti umani delle donne», detenuti arbitrariamente dai talebani per aver difeso i diritti fondamentali di ogni essere umano.

Nasce la Laurea Europea

Mercoledì 27 marzo la Commissione europea ha dato il via a un pacchetto di proposte riguardanti l’istruzione universitaria dei paesi dell’Unione. Tali proposte vedono come filo conduttore un obiettivo comune: la Laurea Europea.

Si tratta di un progetto su base volontaria che vede (per ora) l’adesione di un gruppo di università europee, pronte a offrire programmi di studio congiunti per permettere agli studenti di ottenere alla fine del percorso di Laurea triennale, Master o Dottorato, l’ambìto titolo. Come riportato dal sito della Commissione europea, la Laurea verrebbe automaticamente riconosciuta da tutti gli atenei dei paesi dell’Unione, e si fonderebbe su una sola grande garanzia: un sistema di istruzione superiore di qualità, targato Europa. Ciò significa che tutte le Università coinvolte dovranno attenersi a delle linee guida concordate a livello europeo, in modo da fornire ai laureati le abilità che li contraddistingueranno nel mondo del lavoro. Tra gli obiettivi di tale progetto, per esempio, vi è il fornire ai laureandi gli strumenti adatti a padroneggiare la transizione ecologica e digitale.

Allo stesso tempo, l’attuale esecutivo UE vuole rafforzare il senso di appartenenza all’Unione europea attraverso i valori accademici comuni, «avvicinando persone e Università», come si legge nel documento ufficiale. Gli studenti potranno infatti decidere di studiare in Università diverse, ottenendo alla fine del percorso un titolo di laurea unico riconosciuto a livello europeo.

Un altro obiettivo fondamentale del progetto è evidentemente la formazione professionale di laureati che siano pronti, non appena terminati gli studi, a inserirsi nel mondo del lavoro con una serie di skills che gli permetteranno di «fronteggiare le sfide di un mondo in continuo cambiamento». Sarà dunque più semplice per i datori di lavoro l’assunzione di personale altamente qualificato. Allo stesso tempo, il programma è aperto anche alle Università di Paesi esterni all’Unione, ma convenzionate con l’Erasmus +.

Secondo la Commissione, «l’istruzione transnazionale» è diventata una necessità in quanto «le sfide principali del nostro tempo si stanno amplificando a livello globale» e «le generazioni future devono essere “attrezzate” con le competenze e le abilità che le società europee necessiteranno per prosperare in un mondo sempre più interconnesso».

Tuttavia, il progetto è stato criticato per mancanza di chiarezza su alcuni punti, come riporta Euronews. Al momento attuale, infatti, non c’è un riconoscimento automatico del titolo di studio degli studenti da un paese all’altro, e questi ultimi sono spesso costretti a pagare prezzi elevati per le procedure di riconoscimento dei documenti. Il Vicepresidente della Commissione europea Schinas ha risposto a tal proposito che la nuova Laurea Europea non vuole «sostituire il riconoscimento di diplomi o qualificazioni professionali» ma offrire un «percorso opzionale» per ottenere un titolo europeo. Cionondimeno, per conseguire il titolo gli studenti dovrebbero studiare in un minimo di due Università diverse (convenzionate col progetto) in paesi diversi, e questo richiederebbe una grossa spesa da parte loro. Tuttavia, non è stato menzionato alcuno stanziamento di fondi per sostenerli economicamente. Il timore è dunque quello che il progetto rimanga destinato a un’élite, anche se Schinas assicura: «è inclusivo e contrario all’elitismo».

La Russia inserisce la Comunità LGBTQ+ nella lista delle organizzazioni terroristiche

La notizia arriva a seguito di una decisione della Corte Suprema russa risalente allo scorso novembre, secondo la quale tutti i membri della Comunità LGBTQ+ sono da considerarsi estremisti. Più che “Comunità” la Russia preferisce utilizzare il termine “Movimento”, il «Movimento Internazionale LGBT», come riporta la BBC.

Gli attivisti del Movimento, considerati dal Cremlino come “estremisti”, sono controllati dall’Agenzia russa Rosfinmonitoring (Agenzia Federale Russa di Monitoraggio Finanziario), la quale ha il potere di congelare il conto corrente di più di 14.000 persone ed entità designate come estremiste e terroristiche dalla Russia, quali Al Queda, Meta e i collaboratori dell’ultimo maggior oppositore di Putin, Alexei Navalny. Questo quanto sostenuto da Reuters.

Le preoccupazioni dei membri della Comunità LGBTQ+ sono più che fondate, in quanto si teme che dai primi arresti si passi a una vera e propria persecuzione. Qualche giorno fa, a Orenburg, due impiegati di un club LGBTQ+ sono stati infatti arrestati poiché sospettati di appartenere a un’organizzazione estremista. I due rischiano 10 anni di prigione. Ma non si tratta del primo caso isolato. Già verso la fine del 2023, dopo la decisione della Corte Suprema di novembre, sono iniziate le incursioni della polizia nei gay club. Secondo Ksenia Mikhailova, avvocatessa del gruppo russo LGBTQ+ “Coming Out”, il Cremlino vuole far passare la Comunità per un movimento propagandistico criminale, e questa rappresenta una grande testimonianza della repressione dei diritti di tale Comunità nel Paese.

La BBC riporta anche un altro episodio di censura, direttamente dalla città di Nizhny Novgorod, nella quale una donna è stata imprigionata per cinque giorni dopo aver indossato degli orecchini con una bandiera arcobaleno. Questo in quanto anche la “rainbow flag” è considerata simbolo di estremismo. C’è di più. A gennaio, il quotidiano Le Monde riporta una notizia direttamente dalla Higher School of Economics, una delle più importanti Università di Mosca, che ha proibito ai suoi studenti di utilizzare il femminile nelle loro produzioni scritte. Anche questa è da considerarsi una diretta conseguenza della sentenza della Corte Suprema, analizzata attentamente dal quotidiano francese. Secondo quest’ultima, il “Movimento Internazionale LGBT” è nato negli anni ’60 negli Stati Uniti e si fonda su «un’ideologia di distruzione» in quanto «limita le nascite e mina i valori della famiglia tradizionale», ma è anche «uno strumento di politica estera». Avrebbe infatti preso piede in Russia nel 1984 e ad oggi sarebbe «attivo in 60 regioni della Federazione Russa». Lo stesso Putin definisce tale attivismo come un «attacco dell’Occidente ai valori tradizionali della Russia».

Dimissioni dell’amministratore delegato di Boeing: Dave Calhoun lascerà l’incarico a fine 2024

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Dave Calhoun, amministratore delegato di Boeing, ha annunciato la sua intenzione di lasciare l’incarico entro fine anno comportando un cambiamento ai vertici dell’azienda. Inoltre, la società ha annunciato che anche Stan Deal, CEO di Boeing Commercial Airplanes, andrà in pensione e verrà sostituito da Stephanie Pope. Mentre, Larry Kellner, presidente della Boeing, non si candiderà nuovamente come direttore del consiglio, al suo posto ci sarà Steve Mollenkopf, l’ex CEO di Qualcomm, secondo quanto riferisce la CNN.

Calhoun ha assunto l’incarico all’inizio del 2020 dopo che il suo predecessore, Dennis Muilenburg, è stato estromesso a seguito di due incidenti mortali del 737 Max che hanno ucciso 346 persone.

Il cambiamento della leadership dell’azienda avviene dopo una serie di problemi legati alla sicurezza degli arerei. Lo scorso gennaio, si è verificata l’esplosione di un portellone a bordo di un aereo dell’Alaska Airlines che ha lasciato un buco nella fiancata dell’aereo.

Secondo un rapporto dell’agenzia National Transportation Safety Board, i quattro bulloni destinati a fissare saldamente la porta all’aereo non erano stati montati, come riporta la BBC. Infatti, l’azienda Boeing sta affrontando un’indagine penale sull’incidente.

Inoltre, lunedì scorso, in una lettera indirizzata ai dipendenti dell’azienda, Calhoun ha descritto l’incidente dell’Alaska Airlines come un «momento spartiacque per la Boeing».

Le compagnie aeree si sono espresse sia sul fatto che l’azienda non sarà in grado di consegnare gli aerei su cui contavano quest’anno, ma anche sulla qualità degli aerei che hanno ricevuto.

Infatti, Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, una compagnia aerea europea che vola con aerei Boeing 737, ha riferito alla CNN che nel ricevere le consegne di jet da parte di Boeing «trascorriamo 48 ore a controllare l’aereo per eventuali errori, omissioni o altro».  Inoltre, ha aggiunto che anche se non è stato trovato nulla di grave durante i controlli, regolarmente ci sono problemi minori come strumenti sotto i pianali e maniglie dei sedili mancanti.

Anche United Airlines, che utilizza i jet forniti da Boeing, ha espresso disappunto per i problemi di qualità degli aerei e per un ritardo nelle consegne programmate.

Inoltre, le azioni della Boeing che avevano perso circa il 26% del loro valore a inizio anno, sono aumentate di oltre l’1% dopo l’annuncio dei cambiamenti interni all’azienda.

Approvata mozione ONU sul cessate il fuoco: Netanyahu annulla la visita negli Stati Uniti

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, ha deciso di annullare la programmata visita di una delegazione israeliana di alto livello a Washington, dopo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la sua prima risoluzione richiedendo un immediato cessate il fuoco nella striscia di Gaza.

La risoluzione Onu, appoggiata da 14 nazioni tra cui Cina e Russia, sottolinea l’urgente necessità di un cessate il fuoco immediato e il rilascio degli ostaggi. Gli Stati Uniti si sono astenuti, lasciando passare la proposta. Questa decisione giunge in un momento particolarmente delicato, durante il mese sacro del Ramadan per la comunità musulmana.

La delegazione israeliana avrebbe dovuto discutere i dettagli relativi ai piani per un’operazione a Rafah, città ubicata nella striscia di Gaza.

Pochi istanti dopo la decisione del Primo Ministro israeliano, Benny Gantz, ex capo di stato maggiore e membro del gabinetto di guerra, ha qualificato la scelta come un errore in un post sui social media. Ha affermato che non solo la delegazione avrebbe dovuto mantenere il suo viaggio negli Stati Uniti, ma avrebbe dovuto anche impegnarsi in discussioni cruciali con il Presidente Biden su questioni di grande importanza.

L’amministrazione statunitense ha sempre garantito sostegno diplomatico al governo di Netanyahu, pertanto, la scelta degli Stati Uniti di astenersi dalla risoluzione sembrava indicare un possibile cambiamento nella politica dell’amministrazione Biden.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha dichiarato ai giornalisti poco dopo il voto che l’astensione non costituiva un “cambiamento di politica” da parte dell’amministrazione.

Nonostante la rassicurazione degli Stati Uniti, Israele rimane agitato, accusando gli Stati Uniti di indebolire gli sforzi bellici e i tentativi di rilascio di ostaggi. Questo atteggiamento è stato interpretato come un’allontanamento rispetto alla posizione precedentemente adottata dagli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza.

Russia e NATO: equilibri a rischio

Il Primo Ministro finlandese Orpo, in un recente discorso al Parlamento europeo, si è detto preoccupato dalle intenzioni della Russia verso l’Occidente. Secondo Orpo, Mosca si starebbe preparando a un «lungo conflitto con l’Occidente», come conseguenza della sempre più vasta alleanza militare tra le potenze europee, specialmente dopo l’entrata di Norvegia, Svezia e Finlandia nella NATO.

La Finlandia, entrata nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico lo scorso anno, è il Paese europeo che condivide il confine più ampio con la Russia. Nel febbraio del 2023, ancor prima del suo accesso ufficiale alla NATO, il Governo finlandese aveva dato il via alla costruzione di un muro di difesa sul confine russo. Come riportato dalla BBC, tale linea difensiva è stata eretta per fermare l’arrivo di sempre più immigrati provenienti dalla Russia, privi di un valido passaporto europeo, in fuga dalle costrizioni di arruolamento nell’esercito per combattere contro l’Ucraina. Tuttavia, nonostante la costruzione difensiva e l’intenzione della Finlandia di adottare una Legge che blocchi l’arrivo di richiedenti asilo, si prevede un aumento delle migrazioni, specialmente con l’arrivo della primavera e del bel tempo. Secondo quanto riporta Al Jazeera, le autorità di frontiera finlandesi hanno registrato tra agosto e dicembre 2023 un totale di 1300 richiedenti asilo provenienti dallo Yemen, dalla Somalia e dalla Siria, che sono arrivati in Finlandia passando attraverso la Russia. Per il Primo Ministro Orpo, il suo Paese rappresenta «l’obiettivo della migrazione strumentalizzata», una migrazione che la Russia avrebbe «persino facilitato». Inoltre, prosegue, «la Finlandia deve essere preparata alla possibilità che il Cremlino eserciti una pressione sempre maggiore».

Durante il suo discorso al Parlamento Europeo, citato da Al Jazeera, Orpo ha pertanto sollecitato l’Unione Europea a rafforzare la spesa per la difesa, sostenendo che la sicurezza del suo Paese «non può dipendere dai risultati delle elezioni negli Stati Uniti». Questo a seguito di una frase dell’ex presidente Trump, il quale ha recentemente affermato che se avesse vinto le elezioni non avrebbe in alcun modo sostenuto economicamente la NATO. Un’affermazione che ha destato tante critiche quante preoccupazioni, vista la sempre più crescente minaccia della Russia, che ha più volte dichiarato la volontà di stanziare le sue truppe al confine finlandese. Non è tutto.

Il leader del Cremlino, poco tempo prima delle elezioni che lo hanno visto vincitore, aveva affermato di essere pronto all’utilizzo di armi nucleari se l’Occidente avesse inviato delle truppe in Ucraina. «Dal punto di vista tecnico-militare siamo ovviamente pronti. Le nostre truppe sono costantemente pronte a combattere». «La nostra triade nucleare è la più moderna di tutte». Queste le sue parole, riportate da Al Jazeera.

Strage al Crocus City Hall di Mosca

Venerdì 22 marzo 2024, poco dopo le 20:00 (ora locale), almeno 4 uomini armati fanno irruzione all’interno del Crocus City Hall, la più grande sala concerti di Mosca, dove era in programma un’esibizione del gruppo rock Picnic. Per il concerto erano stati venduti 6.500 biglietti.

LaBBC riporta numerosi video che mostrano i quattro uomini iniziare a sparare in maniera casuale all’ingresso del centro commerciale per poi procedere direttamente verso la sala concerti.

«Ero seduto al piano di sopra, dove c’erano i balconi. Abbiamo sentito degli spari. All’inizio non abbiamo capito cosa stesse succedendo, poi gli aggressori hanno lanciato un cocktail Molotov e tutto è andato in fiamme» riferisce un superstite in un’intervista riportata dalla CNN.

Il fuoco, causato dagli aggressori, ha provocato il crollo parziale del tetto. Gli elicotteri hanno sganciato più di 160 tonnellate d’acqua, ma ci sono volute 10 ore per contenere l’incendio.

Le vittime di questo attacco sono almeno 137 persone, tra cui 3 bambini, e oltre 100 persone sono rimaste ferite. Domenica 24 marzo, la Russia ha indetto una giornata nazionale di lutto per commemorare le vittime ed esprimere vicinanza ai loro familiari.

Secondo quanto riferisce Moscow Times, sabato 23 marzo il gruppo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco su Telegram, comunicando che l’aggressione è stata “effettuata da quattro combattenti dell’IS armati di mitragliatrici, una pistola, coltelli e bombe incendiarie”. Inoltre, è stato pubblicato un video su account dei social media tipicamente usati dall’IS, apparentemente filmato dai terroristi, che mostra diversi individui con volti sfocati che sparano a corpi inerti sparsi sul pavimento e un incendio che inizia sullo sfondo.

Il National Desk riporta che quattro uomini accusati di aver orchestrato l’attacco alla sala concerti in Russia sono comparsi domenica davanti al tribunale di Mosca con accuse di terrorismo. Altre sette persone sono detenute con l’accusa di essere coinvolte nell’attacco. Le dichiarazioni del tribunale hanno affermato che due dei sospettati hanno ammesso la propria colpevolezza nell’assalto. L’offesa prevede una condanna massima all’ergastolo.

Il tribunale del distretto di Basmannyj a Mosca ha ordinato che gli uomini, tutti identificati dai media come cittadini del Tagikistan, rimangano in custodia fino al 22 maggio in attesa di indagini e processo.

USA: trapiantato il rene di un maiale a un paziente di 62 anni

Al Massachusetts General Hospital è stato eseguito su un paziente di 62 anni il primo trapianto di un rene di un maiale geneticamente modificato. L’intervento è durato quattro ore e «segna una pietra miliare nella ricerca di organi più facilmente disponibili per i pazienti» così ha affermato in una nota il Massachusetts General Hospital, riferisce la BBC.

Il paziente, Rick Slayman, manager del dipartimento dei trasporti del Massachusetts, soffriva di una malattia renale allo stadio terminale e aveva già subito un trapianto di un rene umano nel 2018. Le sue condizioni erano poi peggiorate a seguito di varie complicazioni ed aveva ripreso la dialisi nel 2023.

Il signor Slayman dopo aver valutato i pro e i contro ha deciso di procedere al trapianto del rene animale. «L’ho visto non solo come un modo per aiutarmi, ma anche come un modo per dare speranza alle migliaia di persone che hanno bisogno di un trapianto per sopravvivere» così ha affermato il paziente.

Il rene dell’animale è stato fornito dalla società biotecnologica eGenesis, che ha rimosso tre geni coinvolti nel potenziale rigetto dell’organo. Inoltre, sono stati inseriti sette geni umani per migliorare la compatibilità con l’uomo, come riporta The New York Times.  

Sono oltre 800.000 gli americani che soffrono di insufficienza renale e necessitano di dialisi e circa 100.000 i pazienti che sono in lista d’attesa per ricevere un rene da trapiantare. E, inoltre, migliaia di pazienti muoiono ogni anno a causa della grave carenza di organi.

Il dottor Michael Curtis, CEO di eGenesis, in un comunicato stampa ha affermato «questa procedura di successo preannuncia una nuova era nella medicina in cui abbiamo il potenziale per eliminare la fornitura di organi come barriera al trapianto e realizzare la nostra visione secondo cui nessun paziente muore in attesa di un organo» come riferisce la CNN.

Tuttavia, i ricercatori del Mass General Brigham hanno affermato che sebbene questo trapianto sia stato importante, sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio quanto possano essere efficaci i trapianti di rene di maiali.

Inoltre, il dottor Tatsuo Kawai, che ha eseguito l’operazione, ha affermato che l’organo del maiale aveva le stesse dimensioni di un rene umano e che ha iniziato a produrre urina poco dopo l’intervento.

Hong Kong rischia di perdere la sua autonomia

L’Articolo 23 non è altro che un’espansione della Legge promulgata nel 2020, quando il Governo cinese era intento a soffocare le proteste dei sostenitori della democrazia, iniziate nel 2019. Si tratta di un forte inasprimento delle sanzioni previste per reati quali tradimento, insurrezione, sabotaggio della sicurezza nazionale, ingerenza negli affari di Hong Kong, spionaggio e diffusione di segreti di Stato.

Le pene vanno da 10 anni di reclusione per odio verso il Partito Comunista Cinese, a oltre 20 anni per accuse quali spionaggio e sabotaggio (compresi i cyber attacchi). L’ergastolo è invece riservato ai responsabili di tradimento, insurrezione e sabotaggio con coinvolgimento di terze parti.

Secondo quanto riporta Al Jazeera, le autorità di Hong Kong avrebbero definito la nuova legislazione come «necessaria per il rafforzamento delle attuali leggi sulla sicurezza nazionale», mentre i detrattori hanno la certezza che si tratti di una «restrizione dei diritti e della libera espressione dei cittadini di Hong Kong e non solo». Infatti, verrebbero aggiunti due o tre anni di prigionia a chiunque risultasse colpevole di collaborare con “forze esterne” quali governi stranieri o organizzazioni internazionali, al fine di commettere un reato.

La nuova Legge può di fatto essere applicata nei casi in cui i reati avvengano fuori da Hong Kong, ma siano commessi da residenti o aziende. Questo particolare, di non poco conto, ha suscitato molte preoccupazioni, in quanto rappresenta un chiaro segnale della minaccia cinese agli attivisti democratici d’oltremare e ai detrattori, definiti “elementi anti Cina”. Inoltre, questi rischierebbero persino l’annullamento del passaporto, mentre l’arresto è previsto in caso di sospetto finanziamento a oppositori d’oltreoceano, anche se a erogare il denaro dovessero essere due genitori ai propri figli.

In aggiunta, le forze di polizia hanno incrementato il proprio potere, con la possibilità di trattenere i sospettati per un periodo compreso tra le 48 ore e i 16 giorni.

Secondo quanto sostenuto dalla BBC, il Governatore di Hong Kong, John Lee, supporta l’Articolo 23 in quanto «aiuterà il Paese a prevenire efficacemente, combattere e punire attività di spionaggio e cospirazione da parte dell’intelligence estera, così come infiltrazioni e sabotaggio».

Non si trova d’accordo con le affermazioni di Lee il gruppo formato da 81 personalità di tutto il mondo, tra cui Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Corea del Sud, che ha firmato una dichiarazione congiunta, riportata da Hong Kong Watch, nella quale esprime tutta la sua preoccupazione riguardo la libertà dei cittadini di Hong Kong, gravemente violata dalle nuove misure.

Quest’ultima è un’ex una colonia britannica, ceduta nuovamente alla Cina nel 1997 sulla base di un principio ben preciso: “One country, two systems”, ossia “Un Paese, due sistemi”. Secondo questo presupposto, Hong Kong avrebbe avuto la garanzia di un certo grado di autonomia. Tuttavia, i fatti parlano chiaro, e il margine di autonomia della Regione Amministrativa Speciale della Cina è ogni giorno più labile.

Irlanda: il primo ministro Leo Varadkar si dimette

Leo Varadkar ha annunciato le dimissioni dalla sua carica di leader del partito Fine Gael e dalla carica di premier non appena sarà nominato un successore. «Ragioni personali e politiche, ma soprattutto politiche» queste sono state le parole che ha pronunciato per annunciare le dimissioni, riferisce la CNN.

Varadkar è diventato primo ministro e leader del Fine Gael nel 2017. È stato il premier più giovane del Paese e anche il primo leader gay d’Irlanda. Inoltre, figlio di padre indiano e madre irlandese, è stato un medico prima di entrare in parlamento.

Varadkar ha affermato di aver «guidato l’Irlanda dalla disoccupazione alla piena occupazione, dal deficit di bilancio al surplus di bilancio, dall’austerità alla prosperità», come riporta la BBC. Tra i risultati della sua politica sono stati elencati i referendum per legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’aborto, ma ha anche aumentato la spesa pubblica per l’arte e la cultura.

Inoltre, ha aggiunto di essere «orgoglioso di aver reso il Paese un luogo più equo e moderno per quanto riguarda i diritti dei bambini, della comunità LGBT, dell’uguaglianza delle donne e della loro indipendenza». Tuttavia, ha ammesso che ci sono stati anche degli ambiti in cui la sua politica ha avuto meno successo.

In seguito alle elezioni parlamentari del 2020, Varadkar e Micheál Martin hanno ricoperto la carica di primo ministro per due anni ciascuno. Nel 2020 Martin è stato nominato primo ministro e Varadkar vice primo ministro e nel 2022 si sono scambiati i ruoli.

Martin è intervenuto dopo l’annuncio delle dimissioni e ha affermato: «voglio cogliere l’occasione per ringraziarlo sinceramente, siamo andati molto d’accordo». Inoltre, ha aggiunto che il governo continuerà a svolgere il mandato.

Anche Eamon Ryan, leader del partito Verdi che fa parte della coalizione al governo, ha affermato che Varadkar è stato «un leader energico e impegnato del Paese, che ha sempre sostenuto i suoi colleghi di governo».

Come riporta ancora la BBC, tra i possibili successori di Varadkar ci sono: il ministro dell’istruzione Simon Harris, il ministro della giustizia Helen McEntee, il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe e il ministro della protezione sociale Heather Humphreys.

La Corea del Nord lancia missili balistici durante la visita di Blinken a Seul

La Corea del Nord ha lanciato dei missili balistici a corto raggio verso il mare che si trova tra la penisola delle due Coree e le isole che formano la nazione del Giappone. Come riporta il The Japan Times, lunedì 18 marzo 2024, in occasione dell’apertura del Summit for Democracy (un’iniziativa dell’amministrazione Biden volta a sostenere la democrazia a livello mondiale tramite degli incontri annuali tra le nazioni interessate), il segretario di Stato americano Antony Blinken si trovava a Seul proprio per partecipare all’incontro.

Secondo l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, quello stesso giorno tra le ore 07:44 e 08:22 locali, tre missili a corto raggio partiti dalla Corea del Nord hanno percorso circa 300 chilometri e sono poi caduti nel Mar del Giappone (noto anche come Mare orientale). Il lancio è stato confermato dalla Guardia Costiera giapponese a seguito dell’annuale Freedom Shield, un periodo di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, dalla durata di undici giorni. Come riporta il sito di Al Jazeera, il rilascio dei missili dovrebbe essere un avvertimento da parte di Pyongyang, secondo cui queste esercitazioni congiunte altro non sarebbero che prove di invasione del territorio nordcoreano.

Durante una sessione parlamentare, il Primo Ministro giapponese Fumio Kishida ha condannato l’accaduto, dichiarando che le azioni commesse dalla Corea del Nord «minacciano la pace e la sicurezza del Giappone, della nostra regione e della comunità internazionale» e violano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, secondo le quali, come riferisce il sito del the Associated Press, a Pyongyang non sarebbe concesso intraprendere alcuna azione balistica.

Anche il Dipartimento di Stato americano ha condannato le azioni nordcoreane, dichiarando il proprio sostegno in favore del Giappone e della Corea del Sud e offrendo loro protezione dalla Corea del Nord, considerata una minaccia per la sicurezza delle altre nazioni, secondo quando riportato dal Time.

Le Ebridi cercano medici: offerte oltre 150.000 sterline di compenso

Le Isole di Uist e Benbecula, appartenenti all’Arcipelago delle Ebridi Esterne, sono a corto di medici di base. L’NHS Western Isles, un consiglio del Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito che si occupa delle Ebridi Esterne della Scozia, è alla ricerca di medici «con un senso di avventura e una passione per la medicina rurale». Al fine di attrarre lavoratori del settore, l’NHS offre un 40% in più rispetto al comune stipendio di un medico di base. Questo quanto sostenuto dalla BBC.

Tuttavia, non si tratta di una mera necessità: c’è il desiderio di ripopolare il cuore pulsante delle comunità delle Isole scozzesi, invitando sempre più persone a vivere e lavorare in queste località.

Gordon Jamieson, CEO dell’NHS Western Isles, afferma alla BBC che l’obiettivo ultimo è quello di trovare dei veri e propri partner. «Noi prestiamo sempre attenzione a chi viene a lavorare qui, sia alla persona che alla sua famiglia» in quanto «non è da tutti stabilirsi in una remota comunità isolana».

I nuovi medici coprirebbero le sedi di sei Isole delle Ebridi Esterne, abitate nel complesso da 4.700 persone. Inoltre, una volta trasferitisi, questi ultimi verrebbero ripagati delle spese di rilocazione e riceverebbero una paga extra, per aver accettato il lavoro, superiore a 10.000 sterline (il cosiddetto “golden hello”). Jamieson afferma a tal proposito che lo stipendio rappresenta «un incentivo per vivere e lavorare permanentemente nell’Arcipelago». Ma le Ebridi non cercano soltanto medici. L’Isola di Rùm è infatti alla ricerca di insegnanti, così come di una persona che ricopra il ruolo di preside nella sua scuola, frequentata da cinque alunni: tre bambini di età compresa fra i 5 e gli 11 anni e due bimbi della scuola materna, di 3 e 4 anni. Il compenso offerto ammonta a 68.000 sterline l’anno.

L’obiettivo primario della Isle of Rum Community Trust (IRCT) è quello di attrarre giovani famiglie sull’Isola, considerato il numero esiguo di abitanti (sole 40 persone, residenti nel Villaggio di Kinloch).

Proprio per questo motivo, nel 2020 sono state costruite quattro nuove case, con la speranza che fossero un giorno abitate da nuovi nuclei familiari.

Tuttavia, l’Isola di Rùm è in buona compagnia in quanto a carenza di personale scolastico. Nel mese di febbraio, infatti, il villaggio di Kilchoan (nelle Highlands) aveva fatto richiesta di un insegnante per una scuola di soli 15 bambini, con un compenso ammontante a 53.000 sterline.

La maggior parte dei posti offerti sono a tempo indeterminato per incoraggiare le candidature e per promuovere la crescita del personale scolastico, e non solo, nelle Isole scozzesi.

Cuba: proteste a Santiago per la mancanza di cibo ed elettricità

Centinaia di cittadini sono scesi in piazza domenica scorsa a Santiago di Cuba per protestare contro la mancanza di cibo ed elettricità. Secondo quanto riporta El País, si tratta della manifestazione più grande dopo quelle dell’11 e 12 luglio 2021 quando migliaia di cittadini scesero in piazza per chiedere un cambiamento della situazione politica ed economica del Paese.

Riferisce El Mundo che la polizia è intervenuta per placare le proteste proteggendo la sede del partito comunista cubano a Santiago e la casa della famiglia di José Daniel Ferrer, leader dell’Unione patriottica di Cuba.

Inoltre, il governo cubano ha interrotto l’accesso a internet per impedire che i video e le foto della protesta circolassero in altre parti del Paese. Ma, come riporta El País, sono molte le foto diffuse in rete dove si vede una folla di persone tra le strade che protestano per la carenza delle risorse. E, come riporta El Mundo, anche Vicente de la O Levy, ministro dell’energia, ha riconosciuto che in molte zone del Paese i cittadini sono rimasti senza elettricità quasi tutto il giorno.

El País aggiunge che è presente anche un video dove Beatriz Jhonson Urrutia, prima segretaria del Comitato provinciale del partito, cerca di calmare i manifestanti parlando della distribuzione di latte e di generi alimentari di prima necessità.

Anche il presidente Miguel Díaz-Canel ha pubblicato alcuni messaggi sul suo account X in cui ha riconosciuto il malcontento dei cittadini ed ha affermato che «nelle ultime ore abbiamo visto come i terroristi che risiedono negli Stati Uniti, che abbiamo denunciato in più occasioni, abbiano incoraggiato azioni contro l’ordine interno del Paese». Inoltre, ha aggiunto che «la disposizione delle autorità del Partito, dello Stato e del Governo è quella di rispondere alle richieste del nostro popolo, di ascoltare, di dialogare e di spiegare i numerosi sforzi che si fanno per migliorare la situazione, sempre in un clima di calma».

Al momento non si sa se ci sono persone incarcerate come invece era accaduto nelle proteste del 2021 quando vennero arrestate più di 1.400 persone. Inoltre, ci sono state segnalazioni di proteste anche in altre zone del Paese tra cui L’Avana, Bayamo e Artemisa dove i cittadini sono scesi in piazza.

Argentina: l’8 marzo Milei cambia nome alla Sala della Donna

La notizia giunta dalla sede del Governo argentino nel giorno della festa della donna è stata considerata dai movimenti femministi, e non solo, una provocazione e un oltraggio alla figura femminile.

Qualche ora prima dell’inizio dei cortei femministi, manifestazioni organizzate ogni anno in diversi punti del Paese da grandi associazioni quali quella del Ni Una Menos, il portavoce dell’esecutivo Adorni annuncia che il Salón de la Mujer (Sala della Donna) cambia nome.

Si tratta di una sala della Casa Rosada, sede centrale del Governo, recante al suo interno ritratti di donne argentine che si sono distinte negli anni, contribuendo a scrivere la storia del Paese.

Da venerdì 8 marzo, il nome della sala è diventato “Salón de los Próceres” (Sala degli Eroi dell’Indipendenza).

Tale modifica è solo una delle tante che ha visto coinvolte le donne, tra cui si ricorda l’eliminazione del Ministerio de las Mujeres, Géneros y Diversidad, creato nel 2019 dal governo di Fernández, ma anche la proibizione dell’utilizzo del linguaggio inclusivo nell’amministrazione pubblica argentina.

Ciononostante, tale cambio di denominazione sembra essere il frutto della volontà della Segretaria Generale della Presidenza, Karina Milei, sorella del Presidente argentino.

Il portavoce Adorni afferma inoltre che «l’esistenza di una sala delle donne potrebbe anche essere discriminatoria per gli uomini» e continua sottolineando che un semplice nome non conferisce nell’effettivo un valore alla figura della donna.

Alle accuse sulla discriminazione femminile da parte dell’esecutivo, Adorni risponde sostenendo fermamente che quello di Milei è il Governo più ugualitario che l’Argentina abbia mai visto, con una percentuale di donne molto più elevata rispetto ai precedenti. «Valorizzare la donna è qualcosa che va molto oltre una semplice sala. Il primo a dare valore alla donna è il Presidente Milei, assieme a tutti i membri di questo Governo». Queste le parole arrivate dall’esecutivo, riportate dalla BBC.

Ogni anno, la grande manifestazione femminista di Buenos Aires confluisce davanti al Congresso argentino, sede di Camera e Senato, che si colora di lilla per l’occasione. Quest’anno, tuttavia, il lilla è stato cancellato dal bianco, come da decisione presa dai presidenti di Camera e Senato, entrambi appartenenti al partito di Milei.

I diversi movimenti femministi dell’Argentina si dicono preoccupati dalla prossima mossa del Governo, in quanto nel mirino di Milei, oltre all’Agenda di Genere, c’è l’aborto. Il Presidente aveva infatti affermato, durante la sua campagna elettorale, la volontà di organizzare un plebiscito al riguardo. Se la maggioranza votasse contro la legalizzazione dell’aborto, l’esecutivo eliminerebbe la Legge.

Incidente d’autobus a Maiorca: 24 feriti, 7 gravi

Sono 24 i turisti rimasti feriti lunedì scorso in un incidente a Maiorca dopo che l’autobus su cui viaggiavano è caduto da un terrapieno di due metri e si è ribaltato al chilometro 5 della strada che collega Sant Llorenç a Son Servera. Secondo quanto riporta El País, i fatti sono accaduti intorno alle dieci del mattino e dei 54 passeggeri a brodo 7 sono rimasti gravemente feriti, 17 hanno riportato ferite lievi e i restanti 30, compreso l’autista dell’autobus, sono rimasti illesi.

Sul luogo dell’incidente si sono recati per assistere alle vittime i vigli del fuoco di Maiorca, i membri della protezione civile e della polizia locale di Son Servera e Sant Llorenç e i professionisti della facoltà ufficiale di psicologia delle Isole Baleari. Inoltre, sono intervenute anche le ambulanze per trasportare i feriti in ospedale. El Mundo riferisce che uno dei passeggeri è rimasto ferito molto gravemente. Si tratta di una donna di 67 anni che ha riportato diverse fratture al corpo ed è stata trasportata all’ospedale di Son Espases con un elicottero.

Inoltre, sempre secondo quanto riporta El Mundo, il gruppo si stava dirigendo verso le zone costiere vicino ad Artà e secondo i passeggeri rimasti illesi l’autobus procedeva a una velocità moderata.

Secondo El País, il conducente è risultato negativo all’alcol test e al test antidroga effettuato sul posto. El Mundo riferisce che le autorità ipotizzano un guasto meccanico per spiegare il motivo della perdita di controllo dell’autobus, ma la guardia civile sta continuando a indagare sulle cause dell’incidente.

Marga Prohens, presidente del governo delle Isole Baleari ha comunicato che sono state mobilitate tutte le risorse necessarie per monitorare lo stato di salute dei feriti ed è stato messo a disposizione delle famiglie un numero di telefono per ricevere le informazioni sull’accaduto. Inoltre ha dichiarato che «in attesa delle informazioni sulle cause dell’incidente avvenuto questa mattina sulla strada da Sant Llorenç a Son Servera e dello stato di salute di tutti i feriti, tutti i servizi e i protocolli di emergenza sono stati attivati per prendersi cura delle vittime e delle famiglie».

Irlanda: bocciato il referendum per modernizzare la Costituzione

Venerdì 8 marzo l’Irlanda si è recata alle urne per votare un doppio sì (o un doppio no) a due referendum riguardanti la Costituzione, che risale al 1937.

I temi messi in discussione riguardano la concezione di famiglia (che si sarebbe modificata con il cosiddetto “Family Amendment”) e il ruolo della donna all’interno di quest’ultima (da modificare attraverso il “Care Amendment”).

La Costituzione irlandese offre una protezione legale alle famiglie fondate sul matrimonio. Votare il primo “sì” al referendum avrebbe significato aderire a un ampliamento del concetto di famiglia, che non comprenda per forza il vincolo del matrimonio. Il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha sostenuto questo emendamento, affermando che circa un milione di famiglie non sono fondate sul matrimonio (si pensi ai genitori conviventi ma non sposati, o ai single). Secondo Varadkar, come riporta la BBC, «si tratta di riconoscere che tutte le famiglie sono uguali».

Tuttavia, una forte opposizione ha criticato la «scarsa chiarezza» della clausola per cui si è stati chiamati a votare. Quest’ultima sancisce che la famiglia può essere fondata sul matrimonio o su «altre relazioni durature». Cionondimeno, i detrattori hanno non pochi dubbi su questo concetto, asserendo che sia confusionario per i votanti e che «cancelli» donne e madri dalla Costituzione. Il senatore Michael McDowell, in un suo articolo citato dalla stessa BBC, afferma che «nessuno può sapere chi ha o chi non ha una relazione duratura, a meno che non lo stabilisca un tribunale».

Il secondo articolo della Costituzione messo in discussione dal Governo irlandese riguarda invece il ruolo della donna all’interno della famiglia. La Costituzione, di 87 anni fa, sostiene che la vita della donna all’interno dell’ambiente casalingo sia un supporto essenziale allo Stato, e che quest’ultima contribuisca a tale supporto restando a casa e svolgendo le proprie mansioni, tra cui quella di prendersi cura dei familiari infermi. Questo sarebbe un «vero contributo al bene comune». Votando il secondo “sì” al referendum, si sarebbe cancellato dunque il riferimento al ruolo della donna casalinga come «essenziale supporto allo Stato», così come sarebbe venuta meno la clausola che recita «le madri non devono essere obbligate a lavorare a discapito dei loro doveri all’interno della casa». Il tutto sarebbe stato sostituito da una formula assicurante il sostegno dello Stato ai “membri della famiglia” che si prendono cura dei diversamente abili. A riportarlo è Al Jazeera.

Per Perla O’Connor, direttrice del National Women’s Council, gli articoli 41 e 41.2 rappresentano «il cuore delle politiche crudeli e discriminatorie, che costringevano le donne sposate ad abbandonare il proprio lavoro e a rinunciare ai propri sogni».

D’altra parte, l’eventuale modifica del 41.2 ha suscitato le preoccupazioni degli attivisti per i diritti dei diversamente abili, secondo cui “prendersi cura” non è una prerogativa esclusiva della famiglia, ma una responsabilità dello Stato, che dovrebbe assistere i cittadini in modo equo.

Col fallimento del referendum, l’Irlanda rinuncia a fare un passo avanti in favore delle donne.

L’aborto diventa costituzionale in Francia

Il parlamento francese, presidiato da Emmanuel Macron, si è riunito a Versailles per l’approvazione definitiva della proposta di inserimento dell’aborto nella Costituzione. L’evento segna un momento importante nella storia, in quanto la Francia diventa il primo paese al mondo a inserire tale diritto nella costituzione. Tuttavia, i legislatori non parlano di “diritto” ma piuttosto di “libertà garantita”, scelta che ha provocato non poche critiche, come riporta la CNN.

Ciononostante, il peso della maggioranza è schiacciante: 780 voti a favore contro 72 contrari.

In Francia l’aborto è legale sin dal 1975, ma l’esplicita inclusione di tale diritto nella Costituzione è frutto della volontà dell’85% dei francesi che, secondo un sondaggio riportato dalla BBC, si sono espressi fermamente a favore della sua costituzionalità.

«My Body My Choice». Queste le parole comparse sulla Torre Eiffel illuminata a seguito dell’approvazione dell’emendamento. Un emendamento che, secondo quanto affermato dall’associazione francese per i diritti delle donne Fondation des Femmes, sembrerebbe arrivare a seguito dell’annullamento da parte della Corte Suprema statunitense del Roe. V. Wade, che garantiva il diritto costituzionale all’aborto da almeno 50 anni. Con la sua cancellazione, spetta adesso ai diversi stati americani la scelta autonoma di garantire o meno il diritto all’aborto. La decisione della Corte statunitense, secondo il guardasigilli francese Dupond-Moretti, è solo uno degli esempi di violazione dei diritti fondamentali nella storia. «Adesso abbiamo la prova inconfutabile del fatto che nessuna democrazia, neanche la più forte di tutti, è immune». Queste le sue parole, riportate dalla CNN. E l’emendamento non è stato immune neanche dall’opposizione, prima fra tutte quella della Chiesa. La Pontificia Accademia per la Vita ha infatti espresso in un comunicato la sua disapprovazione, sostenendo che «nell’era dei diritti umani universali, non può esistere alcun “diritto” alla privazione della vita umana». Anche i vescovi francesi si sono uniti all’accorato appello del Vaticano contro questa risoluzione, definendo la protezione della vita «un’assoluta priorità».

D’altra parte, fioccano le critiche della destra al presidente Macron, accusato di servirsi della Costituzione per scopi prettamente elettorali. L’emendamento non sarebbe in sé «sbagliato» ma «innecessario», attacca l’opposizione, imputandogli la colpa di utilizzare la causa per aumentare i consensi a sinistra.

Nonostante ciò, il Presidente afferma che tale emendamento rappresenta «un orgoglio per la Francia», la quale ha inviato «un messaggio di portata universale».

Airbnb cambia: vietate le telecamere all’interno delle case in affitto

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Airbnb, la piattaforma utilizzata per gli affitti di brevi periodi, ha annunciato che a partire dal 30 aprile sarà vietato installare le telecamere di sorveglianza all’interno delle proprietà in affitto. Come riporta la CNN, in precedenza Airbnb consentiva ai proprietari di utilizzare le telecamere nei luoghi comuni come corridoi e soggiorni, a condizione che tali dispositivi fossero indicati nella pagina dell’annuncio e fossero posizionati in parti visibili della casa. Tuttavia, le telecamere interne non erano consentite nelle camere da letto e nei bagni.

Come riporta la BBC, la piattaforma ha annunciato che questa nuova politica è volta a semplificare le regole vigenti sull’utilizzo delle telecamere e a dare priorità alla privacy degli ospiti. Inoltre, Juniper Downs, responsabile delle politiche comunitarie e delle partnership di Airbnb, secondo quanto riporta la BBC, ha dichiarato in una nota che «questi cambiamenti sono stati apportati consultando i nostri ospiti, i proprietari delle case e gli esperti di privacy, e continueremo a cercare feedback per garantire che le nostre politiche funzionino per la nostra comunità globale». E, ha anche aggiunto che «poiché la maggior parte degli annunci su Airbnb non segnala la presenza di una telecamera di sicurezza, si prevede che questo aggiornamento avrà un impatto su un sottoinsieme più piccolo di annunci sulla piattaforma».

Come riporta la CNN, le nuove regole consentiranno ai proprietari l’utilizzo di telecamere esterne nei citofoni o di rilevatori di rumori, tuttavia è necessario che la presenza e la posizione di tali dispositivi sia resa nota agli ospiti prima della prenotazione. E, come riporta la BBC, Airbnb ha affermato che in questo modo si cerca di bilanciare la necessità dei padroni di casa di monitorare la sicurezza della loro proprietà, essendo anche consapevoli di problemi come le feste non autorizzate, e di dare priorità alla privacy degli ospiti.

Inoltre, i proprietari che attualmente dispongono di telecamere di sicurezza interne hanno tempo fino al 30 aprile per rimuoverle. E, se dopo questa data violano le nuove regole, possono incorrere nella cancellazione dell’annuncio o nell’eliminazione dell’account sulla piattaforma.

Come riporta la BBC, l’annuncio è stato reso noto circa una settimana dopo che lo show comico statunitense Saturday Night Live ha mandato in onda una scena comica che si riferiva a un annuncio di Airbnb e che ironizzava su una telecamera nascosta in un bagno. Tale scena ha ricevuto più di 1,2 milioni di visualizzazioni su YouTube.

La Svezia entra ufficialmente nella NATO e nel mirino della Russia

Il 7 marzo 2024, dopo due anni di trattative diplomatiche il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha depositato ufficialmente i documenti per l’ingresso del paese scandinavo nella NATO che diventsa così il 32esimo paese ad unirsi all’alleanza. Il lungo processo di trattative diplomatiche, che hanno risentito di una resistenza da parte del governo turco sbloccatosi solo a gennaio 2024 e del parlamento ungherese che ha dato il via libera solo verso la fine di febbraio 2024, è giunto al termine.

Il presidente americano Joe Biden ha dichiarato che l’adesione della Svezia renderà il blocco più unito, determinato e dinamico che mai e in grado di difendere la libertà e la democrazia per le generazioni a venire, scrive la CNN. Anche il primo ministro inglese si è congratulato per quello che lui ha descritto come un momento storico rimarcando che «l’adesione di Svezia e Finlandia renderà la NATO più forte e l’intera area euro-atlantica più sicura», riporta sempre la CNN.

La soddisfazione dell’alleanza però non è stata l’unica reazione. La ITAR-TASS, agenzia di stampa russa, ha riportato le parole di Konstantin Kosachev, vicepresidente del Consiglio della Federazione, il Senato russo, che ha dichiarato che da ora in poi la Svezia sarà percepita come una minaccia per Mosca e che la decisione di unirsi alla NATO «è una delle decisioni più avventate e miopi della storia del regno». Inoltre, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, dopo aver definito l’alleanza difensiva un blocco militare aggressivo, ha avvertito che in base ai prossimi passi di Stoccolma, Mosca deciderà le appropriate politiche di risposta e misure militari e tecniche da adottare per fermare le minacce alla sicurezza nazionale della Russia, scrive il The Moscow Times presente alla conferenza stampa del 28 febbraio 2023.

Gli avvertimenti arrivano anche dal Supo, il Servizio di Sicurezza e Intelligence Finlandese che intima al neo-alleato di non sottostimare le capacità dei servizi di intelligence di Mosca registrando un incremento di minacce russe sin dall’ufficializzazione dell’ingresso di Stoccolma nella NATO. L’Agenzia di Stampa turca Anadolu Ajansı riporta inoltre che secondo le autorità finlandesi, dopo l’adesione all’alleanza militare occidentale, le operazioni russe contro il Paese sono aumentate notevolmente e hanno avvertito che lo stesso sviluppo potrebbe attendere la Svezia.

Gaza: pacchi di aiuti aerei precipitano dal cielo. Cinque morti

Non è ancora chiaro a chi appartenesse l’aereo che doveva somministrare attraverso dei paracadute diversi pacchi contenenti cibo e rifornimenti per la popolazione palestinese. Negli ultimi giorni, alcuni paesi quali Stati Uniti, Giordania, Egitto, Francia, Islanda e Belgio hanno consegnato pacchi di aiuti via cielo a Gaza. Tuttavia, questi negano la proprietà del veicolo con un paracadute difettoso.

Come riporta la BBC, la zona di Al-Shati, un campo profughi palestinese situato nella striscia di Gaza settentrionale, è stata tagliata fuori dagli aiuti umanitari ormai da diversi mesi. Approssimativamente 300 mila palestinesi vivono lì con scarsità di cibo e acqua. Oltre alle cinque vittime ci sono diversi feriti, come è stato confermato dal Governo, il quale ha definito gli aiuti via cielo «un’inutile appariscente propaganda piuttosto che un servizio umanitario». Queste le parole dell’esecutivo, riportate da Al Jazeera. Non è tutto. Il Governo aveva già da tempo avvertito della pericolosità del dispensare aiuti via cielo, «e questo è ciò che è successo oggi, quando i pacchi sono caduti sulle teste dei cittadini», aggiunge.

La richiesta avanzata dall’esecutivo riguarda la possibilità di ricevere aiuti umanitari via terra. Tuttavia, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), la più grande agenzia dell’ONU a Gaza, afferma che le autorità israeliane le impediscono di somministrare aiuti a nord della striscia ormai da molto tempo. Inoltre, il World Food Programme sostiene di aver ricevuto indietro i pacchi che aveva inviato attraverso alcuni convogli. Gli aiuti via cielo rappresentano perciò una risposta a tali imposizioni da parte di Israele, risposta ampiamente criticata persino dalle stesse agenzie umanitarie, in quanto considerata costosa e inefficace.

Una soluzione di gran lunga migliore risulterebbe invece essere l’invio di cibo e medicinali via terra o via mare. Lo stesso World Food Programme afferma che un convoglio di 14 camion sarebbe in grado di trasportare ben 200 tonnellate di cibo, mentre le somministrazioni settimanali di pacchi via cielo ne trasporterebbero soltanto 6 tonnellate.

Inoltre, il presidente degli Stati Uniti Biden aveva affermato in un discorso pronunciato qualche giorno prima della fatalità, la volontà di costruire un molo temporaneo sulle coste di Gaza per somministrare gli aiuti. Il Segretario di Stato per gli Affari Esteri inglese David Cameron aveva appoggiato l’idea, sostenendo però che l’operazione avrebbe richiesto del tempo, e sollecitando Israele ad aprire il porto di Ashdod per permettere il passaggio degli aiuti umanitari.

Ad ogni modo, la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha annunciato l’apertura di un corridoio marittimo per l’invio degli aiuti da Cipro. A sostenere questa iniziativa, oltre ai paesi europei, anche Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti.

Chiusura anticipata dei locali notturni in Spagna: il settore alberghiero rifiuta la proposta

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La vicepresidente e Ministro del lavoro, Yolanda Díaz, come riporta El País, ha dichiarato che non le sembra ragionevole che i ristoranti in Spagna siano aperti fino all’una di notte, mentre nel resto d’Europa chiudono prima. La ministra ha denunciato la situazione durante una riunione del gruppo parlamentare Sumar al Congresso dei deputati dove si è parlato anche della riduzione della giornata lavorativa che il governo vuole promuovere.

Inoltre la ministra ha trattato questo tema con i rappresentanti del settore alberghiero per sottolineare le differenze degli orari che ci sono con il resto d’Europa, e come riporta El País, ha anche affermato che non è ragionevole convocare le riunioni alle otto di sera.

Secondo quanto riporta El País, l’associazione dei datori di lavoro España de Noche, ha dichiarato di non fare parte del gruppo con cui la ministra sta discutendo questa proposta. E, ha anche affermato che non si possono considerare gli orari del tempo libero e delle attività alberghiere senza un approccio sociologico approfondito degli specifici orari della società spagnola.

Inoltre, anche José Luis Yzuel, presidente del settore alberghiero spagnolo, ha dichiarato che è importante garantire il servizio di ristorazione per chi esce tardi dall’ufficio, e come riporta El Mundo, ha affermato «siamo leader nel turismo e il settore alberghiero spagnolo è invidiato da tutto il mondo». Inoltre ha aggiunto che tutto ciò comporta anche una maggiore occupazione e quindi una maggiore richiesta di personale.

Come riporta El Mundo, anche Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità di Madrid, ha affermato che «la Spagna ha la migliore vita notturna del mondo, con strade piene di vita e libertà. E questo offre anche lavoro». Inoltre ha criticato la chiusura anticipata dei locali notturni, e ha dichiarato sul social X «ci vogliono puritani, materialisti, socialisti, senza anima, senza luce e senza ristoranti. Annoiati e a casa».

Sulla stessa linea si è espresso anche il segretario generale del Partito popolare di Madrid, Alfonso Serrano, che, secondo quanto riporta El País, ha criticato come la sinistra cerca di limitare il modo in cui vivono i madrileni e gli spagnoli. Infine ha aggiunto che il maggior successo del settore alberghiero spagnolo deriva dalla libertà degli orari.

Russia e Cina puntano alla luna

Le due potenze mondiali uniscono le forze per un nuovo grande obiettivo: l’installazione di un reattore nucleare sulla luna entro il 2035.

È Borisov, amministratore delegato dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, a darne l’annuncio durante una conferenza al World Youth Festival di Sirius. Secondo le sue parole, Russia e Cina stanno «seriamente considerando l’attuazione di un progetto che prevede l’installazione di una centrale nucleare sulla superficie lunare». Il tutto dovrebbe concretizzarsi nel periodo compreso tra il 2033 e il 2035, come riportato dall’Agenzia Anadolu. Il discorso di Borisov, tenutosi lo scorso martedì 5 marzo, ha già destato i primi sospetti. Il gruppo di ricerca americano Institute for the Study of War (ISW) ha infatti definito il progetto «strano», non mancando di sottolineare che la Russia e la Cina «stanno rafforzando la loro cooperazione strategica nello spazio, inclusa quella sulla sorveglianza satellitare e sull’esplorazione di quest’ultimo». Allo stesso tempo, le affermazioni del CEO di Roscosmos rappresenterebbero, sempre secondo la ISW, una velata minaccia all’Occidente, concretizzata attraverso l’intensificazione di una partnership strategica a lungo termine con la Cina. Questo quanto sostenuto dal NHK World Japan.

La motivazione alla base di un tale progetto pioneristico sarebbe la necessità di ovviare alle limitazioni dei pannelli solari nel rifornimento di energia elettrica a delle potenziali future colonie lunari. Borisov ha anche tenuto a precisare la falsità delle accuse mosse dagli Stati Uniti alla Russia di Vladimir Putin riguardo le intenzioni di quest’ultimo di trasportare armamenti nucleari nello spazio.

Inoltre, le fasi per l’installazione della centrale nucleare non necessiterebbero della presenza umana, ma di soluzioni tecnologiche che sarebbero quasi pronte all’uso, come riportato dall’EurAsian Times.

Secondo quest’ultimo, l’idea dell’installazione di una centrale nucleare sulla superficie lunare era già stata avanzata da divere agenzie spaziali, tra cui la NASA, con il medesimo obiettivo: fornire energia alle colonie lunari. Già nel 1969, durante la missione Apollo 12, la seconda che aveva visto lo sbarco di umani sulla luna, erano stati utilizzati dei generatori nucleari per fornire elettricità.

La collaborazione tra Cina e Russia è il frutto di un memorandum d’intesa firmato nel marzo 2021 tra la Roscosmos e la China National Space Administration (CNSA), volto a enfatizzare l’importanza della cooperazione nel progetto della Stazione Internazionale di Ricerca Lunare, la base lunare capitanata dalle due potenze.

È morto all’età di 68 anni Akira Toriyama, il creatore giapponese di Dragon Ball

Akira Toriyama, il celebre fumettista giapponese, è morto lo scorso 1° marzo all’età di 68 anni a causa di un ematoma subdurale acuto, una forma di emorragia celebrale. Come riporta la CNN, la notizia è stata annunciata venerdì 8 marzo sul sito ufficiale di Dragon Ball in una dichiarazione condivisa da Bird Studio e Capsule Corporation Tokyo. E, secondo quanto riporta la BBC, al funerale hanno partecipato solo la sua famiglia e pochi amici.

Akira Toriyama, nato il 5 aprile 1955 a Nagoya, nella prefettura di Aichi, ha debuttato come fumettista nel 1978 con Wonder Island. Dopo il suo debutto ha prodotto molte opere popolari, in particolare la serie di fumetti Dragon Ball lanciata nel 1984 che ha conquistato un grande successo. Come riporta The Japan Times, Dragon Ball è una delle serie con oltre 260 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Inoltre, è diventata un fenomeno globale che ha generato una vasta gamma di film, videogiochi e merchandising.

Prendendo ispirazione dal classico della letteratura cinese Viaggio in Occidente, Dragon Ball ripercorre le avventure del protagonista Son Goku alla ricerca delle sfere magiche del drago perché vuole difendere la Terra dagli umanoidi alieni chiamati Saiyan. Inoltre, nel corso della storia Son Goku crea molte amicizie e combatte contro i cattivi.

Come riporta The Japan Times, Akira Toriyama oltre ad essere stato l’illustratore dei personaggi per la serie di videogiochi tratti proprio da Dragon Ball, è stato anche il disegnatore dei personaggi di videogiochi come Chrono Trigger e Dragon Quest.

Toriyama ha affascinato diverse generazioni e molti fan hanno pubblicato numerosi post sui social per esprimere la loro solidarietà. Come riporta la BBC, uno dei fan sul social X ha scritto «grazie per aver creato un manga che rappresenta la mia giovinezza. Riposa in pace, grazie per il tuo duro lavoro».

Eiichiro Oda, creatore della serie One Piece, attribuisce una grande importanza al lavoro svolto da Toriyama e, come riporta The Japan Times, ha rilasciato un’intervista sul sito ufficiale della rivista Shonen Jump dove afferma «è troppo presto. La tristezza mi travolge quando penso che non lo rivedrò mai più». Inoltre, ha aggiunto «possa il paradiso essere il mondo gioioso che aveva immaginato».

Toriyama ha ricevuto numerosi riconoscimenti nel corso della sua carriera tra cui lo Shogakukan Manga Award e, nel 2019, è stato anche insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere da parte del governo francese.

Scontri polizia-studenti a Pisa: l’opinione della stampa estera

Lo scorso 23 febbraio si è svolta nella città di Pisa una manifestazione studentesca pro-Palestina. Gli studenti hanno chiesto a gran voce all’ateneo di cessare i rapporti con le università israeliane. La manifestazione non era autorizzata e si è svolta in contemporanea a quella di Firenze, alla quale partecipavano anche sindacati di base e comunità palestinese.

Il corteo è stato caricato dalla polizia mentre cercava di entrare in Piazza dei Cavalieri, dove si trova la sede centrale dell’Università di Pisa: 13 i feriti, di cui 10 minorenni. Immediato è stato il supporto da parte della popolazione locale che ha VERBO un presidio di solidarietà alle porte della Prefettura pisana.  

Numerose, immediate e divise le reazioni da parte di esponenti del mondo politico. Il presidente della repubblica Mattarella ha espresso la sua posizione all’indomani dell’accaduto. Infatti, in una nota indirizzata al ministero degli interni si legge: “che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni.” Il quotidiano francese Le Monde ha commentato il comunicato come un “raro e chiaro richiamo all’ordine” nei confronti del governo Meloni e del suo partito, Fratelli d’Italia, che invece si era schierato a favore delle forze dell’ordine.

Il ministro dell’interno Piantedosi, intervistato dal Corriere della Sera, si è detto amareggiato delle immagine degli scontri, ma ha ritenuto giusto l’intervento dei poliziotti e la necessità di indagare a fondo sui fatti per valutare l’ipotesi di eccesso di forza.

Dall’opposizione, la segretaria del Partito Democratico Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Conte, si dicono “preoccupati” per il clima di repressione attuato dall’attuale governo.

Le reazioni non sono mancate nemmeno da personaggi di spicco. Come Vecchioni che, durante l’intervista al programma de La7 In Altre Parole, ha dichiarato in lacrime: “Queste sono cose che non possono succedere, noi non siamo così”.

La notizia degli scontri è riecheggiata anche nelle testate internazionali. Tra le prime The New Arab, in cui sottolineano le condanne e l’amarezza dell’opposizione nei confronti delle forze dell’ordine pisane ma anche dell’attuale governo Meloni. Parole riportate anche dall’agenzia di stampa britannica Reuters, che cita anche Enzo Letizia, segretario dell’ Associazione Nazionale Funzionari di Polizia. Il Segretario Nazionale ha infatti invitato alla prudenza prima di emettere giudizi senza un’accurata inchiesta.

La salute di Kate Middleton è in ripresa: annunciato il primo impegno ufficiale dopo l’operazione

Kate Middleton (42 anni), attuale principessa del Galles, è stata avvistata il 4 marzo 2024 tramite uno scatto rubato che la ritrae in macchina con la madre, Carole Middleton, nei pressi del castello di Windsor, come riporta Sky TG24.

La notizia ha avuto particolare rilevanza mediatica dal momento che questa è la prima foto scattata alla consorte dell’erede al trono d’Inghilterra dalla sua uscita dalla London Clinic dove, stando a quanto ripotato dal Daily Mail, ha passato un periodo di degenza a seguito di un misterioso intervento all’addome già programmato, avvenuto intorno alla metà di gennaio 2024. 

La foto ha rassicurato il pubblico riguardo le condizioni di salute della Principessa, scomparsa dai riflettori dal 17 gennaio 2024, giorno in cui Kensington Palace ne aveva annunciato il ricovero presso la clinica e il successivo riposo forzato per tre mesi.

Dal giorno dell’operazione c’era stato un solo aggiornamento ufficiale: Kensington Palace aveva smentito che il ricovero della consorte del principe William fosse dovuto a un tumore, ma le condizioni della Principessa sembravano comunque abbastanza serie, tanto che i suoi impegni reali erano stati annullati fino a dopo Pasqua, come riporta CBS News.

Il ministero della Difesa britannica avrebbe recentemente dichiarato che il primo impegno ufficiale per i consorti eredi al trono d’Inghilterra è previsto per l’8 giugno 2024. In particolare, i Principi del Galles presiederanno alla cerimonia del Trooping the Colour (la “Sfilata della Bandiera”), una storica parata militare che, come riferisce il sito ufficiale della Royal Family, coincide con il compleanno ufficiale (non anagrafico) del Sovrano in carica. 

Nel frattempo, anche l’attuale re Carlo III (75 anni) è stato operato presso la stessa struttura di Kate Middleton. Come riporta la BBC, lo staff medico avrebbe scoperto una massa tumorale a seguito di un controllo alla prostata e il Re starebbe seguendo “terapie costanti” al fine di contenerla e monitorarla. Non ci sono stati ulteriori aggiornamenti sulle condizioni di salute di Sua Maestà.

Chiude Telam, la più grande agenzia di stampa dell’America Latina

Il presidente argentino Javier Milei ha annunciato la chiusura dell’agenzia di stampa statale Telam. Secondo quanto riporta La Prensa, il presidente ha affermato che «è stata utilizzata negli ultimi decenni come agenzia di propaganda kirchnerista».

Telam è la più grande agenzia di stampa statale dell’America Latina fondata il 14 aprile 1945 per volere di Juan Domingo Perón, l’allora Segretario del lavoro e della sicurezza sociale. All’inizio l’agenzia non era di proprietà statale, ma nacque come società mista formata da capitale pubblico e privato. Inoltre, nel corso dei suoi 78 anni di storia l’agenzia ha attraversato alcuni tentativi di chiusura ma anche massicci licenziamenti.

Nell’agenzia lavoravano circa 700 persone tra cui giornalisti, fotografi e amministratori e aveva una produzione giornaliera di circa 200 fotografie oltre a contenuti video e radiofonici.

Secondo quanto riporta La Nación, i dipendenti di Telam hanno ricevuto tramite e-mail la comunicazione che li invitava a non svolgere le loro mansioni per sette giorni. Tale comunicazione è stata firmata dal revisore dei conti Diego Chaher. Inoltre, è stata anche ordinata la recinzione della sede principale dell’agenzia situata a Buenos Aires.

Riporta El País, l’assemblea dei lavoratori ha affermato che «il governo nazionale sta portando avanti uno dei peggiori attacchi alla libertà di espressione negli ultimi 40 anni di democrazia». Inoltre, lo scorso lunedì davanti alle porte della sede principale erano presenti molti lavoratori, ma anche giornalisti, fotografi e sindacalisti con degli striscioni per esprimere il loro sostegno.

Anche il sito web ha smesso di funzionare e al suo posto compaiono lo stemma nazionale e la dicitura pagina in ricostruzione. Inoltre non è possibile accedere ai contenuti precedentemente pubblicati e neanche al suo archivio fotografico.

Il portavoce del governo argentino, Manuel Adorni, secondo quanto riportato da El País, ha dichiarato che la decisione di chiudere Telam risponde a una promessa elettorale e «non ha nulla a che fare con il pluralismo dell’informazione o dei media né con questioni che hanno a che fare la libertà di stampa». Inoltre ha aggiunto che Telam ha accumulato quest’anno perdite di circa 24 milioni di dollari.

Militare statunitense si dà fuoco davanti all’ambasciata israeliana di Washington

Il 25 febbraio 2024 alle ore 13:00 locali, il soldato statunitense Aaron Bushnell (25 anni), di stanza a San Antonio, Texas, si è dato fuoco davanti al palazzo dell’ambasciata israeliana di Washington al grido di “Palestina libera!”, come riferisce il The New York Times.

Stando a quanto riportato dal sito della BBC, prima di arrivare sul luogo dell’evento, il ragazzo avrebbe inviato delle e-mail in cui spiegava le sue intenzioni a diversi giornalisti e siti di sinistra. In seguito, è andato in live sul sito di streaming Twitch con indosso l’uniforme militare, dichiarando le proprie generalità e il proprio status di membro dell’Aeronautica americana.

«Sto per compiere un estremo atto di protesta ma, rispetto a quello che le persone stanno vivendo in Palestina per mano dei loro colonizzatori, non è affatto estremo. Questa è la normalità secondo la nostra classe dirigente». Queste sono le parole che ha pronunciato il venticinquenne prima di darsi fuoco, come riportato dal New York Magazine.

Diverse ore prima dell’atto, Bushnell aveva postato sul proprio account Facebook il link della successiva live su Twitch, scrivendo «Molti di noi si chiedono, cosa avrei fatto se fossi stato vivo durante il periodo della schiavitù? O al tempo delle leggi segregazioniste? O durante l’apartheid? Cosa farei se il mio Paese stesse commettendo un genocidio? La risposta la sapete, ora.».

Secondo Sky TG24, il gesto del ragazzo sarebbe stato un “estremo atto di protesta” nei riguardi del conflitto israelo-palestinese. Bushnell ha deciso di rendere la protesta pubblica, dichiarando «Non sarò più complice del genocidio!». Si è poi versato del liquido infiammabile addosso e si è dato fuoco davanti agli occhi di migliaia di spettatori online.

Stando a quanto riportato dal sito Internazionale, i vigili del fuoco sono arrivati sul posto dopo che gli agenti del Secret Service, un’unità speciale di polizia incaricata di proteggere la classe dirigente degli Stati Uniti, avevano già spento l’incendio. Dall’ambasciata israeliana è poi arrivata la comunicazione che nessun membro del loro staff era rimasto ferito, mentre Bushnell è stato trasportato in ospedale dove ha perso la vita alcune ore dopo, come riporta Ansa.

Diversi siti e giornali hanno ribattezzato il suicidio del militare come “The self-immolation of Aaron Bushnell” (L’autoimmolazione di Aaron Bushnell), identificando tale episodio come un evento di grande rilevanza mediatica per quanto riguarda la guerra Hamas-Israele.

Kiev teatro del settimo G7 a conduzione italiana

Sabato 24 febbraio Giorgia Meloni si è recata a Kiev insieme alla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, al Primo Ministro belga Alexander De Croo e al Primo Ministro canadese Trudeau.

I leader del G7 si sono incontrati in videoconferenza, con la partecipazione del Presidente ucraino Zelensky, in occasione dei due anni dall’inizio della guerra russo-ucraina.

I temi fondamentali toccati durante il vertice riguardano l’appoggio instancabile delle sette potenze all’Ucraina, definita «coraggiosa e resiliente», nonché le violazioni della Russia alla Carta delle Nazioni Unite, per finire con un tributo allo «straordinario coraggio di Alexei Navalny». Questo è quanto riportato dalla Commissione Europea nella dichiarazione dei leader del G7 del 24 febbraio.

«Navalny ha sacrificato la sua vita lottando contro la corruzione del Cremlino e per delle elezioni giuste e libere in Russia. Esigiamo che il governo russo chiarisca le circostanze sulla sua morte. Esortiamo inoltre la Russia a liberare tutti i prigionieri detenuti ingiustamente e a fermare la persecuzione agli oppositori politici così come la repressione sistematica dei diritti e delle libertà dei cittadini russi».

Il supporto all’Ucraina è stato inoltre ribadito in un bilaterale tra Meloni e Zelensky, attraverso la firma di un accordo di cooperazione in materia di sicurezza, già redatto nel luglio 2023, durante il vertice NATO di Vilnius. «Continueremo a supportare il diritto dell’Ucraina all’autodifesa», recita il documento del G7.

«Stiamo rafforzando la nostra assistenza per garantire maggiore sicurezza all’Ucraina e aumentando le nostre capacità di produzione e distribuzione per assistere il Paese».

Dieci anni dopo le proteste di Midan, l’Ucraina traccia il suo percorso verso l’integrazione euro-atlantica.

Per quanto riguarda la sfera economica, l’Europa offre un forte sostegno finanziario al Paese: sono stati stanziati 50 miliardi per supportarla fino al 2027.

Inoltre, a breve in Russia si terranno le elezioni per la presidenza del governo. A riguardo, i paesi del G7 hanno dichiarato: «non riconosceremo mai le cosiddette “elezioni”, passate o future, tenute dalla Russia nei territori dell’Ucraina, né gli eventuali risultati. L’intenzione dichiarata della Russia di ottenere dei voti per le proprie elezioni presidenziali nelle regioni ucraine è un’oltraggiosa violazione della sovranità ucraina». Un’ammonizione arriva anche ai paesi che facilitano la difesa militare della Russia, come la Nord Corea e l’Iran. «Condanniamo fermamente le esportazioni della Nord Corea e l’acquisto di missili balistici da parte della Russia. Sollecitiamo l’Iran a interrompere l’appoggio all’esercito russo».

«Mentre l’Ucraina si accinge a entrare nel terzo anno di questa guerra logorante, il suo governo e il suo popolo possono contare sul sostegno del G7 per tutto il tempo necessario».

Aerolineas Argentinas elimina il programma per l’accumulo di miglia

La compagnia aerea Aerolineas Argentinas ha annunciato che a partire dal 1° marzo 2024 i funzionari pubblici che viaggiano con un biglietto pagato dallo Stato non accumuleranno miglia da poter consumare per viaggi personali.

Secondo quanto riporta La Nación durante lo scorso anno sono state accreditate quasi 80 milioni di miglia a coloro che hanno viaggiato con biglietti acquistati dai funzionari dei tre rami del governo, da enti decentralizzati e aziende pubbliche. Tali miglia sono state scambiate con più di 10.000 biglietti per uso personale e tra questi 1.000 sono stati emessi per la classe business. Per la società ciò ha significato un costo di quasi 2,7 milioni di dollari.

Per giustificare questa politica la società ha sottolineato «si tratta di un beneficio che si origina da un pagamento da parte dello Stato e che genera un debito in dollari nei confronti dello Stato stesso». E in un comunicato ha spiegato «l’obiettivo di Aerolineas Argentinas è aumentare la produttività e l’efficienza nell’uso della sua flotta e delle sue risorse tecniche e umane» indicando «le decisioni commerciali e operative prese in questa prima fase di gestione sono in linea con tale priorità, che mira a migliorare i risultati economici verso la fine dell’anno».

Secondo i dati forniti dall’azienda, nel mese di gennaio sono stati trasportati più di 1,3 milioni di passeggeri il che ha rappresentato un incremento del 12% rispetto a gennaio dello scorso anno.  Come riporta La Prensa il comunicato afferma «questo numero segna il miglior gennaio della sua storia» sottolineando, inoltre, che «durante questo periodo la puntualità è aumentata di 11 punti rispetto a dicembre, attestandosi all’81%».

La compagnia prevede che al termine del mese di febbraio ci sarà un aumento del 4% dei passeggeri trasportati rispetto a febbraio 2023 e la società ha riferito di poter chiudere l’estate con un nuovo record.

Secondo quanto riporta La Nacion, Aerolineas Argentinas sul proprio sito ha specificato che è possibile accumulare miglia in altri modi, uno tra questi è quello di effettuare il pagamento con le carte di credito di American Express o delle banche associate.

Pablo Neruda: riaperte le indagini sulla sua morte

Il certificato di morte del poeta e senatore cileno Pablo Neruda recita: «cachessia tumorale dovuta a un cancro alla prostata», cause ufficiali del decesso.

Nel 2011, trentotto anni dopo la sua morte, questa versione dei fatti viene smentita da Manuel Araya, chauffeur e assistente del poeta, il quale assicura che Neruda è stato assassinato con un’iniezione letale nella clinica in cui era ricoverato.

A seguito di tale dichiarazione è stata aperta un’indagine lunga 12 anni, chiusa soltanto lo scorso settembre 2023, per essere riaperta qualche mese dopo. Questo quanto sostenuto dalla BBC.

Attualmente, infatti, il tribunale contesta la diagnosi di cachessia tumorale, in quanto tale malattia comporta una perdita di peso notevole nei pazienti che ne sono affetti, mentre il poeta pesava più di 90 chili alla sua morte. Il giudice ha perciò richiesto una perizia calligrafica al certificato di morte, oltre a un riesame delle conclusioni a cui sono giunti gli studiosi delle università di McMaster e Copenhaguen, secondo cui il poeta sarebbe stato avvelenato con il Clostridium Botulinum, un batterio responsabile della produzione di tossine potenzialmente mortali. Non si esclude perciò l’ipotesi del coinvolgimento di terze parti, a sostengo della quale verrà sottoposto a interrogatorio il medico dell’esercito Eduardo Arriagada Rehren, già condannato per aver ucciso un simpatizzante comunista iniettandogli del dipiridamolo e provocandogli un infarto.

In realtà, afferma El Pais, la lista dei medici presenti nella clinica il giorno della morte del poeta rimane un grande mistero. Il dottor Sergio Draper, infatti, sostiene di aver dato il cambio turno quel giorno a un tale dottor Prize. Tuttavia, né in quella clinica né nel Colegio Medico de Chile o in alcuna scuola di medicina è mai risultato qualcuno con quel nome o cognome.

Pablo Neruda, militante nel Partito Comunista cileno, era molto vicino a Salvador Allende quando il governo di quest’ultimo venne rovesciato dal colpo di stato di Pinochet. Secondo la BBC, che riporta il pensiero dell’ex chauffeur del poeta, il governo del dittatore stava pianificando il suo espatrio in Messico poiché rappresentava un pericolo per la dittatura, vista la sua influenza culturale e politica. Inoltre, il poeta venne internato nella clinica per il suo “delicato stato di salute” ma in realtà, afferma l’ex chauffeur, non era terminale.

È stato grazie alle querele del Partito Comunista se nel 2011, dopo le accuse di Araya, sono iniziate le indagini prolungatesi per 12 anni, con la riesumazione delle spoglie del poeta nel 2013.

La Corte d’Appello cilena ha ordinato l’interrogatorio di Peter Kornbluh, analista dell’Archivio di Sicurezza Nazionale statunitense, che da anni analizza i documenti desecretati sull’ingerenza degli Stati Uniti nella caduta del governo di Salvador Allende e sul loro appoggio alla dittatura di Pinochet.

Protesta degli agricoltori a Madrid: 500 trattori nella capitale

Centinaia di agricoltori si sono riuniti nei pressi della Porta di Alcalá, in pieno centro di Madrid, in attesa che arrivassero altre cinque colonne di trattori da altre province della Spagna per poter raggiungere la sede del Ministero dell’Agricoltura. Secondo l’organizzazione sarebbero dovuti arrivare 1.500 trattori, anche se la Delegazione del Governo ne aveva autorizzati 500.  

I trattori e gli agricoltori sono stati accolti da molte persone, tra cui anche i madrileni stessi, che hanno manifestato il loro sostegno ai lavoratori del settore primario. Alcuni trattoristi, che avevano viaggiato da Buitrago del Lozoya, a 74 Km dalla Capitale, come riporta El Periodico, hanno affermato «è stato molto complicato arrivare a Madrid».

La Delegazione del Governo aveva previsto che la protesta si svolgesse lungo la via Alfonso XII ma alcuni manifestati hanno tentato di modificare il percorso provocando alcuni scontri con la polizia. Nello scontro è rimasto coinvolto Luis Cortés, coordinatore statale dell’Unión de Uniones, che ha riportato lievi ferite.

Arrivati davanti alla sede del ministero, riporta El Mundo, Luis Cortés ha detto «crediamo solo in ciò che uscirà lunedì dal Consiglio dei ministri dell’Agricoltura dell’UE e, a seconda di ciò che verrà approvato, annunceremo un nuovo calendario di mobilitazioni». E dopo la richiesta di svolgere le elezioni per votare i rappresentanti nel settore agricolo, secondo quanto riportato da El Periodico, Luis Cortés ha affermato «siamo agricoltori e non giardinieri».

Alcuni agricoltori hanno scandito slogan dove richiedevano prezzi equi e soluzioni per il settore primario, hanno manifestato vestiti con giubbotti catarifrangenti e hanno mostrato striscioni contro l’Agenda 2030. Secondo quanto riferisce ancora El Mundo l’agricoltore Javier García ha dichiarato «chiediamo prezzi equi perché non possiamo competere contro prodotti provenienti da Paesi terzi che fanno concorrenza sleale, ma soprattutto contro l’Agenda 2030, che prevede norme ambientali restrittive che attaccano agricoltori e allevatori. In Spagna ci sono anche molte restrizioni a livello nazionale, tralasciando ciò che arriva dall’Europa. Resteremo qui finché non ci ascolteranno».

Il presidente del governo Pedro Sánchez, dal Marocco, non si è pronunciato sulla manifestazione a Madrid e ha annunciato l’invio di una lettera alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per rispondere alle richieste degli agricoltori.

La morte di Navalny: il mistero si infittisce

Secondo quanto affermato dalla BBC, il Cremlino starebbe svolgendo un’indagine sulla morte del principale oppositore di Putin, avvenuta lo scorso 16 febbraio nella prigione in cui era detenuto.

Questa è una delle motivazioni che non ha permesso alla moglie, Yulia Navalnaya, di riavere indietro la salma del marito. Il periodo di tempo richiesto dalle “analisi chimiche” che il governo russo afferma di stare portando avanti sul copro di Navalny è pari a due settimane.

Tuttavia, Yulia Navalnaya afferma con certezza in un video che Vladimir Putin è il responsabile della morte di Navalny, e che il Cremlino sta prendendo tempo affinché le tracce del Novichok spariscano completamente dal suo corpo. «Stanno nascondendo il suo corpo, senza mostrarlo né consegnarlo alla madre, e stanno mentendo. Attendono che le ultime tracce del Novichok, con cui Putin lo ha avvelenato, spariscano». Queste le sue parole, riportate dalla BBC. Lyudmila Navalnaya, la madre di Alexei, si era in effetti recata nella prigione in cui il figlio era detenuto, a nord del Circolo Polare Artico, senza però riuscire a vederlo. Come riporta il Guardian, le autorità le avevano fornito delle informazioni contraddittorie riguardo il luogo in cui si trovava la salma, dirigendola all’obitorio di Salekhard, una città vicino al complesso carcerario, che al suo arrivo era chiuso.

Inoltre, un impiegato ha affermato che la salma del principale oppositore di Putin non è mai arrivata in obitorio, nonostante alcune presunte testimonianze sostenessero il contrario, aggiungendo che il corpo presentava tracce di lividi dovute al tentativo di effettuare un massaggio cardiaco.

«Ci stanno facendo girare in tondo per coprire le tracce» sostiene il portavoce di Navalny, Kira Yarmysh.

Il Cremlino afferma che la causa ufficiale della morte dell’attivista è legata a un problema cardiaco presentatosi improvvisamente durante una passeggiata nel cortile del carcere. Tuttavia, secondo le autorità russe il decesso sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio, mentre lo stesso Navalny aveva affermato che l’unica “ora d’aria” prevista era all’alba, con -40°C.

«Siamo sconvolti dalla morte di Navalny. Avevamo ripetutamente sollecitato la Russia affinché garantisse la sua sicurezza e il suo benessere. Ci siamo sempre opposti alle ingiustificate e illegittime misure disciplinari adottate, così come alle forme di tortura fisica e psicologica da parte delle autorità carcerarie. Navalny è stato lentamente assassinato dal presidente Putin e dal suo regime, che teme più di ogni altra cosa il dissenso da parte del suo popolo. Esigiamo chiarezza. La Russia deve rilasciare immediatamente tutti gli altri prigionieri politici». Questo è quanto affermato in una dichiarazione congiunta della Commissione Europea da Ursula von der Leyen e dal Vicepresidente Borrel.

La malattia di Carlo III: gli assetti si modificano

«Durante il ricovero recente del Re per un ingrossamento benigno della prostata, è sorta una nuova fonte di preoccupazione. Conseguenti test diagnostici hanno identificato una forma di tumore». Questo è quanto affermato dal comunicato ufficiale di Buckingham Palace del 5 Febbraio 2024.

Una doccia fredda e improvvisa per la famiglia Reale che, oltre al recente intervento chirurgico di Sua Maestà, ha visto l’intervento improvviso all’addome della Principessa del Galles, nonché futura Regina, Catherine Middleton.

Il comunicato di Buckingham Palace specifica che il Re ha già iniziato i trattamenti e, durante il periodo delle cure, continuerà a occuparsi degli incontri settimanali col Primo Ministro Sunak, nonchè delle questioni burocratiche. Gli incontri pubblici verranno invece portati avanti dalla Regina. Qualora il Re fosse impossibilitato a svolgere i doveri ufficiali per un periodo di tempo, alcuni membri della Famiglia Reale subentrerebbero come Consiglieri di Stato. Tra questi la Regina Camilla, il Principe del Galles (William), la Principessa Reale (Anna) e il Duca di Edimburgo (Edoardo). Questo è quanto riporta la BBC, specificando inoltre che il Re, dopo l’inizio delle cure, si è subito recato a Sandringham.

Il ruolo di William in questo momento è dunque cruciale, in quanto, quale futuro sovrano d’Inghilterra, sta a lui occuparsi dei doveri a cui si dedicò lo stesso Carlo quando Elisabetta II era ancora viva e temporaneamente impossibilitata a svolgere i suoi compiti.

Le responsabilità da futuro erede al trono hanno perciò costretto il Principe del Galles a un ritorno ai doveri reali dopo circa tre settimane di assenza, durante le quali si è dedicato ai figli e alla moglie Kate, ricoverata nella stessa clinica privata di Carlo. La convalescenza della Principessa sembra però essere più lunga del previsto, in quanto tutti i suoi impegni sono stati cancellati sino a Pasqua. Tuttavia, non si ha nessun comunicato ufficiale di Buckingham Palace riguardo al problema di salute che ha colpito Kate, diversamente da Re Carlo, il quale ha voluto dichiarare apertamente la sua malattia al fine di «prevenire speculazioni e trasmettere conforto e vicinanza ai malati di cancro in tutto il mondo», come si legge nel comunicato.

Attualmente, secondo la CNN, i membri della Famiglia Reale più vicini al Sovrano si stanno occupando dei loro numerosi impegni pubblici, ma potrebbero dover sbrigare ulteriori incombenze in vece di Carlo III.

La vera «sfida» di William in questo momento delicato per la sua famiglia, e nelle settimane che verranno, sarà dunque quella di riuscire a bilanciare i suoi impegni personali e professionali.

Il caso Salis

A Budapest, in Ungheria, la cella che Ilaria Salis condivide con un’altra detenuta «misura meno di 7 metri quadri» e le due sono costrette a «stare 23 ore su 24 in una cella completamente chiusa. Oltre alle cimici da letto, sia le celle che i corridoi sono infestate da scarafaggi e topi». Queste le parole dell’insegnante elementare originaria di Monza, che da circa un anno si trova rinchiusa nel carcere ungherese, come riporta il Guardian. Il caso Ilaria Salis è diventato di stampo internazionale quando il padre, Roberto Salis, ha deciso di mostrare le lettere inviategli dalla figlia riguardo alla situazione precaria e alle ingiustizie del carcere. A sconvolgere l’opinione pubblica è soprattutto un video che mostra Ilaria, in tribunale, con mani e piedi incatenati e una sorta di “guinzaglio” col quale viene tenuta da una poliziotta.

Salis è accusata di aver preso parte a un’aggressione contro alcuni neonazisti durante un raduno annuale a Budapest, il cosiddetto “Day of Honour”, una commemorazione dei caduti ungheresi durante l’assedio di Budapest del 1945.

«Sono stata lasciata senza carta igienica, sapone e assorbenti» sono alcune delle testimonianze della donna nelle lettere al padre. La BBC riporta le parole del servizio carcerario ungherese, il quale respinge le accuse della Salis come «false», aggiungendo che «le celle sono sottoposte a controlli di igiene costanti» e «i prigionieri ricevono un appropriato servizio sanitario». Riguardo quest’ultimo punto, Salis specifica nelle sue lettere che avrebbe dovuto effettuare una mammografia a metà marzo, ma non le è stato concesso fino a metà giugno. Inoltre, la donna afferma di non aver mai ricevuto i risultati, consegnati dalla clinica direttamente al medico carcerario, il quale si rifiuta di inviarli all’avvocato. Salis, per giunta, non ha mai potuto vedere il video dell’aggressione di cui è accusata, ed è stata costretta a firmare dei documenti in ungherese, senza traduzione.

Davanti alle accuse del padre e ai commenti del ministro degli Esteri Tajani, il quale afferma che «siamo nell’Unione Europea e i cittadini hanno diritti che devono essere rispettati», il portavoce del governo ungherese Zoltán Kovács scrive su X: «Certo, (Ilaria) era legata in tribunale, e sì, aveva già scontato 11 mesi in carcere. Ma si può davvero parlare di “trattamento inumano”? No, non direi. Piuttosto, di trattamento adeguato alla gravità del crimine di cui è accusata».

Il caso Salis è stato preso in considerazione dal Governo italiano che, durante un bilaterale Italia-Ungheria, ha esposto la questione al presidente Orbán. Quest’ultimo ha ribadito di potere soltanto chiedere un trattamento migliore in carcere, poiché la magistratura ungherese è indipendente dall’esecutivo. Inoltre, Roberto Salis è stato ricevuto dal Ministro degli Esteri Tajani e dal Ministro della Giustizia Nordio. L’obiettivo è quello di portare Ilaria ai domiciliari in Italia. Tuttavia, entrambi i ministri hanno ribadito che «i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono qualsiasi interferenza sia nella conduzione del processo sia nel mutamento dello status libertatis dell’indagato».

Allo stato attuale, Salis rischia 11 anni di carcere.

Social media sotto processo

Gli amministratori delegati dei principali social media, quali Facebook e Instagram, TikTok, Snapchat, Discord e X, sono comparsi davanti al Senato americano per un’udienza sulla tutela di bambini e adolescenti online. Le accuse da parte dei senatori sono molto forti, e non sono da meno quelle dei genitori delle vittime di suicidio a causa dei social. Durante l’udienza, infatti, la platea era gremita di madri e padri con in mano le foto dei loro figli scomparsi, dopo aver subito ricatti sessuali o aver contratto malattie mentali come disturbi del comportamento alimentare, causati dalla promozione sui social di standard di bellezza surreali.

Si tratta di un «raro momento di unione» di democratici e repubblicani, come afferma Al Jazeera. L’accusa mossa agli amministratori dal presidente democratico della commissione giudiziaria, Dick Durbin, è che siano responsabili di molti pericoli che i bambini e le bambine incontrano in rete. «il loro fallimento nell’investire adeguatamente sulla sicurezza, il loro perseguire costantemente profitti piuttosto che creare sicurezza, hanno messo in pericolo i nostri figli e nipoti».

Il Senatore repubblicano Hawley si è poi rivolto a Zuckerberg, domandandogli se avesse mai ricompensato le famiglie per ciò che avevano vissuto, e se volesse porre delle scuse.

«Mi dispiace per tutto ciò che avete passato. Nessuno dovrebbe patire tutto quello che voi e le vostre famiglie avete patito». Queste le parole dell’informatico e imprenditore statunitense, nonché CEO di Meta, che si è girato verso le famiglie delle vittime per presentare le sue scuse, le quali, secondo quanto affermato dall’analista Matt Navarra alla BBC, «non porteranno a niente di concreto in fatto di regolamentazione social».

Le scuse di Zuckerberg si aggiungerebbero a una lunga lista che risale ai tempi in cui l’imprenditore fondò Facebook, nel 2004. Al Jazeera riporta un esempio recente, quando nel 2018 Zuckerberg dovette scusarsi per problemi riguardanti la privacy e i dati degli utenti. Era stato scoperto, infatti, che Facebook aveva permesso a un’applicazione di inviare le informazioni degli utenti alla Cambridge Analytica, una società di consulenza politica britannica accusata di aver utilizzato i dati di milioni di utenti Facebook per influenzare le elezioni politiche.

Ad ogni modo, Mark Zuckerberg e Shou Zi Chew (Ceo di TikTok) sono stati gli unici ad accettare volontariamente di testimoniare, mentre gli amministratori di Snapchat, X e Discord hanno ricevuto un mandato di comparizione, in quanto avevano inizialmente negato la loro partecipazione.

Inoltre, in vista dell’udienza, Meta aveva annunciato delle nuove misure di sicurezza, tra cui quelle sui minori, che d’ora in poi non potranno, di default, ricevere messaggi da sconosciuti su Instagram e Messenger.

La difesa degli amministratori delegati si è conclusa con la citazione del numero degli addetti alla moderazione dei contenuti, pari a 40 mila per Meta e TikTok, che vantano il maggior numero di iscritti, e a 2300 per Snapchat. Seguono X con 2000 e Discord con un centinaio.

Musk lancia “Telepathy”, un chip nel cervello umano

È stato impiantato dalla Neuralink il primo chip in un cervello umano. «I risultati iniziali mostrano un promettente rilevamento dell’attività neuronale». Queste le parole dell’imprenditore miliardario, che lunedì 29 gennaio ha scritto su X il primo aggiornamento dopo l’intervento chirurgico a un volontario. Secondo il Guardian, Musk aveva ricevuto a settembre il via libera da parte della Food and Drug Administration (FDA) statunitense alla sperimentazione sugli esseri umani del chip da impiantare nel cervello.

L’obiettivo ultimo, allo stato attuale, è quello di connettere il cervello al computer per permettere alle persone affette da malattie neurologiche importanti, con paralisi agli arti, di utilizzare dispositivi esterni. Questo avverrebbe grazie al riconoscimento da parte del chip dell’attività neuronale, e quindi delle intenzioni di movimento degli arti.

«Il chip permetterà di controllare il proprio smartphone, il computer e, attraverso questi, un qualsiasi altro dispositivo, semplicemente con il pensiero». «I primi utenti a beneficiarne saranno coloro che hanno perso l’uso delle gambe». Per questo motivo la decisione di chiamare il nuovo prodotto “Telepathy” (Telepatia).

Tuttavia, quella di Musk non è un’assoluta novità. Memorabile, infatti, è il traguardo raggiunto dall’École Polytechnique Fédérale in Lausanne (EPFL), l’università e istituto di ricerca svizzero che ha permesso a un paralitico di camminare con la forza del pensiero, grazie a degli impianti elettrici innestati in cervello e spina dorsale capaci di comunicare in modalità wireless i pensieri a gambe e piedi. Questo quanto riportato dalla BBC, che ha intervistato la Neuralink, l’azienda fondata da Musk, specializzata nello sviluppo di interfacce cervello-computer. Secondo quanto affermato da quest’ultima, l’impianto è il frutto di sei anni di test effettuati su un robot, al quale sono stati impiantati 64 fili flessibili, più sottili di un capello, in una parte del cervello che controlla le intenzioni di movimento. Questi fili permettono all’impianto, che si ricarica in modalità wireless attraverso una batteria, di registrare e trasmettere i segnali cerebrali a un’applicazione, la quale decodifica come la persona intende muoversi.

Secondo Anne Vanhoestenberghe, professoressa di dispositivi medici impiantabili attivi al King’s College di Londra, «sono molte le aziende che lavorano a prodotti interessanti» ma «solo alcune hanno impiantato i loro dispositivi in esseri umani; perciò, la Neuralink si è unita a un gruppo piuttosto piccolo». Tuttavia, prosegue, «il vero successo a mio parere dovrebbe essere valutato nel lungo termine, sulla stabilità dell’interfaccia nel tempo e sul reale beneficio dei partecipanti».

Critiche arrivano anche dallo stesso Guardian, secondo cui Musk avrebbe un passato di promesse audaci ma alcuni problemi nel mantenerle. L’esempio fornito ai lettori risale a una predizione di Musk del 2016, secondo il quale entro i due anni successivi una Tesla sarebbe stata in grado di guidare in autonomia da New York a Los Angeles. Inoltre, nel 2017 l’imprenditore aveva affermato che il primo prodotto della Neurolink sarebbe stato in vendita sul mercato entro i quattro anni successivi. Così non è stato, ma il fatto che il primo intervento sia stato già realizzato rappresenta per molti studiosi una “pietra miliare” nel raggiungimento di un grande obiettivo.

Al via il Piano Mattei

Il Senato ha accolto nella giornata di lunedì 29 gennaio diversi capi di Stato e ministri africani, in un vertice nel quale è stato annunciato ufficialmente un nuovo piano strategico. A rappresentare l’Europa, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola.

Il piano sopracitato, “Piano Mattei”, prende il nome dal fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, e prevede «un ambizioso programma di interventi che sia capace di aiutare il Continente a crescere e prosperare partendo dalle sue immense risorse». Queste le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo discorso riportato dalla pagina della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Meloni chiarisce le «cinque grandi priorità di intervento: istruzione e formazione; salute; agricoltura; acqua ed energia». L’obiettivo è quello di incentivare uno sviluppo comune dei due Paesi, italiano e africano, in un’ottica di cooperazione. Il DDL sul Piano Mattei riassume gli obiettivi condivisi: «promuovere una crescita comune, incentivare la creazione di opportunità di lavoro, migliorare l’istruzione e la formazione professionale sono priorità cruciali per avviare un circolo virtuoso di investimenti, sviluppo e crescita reciproca, capace di assicurare alle giovani generazioni africane il diritto a non emigrare e a rimanere nella propria Patria per contribuire al suo futuro».

Un punto cruciale per l’Italia (e per l’Europa in generale) è senza dubbio quello riguardante l’energia. Il Piano Mattei difatti si propone di fare dell’Italia un hub di rifornimento energetico per l’Europa, sempre nell’ottica dello sviluppo comune: il continente africano verrà assistito dall’Italia nella produzione di energia sufficiente al proprio sostentamento e, in cambio, esporterà in Europa (attraverso l’Italia) quella in eccesso.

Questo permetterà all’Africa di generare ricchezza, e all’Europa di avere un fornitore energetico diverso dalla Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di quest’ultima.

La Presidente von der Leyen si dice «profondamente grata all’Italia per aver fatto della cooperazione con l’Africa il cuore della propria politica estera». Aggiunge inoltre nel suo discorso che «tutti noi abbiamo bisogno di energia pulita e di adattarci al cambiamento climatico. Tutti noi vogliamo fermare le tragiche morti lungo le rotte migratorie. Perciò non è solo la geografia ad unirci ma anche l’impegno a garantire benefici reciproci ai nostri popoli». Queste alcune delle sue parole nel discorso pronunciato durante il summit, riportate dal sito della Commissione europea.

Non sono mancate le critiche da parte dell’opposizione, che ha definito il Piano una “scatola vuota”, o ancora una “nuova politica di stampo neo coloniale”. Critiche anche da leader africani presenti al summit, che affermano di non essere stati consultati nella realizzazione del piano, e di aspettarsi “fatti, non parole”, come riporta la CNN. Meloni a riguardo ha tenuto a specificare che «non si tratta di un Piano concepito come una scatola chiusa, da imporre e calare dall’alto» ma di un «approccio non predatorio, né caritatevole». «Un approccio tra pari».

Elezioni Taiwan: la posizione della Cina

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Il 2024 si apre con le nuove elezioni nella Repubblica di Cina. Il nuovo presidente Lai dichiara di voler seguire la linea del suo precursore, Tsai. In sostanza: non auspica la riunificazione. 

Xi Jinping, invece, continua a rivendicare l’isola come parte della sua nazione e queste elezioni potrebbero esacerbare i rapporti, di per sé già tesi. Per il presidente cinese, Lai non è altro che un “piantagrane e separatista”, come riporta la BBC, e un faccia a faccia tra i due non pare sia contemplato al momento. D’altronde i canali di comunicazione sono interrotti dal 2016, ricorda il reporter da Taiwan.

Le relazioni, dunque, potrebbero farsi più aspre, la Cina potrebbe attuare strategie quali pressione economica e restrizioni commerciali più incalzanti per le nazioni che appoggiano e riconoscono Taipei indipendente; intensificare la minaccia militare via mare, facendo leva anche sull’inferiorità militare e di risorse dell’isola, delle quali quest’ultima ne è consapevole.  

“我们的未来将由我们自己决定”, ovvero “il nostro futuro dipende da noi stessi”, questa una frase riportata dal discorso di uno dei sostenitori che sottolinea il desiderio taiwanese comune di indipendenza e altresì sottolinea come la componente giovanile sia stata d’impatto nelle elezioni, nonostante i tentativi da parte della Cina di minare la campagna elettorale. La Cina avrebbe volentieri preferito la vittoria del Kuomintang, ossia l’opposizione, con il quale nel peggiore dei casi avrebbe avuto quantomeno un confronto. La suddetta opposizione teme l’attacco della Cina, motivo per cui nelle campagne si è dimostrata non tanto favorevole alla riannessione quanto propensa a mantenere i rapporti pacifici. I partiti avversi accusano il KMT di essere debole e poco propenso a proteggere l’identità nazionale di Taiwan. Insomma, Xi non si fa intimorire della salita al potere di Lai, ma nemmeno quest’ultimo ha intenzione di rendersi vulnerabile alle minacce del primo.   La situazione attualmente risulta statica nella tensione persistente, senza nessun segnale di guerra o di ulteriore fermento. Si attendono i prossimi mesi, l’insediamento del presidente e le azioni e gli interventi da parte delle altre nazioni.  

Significativa la posizione degli Stati Uniti, che dichiarano però di sostenere Taiwan in una sovranità di fatto e non in un’indipendenza vera e propria, confermata dalla visita non ufficiale di una delegazione americana sull’isola. 

Le sorti sembrano muoversi su un filo sottile e impercettibile e ogni minima tensione potrebbe risultare significativa.  

Cosa succederebbe se la Cina volesse attaccare? Che ruolo avrebbero gli Stati Uniti, tra l’altro in questo 2024 impegnati nelle elezioni presidenziali?  

L’Italia e il grave problema dei femminicidi

Il 25 novembre è stata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita dall’ONU in onore delle sorelle Mirabal: Patria, Minerva e Maria Teresa, attiviste uccise il 25 novembre 1960 dalla dittatura di Trujillo in Repubblica Dominicana. Numerose sono state le manifestazioni nelle principali città italiane, organizzate dal movimento “Non Una Di Meno”, con nutrita affluenza da parte di giovani e meno giovani.

Pochi giorni prima, il 18 novembre, era stato rinvenuto il corpo senza vita di Giulia Cecchettin, 102ª vittima di femminicidio su suolo italiano nel 2023, in pratica una ogni tre giorni. 87 di queste sono state uccise in ambito familiare e affettivo. Sebbene si trattasse di uno scenario già tristemente noto, l’Italia intera si è fermata e ha invocato per l’ennesima volta giustizia. Colpisce la nonchalance di alcuni, come i familiari dell’assassino Filippo Turetta, che fino all’ultimo lo definivano solo «un po’ possessivo» o dichiaravano che lui volesse bene a Giulia, tant’è che «le faceva i biscotti», secondo quanto riferito dal legale di Turetta. Continua a non essere una novità l’approccio dei media italiani ai casi di femminicidio: hanno continuato a concedergli il beneficio del dubbio chiamandolo «presunto assassino» fino all’ultimo. Ancor di più, insistendo nella pubblicazione di foto di coppia della vittima con il suo assassino, ritratti in momenti “felici”. Non sono nemmeno mancate polemiche alla Rai che, come riporta L’Espresso, ha l’abitudine ad assumere atteggiamenti incoerenti a riguardo. Per citarne uno, la comparsa del logo “La Rai dice basta alla violenza sulle donne”, con contestuale invito come ospite a Domenica In alla senatrice leghista Simonetta Matone, nota al pubblico per incolpare le madri che subiscono senza ribellarsi.

Non Una Di Meno invece dichiara che «la risposta è in una trasformazione radicale delle condizioni culturali e sociali che producono violenza, abusi, discriminazione e marginalizzazione delle donne, delle soggettività LGBTQIA+ e migranti». In tal senso, sarebbe intervenuto il Ministero dell’Istruzione presentando il piano “Educare alle relazioni”, seppur risulti inconcludente secondo i più, tanto da essere definito «infimo» dalla deputata del PD Rachele Scarpa sui social. I percorsi di educazione non saranno infatti obbligatori, ogni scuola potrà scegliere se farli, e in tal caso, in orari extracurricolari, previa autorizzazione dei genitori. Inoltre, non saranno coinvolti professionisti ma i soli docenti dopo aver svolto una formazione.

Non mancano, inoltre, numerose testimonianze via social di tutte quelle donne che denunciano e cercano aiuto, ma che non si sentono protette dalle istituzioni. In particolare, hanno suscitato clamore i commenti al post contro la violenza sulle donne pubblicato dalla Polizia di Stato, in cui migliaia di donne italiane hanno denunciato episodi di totale inadeguatezza nella gestione delle loro richieste.

In questo clima di incertezza, continuano ad aumentare i femminicidi, con altre quattro donne uccise subito dopo Giulia Cecchettin. Secondo l’Istat, il 20% degli uomini ancora si ostina a essere convinto che la violenza sia provocata dal modo di vestire delle donne. Aumenta inoltre il numero di orfani speciali, così come vengono definiti i minori che hanno assistito all’omicidio di uno dei due genitori, come anche gli assassini che beneficiano di sconti di pena. È esattamente quanto accaduto a Oscar Pistorius, ex campione paralimpico sudafricano, scarcerato anticipatamente nelle scorse settimane con la condizionale, appena dieci anni dopo aver ucciso la fidanzata, Reeva Steenkamp. 

António Guterres: «Il Consiglio di sicurezza deve premere per evitare una catastrofe umanitaria»

Il 6 dicembre 2023 il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha inviato una lettera al presidente del Consiglio di Sicurezza, José Javier De la Gasca, sollecitando una risoluzione per un cessate il fuoco a Gaza, come riporta il sito delle Nazioni Unite. La situazione nella Striscia ha raggiunto un livello critico tale che il Segretario Generale ha dichiarato il «severo rischio del collasso del sistema umanitario». La decisione di invocare l’articolo 99 è stata descritta come una drammatica mossa costituzionale da Stéphane Dujarric, Portavoce di Guterres. Il suddetto articolo è considerato uno degli strumenti più forti e, per questo, raramente utilizzato che dichiara che il Segretario Generale «può portare all’attenzione del Consiglio di Sicurezza qualsiasi questione che, a suo parere, possa minacciare il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale», come si può leggere nella Carta delle Nazioni Unite, Capitolo XV. L’articolo 99 è stato invocato solamente due volte nella storia delle Nazioni Unite, riporta il The National News, la prima nel 1960 a causa della crescente violenza in Congo, e successivamente nel 1989 verso la fine della guerra civile in Libano. È chiaro quindi che questo potere è stato pensato per riportare l’attenzione del più alto organo dell’ONU alle situazioni in cui la pace e la sicurezza internazionali sono in grave pericolo.

La richiesta urgente di António Guterres arriva alla luce della recente escalation del conflitto israelo-palestinese dopo la pausa umanitaria concessa per l’ingresso del supporto umanitario, essenziale per la popolazione stremata dai costanti attacchi, e per lo scambio di prigionieri da parte di Hamas e del governo di Tel Aviv, dal 24 Novembre al 1 dicembre 2023. È proprio nella mattina del 1 dicembre che l’esercito israeliano non solo ha ripresto i bombardamenti al nord della Striscia, la zona più colpita dall’inizio del conflitto, ma ha anche intensificato i raid aerei nel sud di Gaza nel tentativo di piegare Hamas, come riporta la rassegna geopolitica di Limes del 5 dicembre. L’intensificarsi degli attacchi sembra aprire una seconda fase del conflitto che, come ha dichiarato il portavoce del governo israeliano Eylon Levy, citato in un articolo di Reuters, sarà militarmente più intensa. La decisione di Guterres di evidenziare la necessità di un immediato cessate il fuoco è stata duramente criticata dall’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Gilad Erdan, che in un post su X ha dichiarato che il Segretario Generale ha raggiunto un «nuovo minimo morale» accusando inoltre Guterres di avere un pregiudizio nei confronti di Israele. Anche Eli Cohen, Ministro degli Affari Esteri israeliano, sempre su X il 5 dicembre, ha accusato l’ONU di avere un pregiudizio nei confronti di Tel Aviv e ha revocato il visto di residenza alla coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite Lynn Hastings.

L’articolo 99 è stato invocato non solo per la grave situazione umanitaria nella Striscia, ma anche per le implicazioni che questo conflitto può avere sulla stabilità della regione intera. A questo proposito, il The National News riporta che una delle preoccupazioni principali resta quella di un allargamento del conflitto in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Questo timore è chiaramente condiviso da Guterres che nella sua lettera ribadisce che la guerra potrebbe avere delle implicazioni irreversibili per i palestinesi e per la pace e la sicurezza in tutta la regione. Nonostante resti contestata l’uso da parte del Segretario Generale di questo potente strumento, Al Jazeera riporta che gli Emirati Arabi Uniti, membri del Consiglio di sicurezza, hanno già presentato una nuova bozza di risoluzione al Consiglio e hanno chiesto l’adozione urgente di una risoluzione per il cessate il fuoco umanitario.

La Russia dichiara organizzazione estremista il movimento internazionale LGBTQ+

Il 30 novembre la Corte Suprema della Federazione Russa ha dichiarato organizzazione estremista il Movimento internazionale LGBTQ+. Secondo quanto riporta il portale di informazione Meduza, la Corte ha ritenuto valida la richiesta del Ministero della Giustizia, secondo il quale l’attività del movimento LGBTQ+ avrebbe un orientamento estremista volto a scatenare provocazioni sociali e religiose.

La discriminazione della comunità LGBTQ+ in Russia va avanti da molti anni. Nel 2013 fu varata una legge che vietava la “propaganda gay” tra i minorenni, estesa poi alle persone di qualsiasi età con il divieto di propaganda delle relazioni sessuali non tradizionali e della pedofilia. A inizio 2023 il governo ha iniziato a multare determinate piattaforme online con l’accusa di propaganda LGBTQ+ per la proiezione di alcuni film e serie tv e, a giugno dello stesso anno, il presidente Putin ha firmato una legge contro il cambio di genere. Da quel momento, le persone transgender non possono più sottoporsi a interventi per la riassegnazione del sesso, modificare il proprio genere sul passaporto e adottare bambini.

Secondo quanto riferito a Meduza dall’attivista per la difesa dei diritti nell’ambito del progetto “Pervy’ otdel” Valerija Vetoškina, questo movimento non esiste: non si tratta di un’organizzazione registrata in Russia, non possiede un proprio statuto o documenti che permetterebbero, almeno in teoria, di definirla tale e di condannarla. Tuttavia, qualora una persona dovesse fare attivismo LGBTQ+, le autorità potrebbero perquisire le sue reti sociali e raccogliere informazioni sulle sue attività. In questo modo, si rischia fino a 10 anni di reclusione.

Secondo quanto riportato a BBC Russian da Ksenija Michajlova, avvocato per i diritti delle persone LGBTQ+, i singoli individui non saranno ritenuti legalmente responsabili e accusati di estremismo per il modo in cui conducono la propria vita privata o in quanto parte della comunità, né per il fatto di parlarne apertamente. Tuttavia, non si conoscono le argomentazioni avanzate dal Ministero della Giustizia alla Corte Suprema poiché la sessione si è svolta a porte chiuse.

Nonostante queste rassicurazioni, Mediazzzona riporta le parole dei canali Telegram “Ostorožno, Moskva” e Sota, secondo i quali nella notte del 2 dicembre si sono verificate irruzioni in alcuni locali e saune gay della capitale: gli ufficiali di polizia sono entrati con il pretesto di verificare la presenza di droga, hanno controllato i documenti dei presenti e registrato i dati dei passaporti dei cittadini stranieri. Di conseguenza, altri locali hanno comunicato una riduzione dell’attività o la chiusura a causa della nuova legge.

Sudan: continua la crisi umanitaria

In Sudan torna lo spettro della pulizia etnica, effetto della rivoluzione che ha portato i militari a spodestare il dittatore Omar al-Bashir nell’aprile 2019, che è stata seguita da un colpo di stato che ha rimosso i leader civili e poi, questa primavera, dallo scoppio della guerra tra l’esercito del Sudan e le forze paramilitari. A un ritmo incessante, lo scontro tra l’esercito del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di supporto rapido (RSF) del tenente generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, si è diffuso in tutto il paese. Si stima che finora siano state uccise più di 10.000 persone e 4,8 milioni sfollate all’interno del paese, mentre altri 1,2 milioni sono fuggiti nei paesi vicini. La coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per il paese, Clementine Nkweta-Salami, ha dichiarato che all’inizio di questo mese la violenza contro i civili è “al limite del male puro”. L’avidità di risorse e di potere, le rivalità e gli odi di lunga data, alimentano il fuoco. Si ritiene, infatti, che più di 1.000 membri della comunità Masalit siano stati uccisi ad Ardamta, nel Darfur occidentale, all’inizio di novembre dalle RSF e dalle milizie arabe alleate.

Quello che per alcuni mesi è sembrato uno stallo nella guerra più ampia si è trasformato con drammatici guadagni da parte delle RSF nelle ultime settimane in Darfur e altrove nell’ovest, e avanza nelle ex roccaforti dell’esercito. Funzionari statunitensi, europei e africani ritengono che le spedizioni di armi dagli Emirati Arabi Uniti e attraverso il Gruppo Wagner siano state fondamentali, anche se gli Emirati Arabi Uniti affermano di non equipaggiare nessuna delle due parti. Anche il sostegno dell’Egitto all’esercito sudanese, sebbene meno sostenuto, ha aggravato il conflitto. Come affermato dal Guardian, i governi occidentali dovrebbero fare pressione su Abu Dhabi e Il Cairo affinché si ritirino. Una prospettiva è che il Sudan possa effettivamente essere diviso in due zone, come è successo in Libia.

Anche il compito fondamentale di nutrire i rifugiati non è adeguatamente affrontato: l’ONU ha avvertito che il cibo, per il mezzo milione di persone che sono fuggite in Ciad, finirà il mese prossimo senza ulteriori finanziamenti. Funzionari e analisti avvertono della mancanza di impegno internazionale e dell’urgenza quando si tratta di trovare una via d’uscita da questo conflitto. Anche se entrambe le parti apparentemente volevano riprendere i colloqui a Jeddah, le speranze di una svolta sono basse. In mezzo a tutto questo, gli innocenti sono terrorizzati, e l’aspirazione a un governo civile sembra un sogno che si allontana. I generali, però, hanno dimostrato di non essere né adatti a governare il Sudan, né in grado di farlo.

Accordo tra Israele e Hamas: temporaneo cessate il fuoco a Gaza

Dopo settimane di negoziati segreti tra i rappresentanti di Hamas e Netanyahu, mediati da ufficiali di Washington e Doha, le parti sembrano giunte ad un accordo che dovrebbe entrare in vigore nella mattinata del 23 novembre, ha riportato il The Watcher Post. L’accordo, autorizzato dal Gabinetto israeliano, prevede un cessate il fuoco di quattro giorni, estendibile a cinque, e il rilascio di 150 ostaggi palestinesi, tra cui donne e bambini, detenuti nelle prigioni israeliane e 50 ostaggi israeliani catturati da Hamas il 7 ottobre scorso, sempre donne e bambini, riporta l’ISPI in un articolo del 22 novembre. Israele ha anche accettato di consentire l’ingresso di ulteriore carburante a Gaza e di significative quantità di aiuti umanitari, che sono stati limitati a causa della guerra in corso. Hamas ha dichiarato che, come parte del cessate il fuoco, Israele interromperà i voli dei droni sul sud di Gaza e li effettuerà solo nel nord dell’enclave, lo riporta il The Times of Israel il 22 novembre.

La decisione per una tregua approvata da una maggioranza nel Gabinetto israeliano ha però diviso la forza politica di Tel Aviv trovando le critiche delle fazioni di ultradestra che hanno definito l’accordo con Hamas un disastro, riporta l’ISPI. Netanyahu però ha dichiarato più volte e molto fermamente che la tregua non rappresenta la fine della guerra e che Israele continuerà a combattere finché i suoi obbiettivi di eliminare Hamas, riportare a casa gli ostaggi e garantire che Gaza non sia più una minaccia alla sicurezza dello Stato di Israele non saranno raggiunti, riporta sempre il The Times of Israel.

Nell’accordo non si discute del possibile cessate il fuoco anche sul fronte libanese, ma Hezbollah ha dichiarato che fintanto che Israele rispetterà di sospendere i bombardamenti e gli attacchi militari, il gruppo libanese non attaccherà al confine con Israele, riferisce i24news in un articolo del 22 novembre.

Nonostante questa sia solo una momentanea sospensione del sanguinoso conflitto che vede, ad oggi, più di 14 mila vittime palestinesi, la premier Meloni si dichiara sollevata dall’accordo sugli ostaggi e dal cessate il fuoco, rimarcando la necessità di una pausa umanitaria per consentire l’accesso di aiuti a Gaza, come riporta Euronews.

Il sollievo del mondo e la stessa tregua siglata il 22 novembre sembrano però già vacillare. Riportano varie fonti italiane e internazionali, tra cui Sky Tg24 e il Reuters, nelle prime ore del 23 Novembre, che l’attuazione della tregua molto probabilmente slitterà a venerdì 24 novembre per la mancata ratifica dell’accordo da parte di Hamas e la mancata pubblicazione della lista degli ostaggi palestinesi che dovrebbero essere liberati. Riporta sempre Sky Tg24 che la Casa Bianca e fonti israeliane sembrano però aver confermato che la tregua avverrà e lo slittamento è dovuto a questioni amministrative in via di risoluzione.

No alla deportazione in Ruanda dei richiedenti asilo del Regno Unito

Mercoledì 15 novembre la Corte suprema britannica ha bocciato all’unanimità il progetto del governo di deportare in Ruanda i richiedenti asilo. Applicando, così, una precedente sentenza della corte d’appello che aveva stabilito che tale politica – che è stata duramente condannata dagli organismi umanitari – non era legale. Il progetto era stato annunciato per la prima volta nell’aprile 2022, ma è stato oggetto di cause e diatribe legali per cui non si è riusciti a espellere una sola persona. Tale piano per il Ruanda è stato svelato in risposta all’aumento del numero di pericolose traversate su piccole imbarcazioni effettuate dai richiedenti asilo attraverso il Canale della Manica. Il tasso di attraversamenti è aumentato rapidamente negli ultimi anni, una tendenza che il premier Sunak si era impegnato a invertire.

Sunak ha, inoltre, dichiarato che avrebbe invece cercato di siglare un trattato formale con il Ruanda – una mossa che sarebbe soggetta a un ulteriore controllo legale – e avrebbe introdotto una “legislazione di emergenza” che consentirebbe al parlamento britannico di dichiarare unilateralmente il Ruanda un paese sicuro. I giudici, invece, hanno stabilito che il Ruanda non poteva essere considerato un paese sicuro in cui inviare i richiedenti asilo, come ha sostenuto il governo, perché c’era il rischio che i veri rifugiati venissero rimpatriati nei paesi da cui erano fuggiti. Inoltre, come ha affermato la CNN, il Ruanda è stato criticato per «esecuzioni extragiudiziali, morti in custodia, sparizioni forzate e torture».

La decisione della corte è stata celebrata da gruppi umanitari che si erano a lungo opposti al piano come Care4Calais, che sostiene i rifugiati nel Regno Unito e in Francia, che ha affermato che la sentenza «dovrebbe porre fine a questo stigma vergognoso nella storia del Regno Unito». Inoltre, Medici Senza Frontiere ha detto che la sentenza è un «risultato incoraggiante», aggiungendo: «Il nuovo ministro dell’Interno ha ora la possibilità di abbandonare questo approccio inutilmente crudele e concentrarsi invece sulla fornitura di percorsi sicuri per coloro che cercano rifugio nel Regno Unito. Questo è l’unico modo realistico e umano per ridurre il numero di persone che rischiano la vita nella Manica».

La Corte d’appello di Palermo ufficializza l’adozione gay: condannati Ministero dell’Interno e Comune

Lo scorso 16 novembre, la Corte d’appello di Palermo ha accolto i ricorsi di due famiglie arcobaleno che avevano adottato quattro bambini in Inghilterra. L’odissea era cominciata oltre 10 anni fa, nel 2012, quando una coppia formata da un cittadino italiano e uno inglese decideva di adottare due bambini britannici. Più tardi, nel 2015 e nel 2017, un’altra coppia, formata da un italiano e un francese seguiva la stessa procedura. Il problema principale era rappresentato dal fatto che l’adozione avvenuta negli stati che la permettono non poteva essere trascritta nei registri italiani a causa della legge vigente.

Tuttavia, il Comune di Palermo ignorava una serie di norme internazionali che riconoscono automaticamente la trascrizione dell’adozione fatta in un altro Paese, adducendo che non erano presenti chiare disposizioni da parte del Ministero dell’Interno. Tenendo presente il quadro normativo italiano, si fa invece riferimento alla legge 40/04, che sancisce la possibilità di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistite (PMA) soltanto per le coppie sterili o infertili con componenti maggiorenni, di sesso diverso e coniugati o conviventi in età potenzialmente fertile.

Le coppie si sono dunque rivolte alla Corte d’Appello di Palermo, che ha accolto i due ricorsi presentati da Rete Lenford, associazione di avvocati che si occupa della tutela dei diritti LGBTQIA+, condannando il Ministero dell’Interno e il Comune a pagare alle due coppie un risarcimento di oltre 5.000 euro. 

Casi simili erano stati resi noti lo scorso marzo, quando il Prefetto di Milano aveva chiesto lo stop delle trascrizioni dei certificati di nascita esteri dei figli nati da coppie omogenitoriali e, successivamente, gli uffici giudiziari di Padova avevano deciso di impugnare gli atti di nascita di 33 bambini figli di coppie di due madri registrati dal 2017 ad oggi, in ottemperanza alla circolare n. 3/23. Lo scopo era quello di cancellare dai certificati di nascita i nomi delle madri non biologiche, così come i cognomi di queste ultime attribuiti ai figli. Il sindaco di Padova Sergio Giordani ha continuato comunque a trascrivere i bambini nati da coppie omogenitoriali e, in una recente intervista per La Repubblica, dichiarava:« L’interesse del minore viene prima di tutto: l’idea che a dei piccoli siano negati diritti fondamentali e che siano esposti a gravi discriminazioni è inaccettabile anche moralmente»

La sentenza rappresenta un importante step verso l’allineamento con gli altri stati dell’UE, dal momento che ad oggi solo Italia, Ungheria e Polonia non riconoscono i figli di coppie omogenitoriali fin dalla nascita. La circolare n. 3/23, inoltre, era stata condannata dall’UE, quando l’Eurocamera aveva approvato l’emendamento al testo della Risoluzione sullo Stato di Diritto, a causa delle istruzioni date dal governo italiano al Comune di Milano di sospendere la registrazione delle adozioni delle coppie omogenitoriali. 

 

Marcia contro l’antisemitismo: Emmanuel Macron denuncia un “inutile dibattito” sulla sua assenza

Mercoledì 15 novembre, Emmanuel Macron ha dichiarato che il “dibattito” sulla sua assenza alla marcia contro l’antisemitismo è “inutile”, poiché il suo “ruolo” è quello di “continuare a preservare l’unità del Paese in questo momento”.

Come si legge su Le Monde, il Presidente della Repubblica francese condivide le aspettative della marcia di domenica seppur riconoscendo che il suo ruolo non consiste nel “guidare una manifestazione.” “Il mio ruolo è lavorare per aiutare a liberare i nostri ostaggi”, ha proseguito il Capo di Stato in una conferenza stampa in Svizzera. “E il mio ruolo è continuare, in questo momento, a preservare l’unità del Paese e non mettere mai una parte contro l’altra”, ha insistito.

Il Presidente francese è stato anche interrogato sulla mancanza di chiarezza riguardo alla guerra tra Israele e Hamas, per la quale è stato criticato da alcuni. Ha affermato di difendere una posizione “equilibrata” che “non è mai cambiata”. “Riconosciamo pienamente il diritto di Israele a difendersi e a combattere il terrorismo, ma poiché Israele è una democrazia (…), questo diritto a difendersi deve rientrare nel quadro del diritto umanitario internazionale e rispettare le regole della guerra (…). Non abbiamo mai vacillato”, ha dichiarato.

Questa posizione ” è di non transigere mai sul diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza nella regione, e la Francia ha anche sempre sostenuto le legittime aspirazioni del popolo palestinese e continuerà a lavorare per una soluzione a due Stati”, ha insistito il Presidente.

Rivendico la responsabilità di tutti i discorsi che ho fatto ai vostri colleghi della stampa anglosassone, perché sono in linea con la nostra condanna dei bombardamenti sulle popolazioni civili e con la nostra analoga condanna dell’uccisione di bambini (…) La Francia non ha due pesi e due misure”, ha detto.

Interrogato sulla situazione dell’ospedale Al-Shifa, il più grande della Striscia di Gaza, Emmanuel Macron ha condannato “con la massima fermezza” i bombardamenti sulle infrastrutture civili a Gaza. Ha insistito sul fatto che questo vale “non solo per gli edifici, ma anche per le persone che se ne prendono cura”, ricordando che decine di operatori umanitari e funzionari internazionali sono morti nei bombardamenti intensivi che Israele ha condotto nell’enclave palestinese dopo l’attacco senza precedenti del movimento islamista Hamas al territorio israeliano il 7 ottobre.

L’operazione dell’esercito israeliano sull’ospedale Al-Shifa, che secondo l’esercito ospita una base strategica di Hamas, ha suscitato mercoledì profonda preoccupazione e condanna da parte dei membri della comunità internazionale.

Il Louvre acquisisce un dipinto di Cimabue destinato alla discarica

Un dipinto del XIII secolo trovato appeso sopra i fornelli della cucina di un’anziana donna francese e successivamente venduto all’asta per 24 milioni di euro è stato acquistato dal Louvre dopo un divieto di esportazione, riporta il Guardian

Il museo parigino ha dichiarato che il dipinto pre-rinascimentale, ora una delle opere più antiche della sua collezione, sarà al centro di una mostra nel 2025 dopo quattro anni di sforzi per mantenerlo in Francia.

Il Cristo deriso è stato dipinto dall’artista fiorentino Cimabue intorno al 1280. Si ritiene che sia uno degli otto pannelli di un grande dittico, cinque dei quali sono ancora mancanti.

Il dipinto era destinato alla discarica durante uno sgombero di casa, quando la famiglia del proprietario ha chiamato un esperto per verificare se ci fosse qualcosa di valore nella proprietà. Pensando che l’opera potesse valere fino a 400.000 euro, l’esperto l’ha inviata a uno specialista d’arte di Parigi che ha dichiarato che si tratta di un Cimabue autentico.

Nel 2019, il Louvre sperava di acquistare il dipinto quando è stato messo all’asta, con un valore stimato tra i 4 e i 6 milioni di euro. Il museo ha rinunciato quando il martello è caduto su un’offerta record di 19,5 milioni di euro, per un prezzo di vendita totale di 24 milioni di euro con le spese.

Il ministero della Cultura francese ha prontamente dichiarato l’opera “tesoro nazionale” e ha posto il dipinto sotto un temporaneo divieto di esportazione, dando al Louvre 30 mesi di tempo per raccogliere i fondi necessari all’acquisto.

Cimabue nacque a Firenze e morì a Pisa. Gli viene spesso attribuito il merito di aver insegnato al più famoso artista fiorentino Giotto, che lo eclissò notevolmente, ma alcuni studiosi d’arte contestano questo legame.

Il Cristo deriso misura poco più di 25 cm per 20 cm e raffigura la derisione di Gesù prima della sua crocifissione. È dipinto su uno sfondo a foglia d’oro su un pannello di legno di pioppo.

Sono stati ritrovati solo altri due pannelli della serie: La Flagellazione di Cristo è conservata dalla Frick Collection di New York e La Vergine e il Bambino con due angeli si trova alla National Gallery di Londra. La National Gallery descrive la serie come rappresentante di “un momento cruciale nella storia dell’arte”, quando i pittori italiani si orientarono verso rappresentazioni più realistiche dei loro soggetti.

Si conoscono solo una dozzina di opere attribuite a Cimabue, che non firmava i suoi dipinti.

Al Louvre è già esposto un dipinto di Cimabue molto più grande, la Maestà. Completata anch’essa intorno al 1280, l’opera misura quasi 4,3 metri di altezza per oltre 2,7 metri di larghezza ed è in fase di restauro. Il museo afferma che entrambi i Cimabue saranno esposti nella prima metà del 2025.

Né il Ministero della Cultura né il Louvre hanno fornito dettagli sull’importo pagato per il Cristo deriso o su come è stato raccolto il denaro per acquistarlo, tranne che si è trattato di una “mobilitazione eccezionale” per incoraggiare le donazioni da parte di mecenati a cui sono state offerte esenzioni fiscali.

La proprietaria originaria, novantenne e trasferitasi in una casa di cura, non ha potuto godere dell’improvviso guadagno, essendo morta due giorni dopo l’asta.

Ucraina sempre più vicina all’ingresso nell’Unione Europea

Mercoledì 8 novembre l’Ucraina ha ottenuto il sostegno della Commissione europea per i colloqui sull’adesione dell’Ucraina. Ciò permetterebbe all’Ucraina di avvicinarsi all’adesione all’Unione europea, cinque mesi dopo che i 27 Stati membri le hanno conferito lo status di candidato. Inoltre, come affermato dalla BBC, il capo della Commissione Ursula von der Leyen ha elogiato i suoi «eccellenti progressi, anche se sta combattendo una guerra esistenziale», aggiungendo anche che i colloqui dovrebbero iniziare con la Moldavia e che la Georgia, nel caso approvi le riforme, dovrebbe diventare candidata. La Moldavia e l’Ucraina hanno presentato domanda di adesione nelle settimane successive all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ed entrambe sono diventate candidate a giugno. All’epoca la Georgia era stata scartata per lo status di candidato.

Il presidente Volodymyr Zelensky ha descritto il rapporto della Commissione europea come “storico” e ha affermato che è stato un giorno importante per la nazione. Von der Leyen ha affermato che l’Ucraina ha completato «ben oltre il 90% delle riforme necessarie» che l’UE ha stabilito l’anno scorso, aggiungendo che «l’obiettivo è davvero a portata di mano». È stato anche un giorno da festeggiare in Georgia, ha detto. Si ritiene che il governo di Tbilisi abbia compiuto progressi sufficienti in materia di parità di genere, lotta alla violenza contro le donne e alla criminalità organizzata. Una decisione finale sulle raccomandazioni sarà presa dagli Stati membri dell’Unione europea al vertice di dicembre. I negoziati di adesione all’UE, infatti, sono uno slalom di tecnicismi e avvertimenti e tendono ad essere faticosamente lenti. Per aderire, i paesi candidati devono soddisfare criteri giuridici ed economici rigorosi. Ogni decisione di allargamento richiede il sostegno di tutti i 27 membri dell’UE e qualsiasi paese può bloccare i negoziati in qualsiasi fase, spesso a causa di controversie bilaterali. Il rapporto della Commissione europea, pubblicato mercoledì, raccomanda tuttavia che l’Ucraina debba riformare ulteriormente il modo in cui vengono selezionati i giudici costituzionali, introdurre un’azione più severa contro la corruzione e il riciclaggio di denaro e adottare nuove leggi per frenare l’influenza dei potenti uomini d’affari del Paese, noti come oligarchi.

G7: Il sostegno all’Ucraina non verrà meno

Secondo quanto riportato dalla BBC,I leader dei Paesi del G7 hanno ribadito che il loro sostegno all’Ucraina “non vacillerà mai”, anche in presenza di crescenti tensioni in Medio Oriente.

In occasione di una riunione del G7 in Giappone, i ministri degli Esteri del blocco hanno dichiarato di riconoscere che la Russia è pronta a una lunga guerra, e hanno ribadito che continueranno a sostenere Kiev economicamente e militarmente.

Il gruppo dei Paesi ricchi è stato in prima linea nelle sanzioni contro Mosca dopo l’invasione dello scorso anno. A Tokyo, i governi dei Paesi del G7 – Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Giappone, Canada e Stati Uniti – e i rappresentanti dell’Unione Europea hanno affermato che la guerra tra Israele e Gaza non dovrebbe distrarre dal sostegno all’Ucraina.

Secondo un comunicato del ministero degli Esteri giapponese, i leader hanno concordato sulla necessità di imporre severe sanzioni alla Russia e di continuare a sostenere l’Ucraina, “anche nell’attuale situazione internazionale” – un riferimento alla situazione in Medio Oriente.

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato che il blocco è “unito nella [sua] condanna della guerra della Russia”. Ma la forte retorica nasconde tensioni crescenti mentre la guerra si trascina.

Kiev è sempre più preoccupata che la “stanchezza da Ucraina” dei Paesi occidentali stia erodendo la sua capacità di tenere a bada le forze russe.

Ulteriori finanziamenti statunitensi per l’Ucraina, pari a circa 60 miliardi di dollari (49 miliardi di sterline), richiesti dal presidente Joe Biden, sono stati bloccati dall’opposizione dei membri repubblicani del Congresso. I funzionari americani affermano che gli aiuti attuali si esauriranno entro poche settimane, con conseguenze potenzialmente disastrose per l’Ucraina.

La premier Georgia Meloni ha fatto notizia la scorsa settimana quando ha detto a dei comici russi che fingevano di essere funzionari dell’Unione Africana che la “stanchezza” per la guerra in Ucraina stava aumentando. “Siamo vicini a quel momento in cui tutti capiscono che abbiamo bisogno di una via d’uscita”, ha detto.

Il primo ministro slovacco Robert Fico, insediatosi il mese scorso, ha interrotto le forniture di armi all’Ucraina da parte del suo Paese.

Anche l’unità interna ucraina mostra segni di tensione. Questo mese, i disaccordi tra il presidente Volodymyr Zelensky e il comandante delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny, sono usciti allo scoperto dopo che Zaluzhny ha dichiarato in un’intervista che la guerra ha raggiunto uno “stallo”.

In risposta, Zelensky ha lanciato un appello agli ucraini “a non annegare nelle lotte intestine”. Nel frattempo, mercoledì un collaboratore russo è stato ucciso da un apparente attacco con autobomba nell’Ucraina occupata.

Mikhail Filiponenko, ex capo di una milizia separatista, è morto in un’esplosione nella città di Luhansk. L’intelligence militare ucraina ha affermato di essere coinvolta nell’attacco insieme ai combattenti della resistenza locale. Filiponenko’ era già stato oggetto di un attentato nel febbraio dello scorso anno, secondo quanto riportato dai media russi.

L’Italia invia navi militari nel Mediterraneo orientale

In un comunicato stampa del 30 ottobre 2023, riportato dal sito del Governo, il ministro della Difesa Crosetto ha comunicato la partenza di un volo C130, un aereo da trasporto tattico militare, per portare i primi aiuti umanitari alla popolazione palestinese. L’aereo è atterrato in Egitto da dove poi si trasporteranno gli aiuti a Gaza tramite il valico di Rafah, aperto solo il 21 ottobre dopo numerose trattative con Israele. Inoltre, due fregate multi-missione, navi da guerra destinate a proteggere altre navi da guerra o navi mercantili, parte delle Fregate europee multi-missione frutto di un progetto congiunto tra Italia e Francia, la  Virginio Fasan e la Carlo Margottini, sono arrivate il 5 Novembre nel Mediterraneo orientale di fronte a Israele, Gaza e Libano, riporta Il Foglio in un articolo del 5 novembre. Le due Fregate missilistiche italiane si uniscono al pattugliatore Polivalente d’Altura, Thaon di Revel, già dispiegato verso la fine di ottobre in via precauzionale nelle vicinanze di Cipro, riporta un articolo di Il Messaggero. In ultimo, l’Italia invierà in supporto anche un’unità anfibia nell’eventualità di dover raggiungere le coste palestinesi e israeliane per vie subacquee, ha riportato sempre Il Foglio.

Le forze militari italiane si uniscono ad altre forze navali occidentali dispiegati in via precauzionale nelle acque internazionali davanti alla Striscia, tra cui i portaerei americani Gerald R. Ford e Dwight D. Eisenhower, diretta nel Golfo Persico, le forze francesi con un porta elicotteri in supporto ad altre due fregate francesi, e una nave inglese. Le forze navali italiane, spiega Il Foglio, non hanno solo una funzione deterrente per intimare una de-escalation del conflitto, ma sono in primo luogo pensate per evacuazioni di connazionali o altro personale e per portare aiuti umanitari. In quest’ottica l’Italia ha inviato la nave-ospedale Vulcano, destinata ad attraccare appena fuori dalle coste di Gaza e aiutare la popolazione palestinese. La nave, partita dal Porto di Civitavecchia nella sera dell’8 novembre scorso, trasporta 170 passeggeri tra marinai e impiegati nella struttura sanitaria, dotata di sale operatorie e strumenti diagnostici salvavita, riporta The Times of Israel in un articolo dell’8 novembre.

Gli aiuti mobilitati nelle acque limitrofe a Israele e Libano dimostrano la crescente preoccupazione per un allargamento del conflitto, specialmente sul fronte libanese dove gli scontri tra Israele e Hezbollah si sono intensificati negli ultimi giorni. Il Primo Ministro Giorgia Meloni ha avvertito in un’intervista che uno spillover del conflitto porterebbe delle “incalcolabili conseguenze”, commento ripetuto anche nella telefonata con la controparte libanese Najīb Mīqātī, scrive Reuters il 9 ottobre. L’interesse italiano a evitare un coinvolgimento nella guerra del Libano è legato anche alla presenza di circa dieci mila militari italiani, impegnati nella missione di peacekeeping delle Nazione Unite, UNIFIL, una missione nata con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 1978 in seguito all’invasione del Libano da parte di Israele nel marzo 1978, di cui l’Italia è il secondo maggior contributore riporta Reuters.

Accordo migranti Italia-Albania

Lo scorso 6 Novembre la presidente Meloni ha incontrato il Primo ministro dell’Albania Edi Rama per firmare un accordo sulla costruzione di due centri in Albania per ospitare i migranti che cercano di raggiungere le coste italiane. Meloni, come affermato dalla CNN, ha detto che le strutture dovrebbero aprire la prossima primavera e inizialmente accoglieranno 3.000 persone. Una volta che i centri saranno “pienamente operativi e funzionanti”, Meloni ha detto che il suo governo spera di poter gestire fino a 36.000 persone all’anno. I centri saranno costruiti nei porti albanesi di Shengjin e Gjader e sono pensati «nel pieno rispetto dell’Unione Europea e del diritto internazionale», ha affermato la Presidente del Consiglio

L’Albania, però, non fa ancora parte dell’Unione Europea, nonostante abbia ottenuto lo status di candidato quasi un decennio fa. L’accordo ha segnato la prima volta che un paese dell’Unione Europea ha chiesto aiuto per esternalizzare i richiedenti asilo a un paese non facente membro dell’Unione. Ciò potrebbe ammettere l’espulsione immediata dei richiedenti asilo, poiché essa non è consentita all’interno dell’Unione Europea a causa degli statuti sui diritti umani che consentono a tutti gli arrivi di presentare domanda di asilo. Poiché l’Albania non è un membro dell’UE, tali norme non si applicheranno. Il piano consentirebbe, così, all’Italia di aggirare l’accordo di Dublino, che stabilisce che il primo paese in cui arrivano i migranti deve prendersi cura di loro e trattare i loro casi.

Secondo le affermazioni, un centro sarà utilizzato per trattare i migranti soccorsi dalle imbarcazioni in mare; il secondo sarà utilizzato per ospitare i migranti che hanno i requisiti per presentare domanda di asilo nell’UE. Non è chiaro cosa accadrà a coloro che non ne hanno i requisiti, ma il governo Meloni si è concentrato sull’uso della minaccia di espulsione immediata come mezzo per dissuadere i migranti dall’arrivare sulle coste italiane.

Nuovi atti di antisemitismo: Stelle di David nelle mura parigine

Nella notte di Lunedì 30 Ottobre sono comparse circa 60 Stelle di David nel XIV arrondisement di Parigi. Più di 425 arresti e 850 atti di antisemitismo sono stati segnalati in Francia dopo gli attacchi di Hamas in Israele il 7 Ottobre, afferma alla BBC il ministro dell’Interno Gérald Darmanin. Secondo quanto riferisce il Guardian, Israele ha iniziato a bombardare Gaza dal 7 Ottobre, a seguito degli attacchi di Hamas che hanno ucciso circa 1400 persone secondo le notizie ufficiali di Israele. Più di 8500 persone, principalmente civili, sono state uccise a Gaza, secondo i dati del Ministero della Salute nel territorio controllato da Hamas.

Le autorità parigine hanno annunciato che sarà avviata un’indagine per degrado di proprietà aggravato da intenti razzisti. Inoltre, Emmanuel Grégoire, vicesindaco di Parigi, ha aggiunto che oltre ad avviare un’indagine, le Stelle di David saranno rimosse. In aggiunta, il vicesindaco ha affermato: «L’antisemitismo continua a uccidere. Non smetteremo mai di lottare». Graffiti simili sono stati trovati anche nelle periferie parigine tra cui Vanves, Fontenay-aux-Roses, Aubervilliers e Saint-Ouen. Secondo i rapporti, le stelle erano a volte accompagnate da iscrizioni come “dal fiume al mare, la Palestina vincerà”.

Olivier Klein, delegato del governo per l’antisemitismo e il razzismo, ha dichiarato mercoledì alla radio France Inter: «Gli attacchi antisemiti e razzisti hanno un legame con le notizie attuali, ma se c’è una recrudescenza è perché questo era presente, c’era un terreno fertile… Purtroppo il nostro Paese, come altri, ha questa capacità di risvegliare vecchi demoni». Il sindacato degli studenti ebrei di Francia ha detto, infatti, che i recenti graffiti sono stati progettati per rispecchiare il modo in cui gli ebrei sono stati costretti a indossare le stelle dal regime nazista. Ciononostante il sindaco di Aubervilliers, Karine Franclet, ha condannato i graffiti come «in totale contraddizione con i valori fondamentali che sosteniamo, tra cui la tolleranza, l’uguaglianza e il rispetto reciproco, in particolare nel contesto attuale».

TV: perché i critici di The Crown si sentiranno “stupidi” dopo aver guardato la serie

I critici di The Crown, tra cui Dame Judi Dench e Sir John Major, si saranno sentiti “piuttosto stupidi” dopo aver visto la serie, ha dichiarato il creatore nonché sceneggiatore e drammaturgo britannico Peter Morgan.

Come riportato dal Guardian, prima del lancio della sesta stagione della serie di successo di Netflix sulla famiglia reale britannica, lo sceneggiatore e drammaturgo Peter Morgan ha dichiarato di non aver mai lavorato a nulla che avesse causato un tale clamore pubblico.

“Tutte le critiche sull’atteggiamento di The Crown nei confronti dei reali arrivano in vista dell’uscita della serie”, ha dichiarato Morgan a Variety. “Nel momento in cui esce e la gente lo guarda – che si tratti di Judi Dench o di John Major – si ammutoliscono all’istante. E credo che probabilmente si sentano piuttosto stupidi”.

Dench ha accusato lo show di “rozzo sensazionalismo” prima dell’uscita della penultima stagione l’anno scorso, mentre Major ha descritto alcune scene come “assurdità maligne”. In risposta, Netflix ha inserito una clausola di esclusione di responsabilità per “drammatizzazione fittizia” nel trailer dello show.

Morgan ha esposto le difficoltà che si riscontrano quando si avvia una conversazione sensata su The Crown nel Regno Unito. “Tutti in Gran Bretagna, che lo riconoscano o meno, hanno un livello di sensibilità e di attaccamento a questa famiglia, ed è per questo che per i drammaturghi è un campo assolutamente minato da esplorare. Eppure i drammaturghi sono nati per scrivere di re e regine. È quello che facciamo”, ha dichiarato Peter nel corso della sua intervista.

La sesta e ultima tranche della serie sarà pubblicata in due parti, la prima il 16 novembre e la seconda il 14 dicembre. La serie tratterà della morte di Diana, Principessa del Galles, e di Dodi Fayed in un incidente d’auto a Parigi nel 1997, del giubileo d’oro del 2002 e del matrimonio del 2005 tra l’allora Principe Carlo e Camilla Parker Bowles.

Morgan, che è stato nominato due volte all’Oscar per la sceneggiatura (per The Queen e Frost/Nixon) e ha vinto numerosi Emmy, Golden Globe e Bafta, ha dichiarato di essere sicuro che interrompere lo show quasi due decenni prima del periodo attuale sarebbe stato più “dignitoso”. Ha detto di avere un’idea su un prequel che potrebbe essere precedente a Elisabetta II, ma che “avrebbe bisogno di una serie di circostanze particolari per essere realizzato”.

Lo sceneggiatore ha detto che aveva quasi finito di scrivere l’ultima stagione quando Elisabetta II è morta lo scorso settembre, e ha cambiato il finale per tener conto della sua morte.

“Avevamo tutti vissuto l’esperienza del funerale. Quindi, dato che tutti l’avranno sentita profondamente, ho dovuto cercare di trovare un modo in cui l’episodio finale affrontasse la morte del personaggio, anche se lei non era ancora morta”.

Morgan ha detto di aver evitato di leggere il libro di memorie del principe Harry, Spare, perché non voleva che la voce del principe “abitasse troppo i suoi pensieri”, aggiungendo, “Ho molta simpatia per lui, molta simpatia. Ma non volevo leggere il suo libro”.


Il grave problema demografico dell’Italia

Secondo il Guardian, la popolazione italiana sta calando da anni, come dimostrato dai dati Istat pubblicati ad aprile del 2023, che rivelan che nel 2022 la popolazione residente si è ridotta di 179mila persone, ovvero dello 0,3 per cento. Le morti superano le nascite che l’anno scorso sono scese per la prima volta sotto le 400mila. Anche le scuole hanno visto una diminuzione delle richieste, infatti secondo il sito d’informazione Tuttoscuola, dall’anno scolastico 2014-2015 in Italia sono state chiuse 2600 scuole dell’infanzia e primarie. Il numero degli studenti è in continuo calo, tant’è che le previsioni dicono che quest’anno gli alunni saranno 127mila in meno rispetto all’anno precedente.

L’”indice di sostituzione”, ossia il tasso di fecondità che permette alla popolazione di rimanere stabile, dovrebbe essere di 2,1 ma in Italia è di 1,24 e in regioni come Basilicata e Sardegna scende, rispettivamente, all’1,09 e allo 0,95. Inoltre, le stime dicono che la popolazione italiana passerà dagli odierni 59 milioni di persone a poco meno di 48 milioni entro il 2070. Dato che il sistema pensionistico ha bisogno di nuovi contribuenti per finanziarsi, questo squilibrio demografico produrrà un grave problema economico e le uniche soluzioni sembrano essere un aumento delle tasse o il taglio delle pensioni.

Secondo i demografi, però, ci potrebbero essere altre soluzioni, infatti secondo Francesco Billari, rettore e professore di demografia dell’università Bocconi di Milano, esiste una correlazione positiva tra la partecipazione al mercato del lavoro femminile e la natalità; difatti egli afferma: «nei paesi e nelle regioni con un mercato del lavoro più attento alla parità di genere, la natalità è più alta». Invece secondo la sociologa Chiara Saraceno, uno dei grandi paradossi della situazione italiana è dato dal fatto che il tasso di natalità sia basso proprio perché la famiglia è predominante e ci si aspetta da essa solidarietà dal punto di vista economico e dell’assistenza, ma è un meccanismo che sovraccarica le famiglie e riduce l’autonomia delle giovani generazioni. È importante, dunque, convincere gli italiani che il problema del crollo delle nascite non è né di destra né di sinistra e riguarda tutto il Paese. Forse solo a quel punto l’inverno demografico dell’Italia lascerà il posto a una primavera.

Attentato a Bruxelles: quale nesso tra fondamentalismo islamico e il calcio?

L’attentato terroristico ha nuovamente sconvolto il mondo del calcio, riporta la BBC. La notte del 13 novembre 2015, a Parigi, prima degli spari sui tavolini dei ristoranti e dell’attacco al Bataclan, si è verificato l’attacco allo Stade de France durante l’amichevole Francia-Germania. Rimarranno per sempre impresse nella mente le immagini che ritraggono la sorpresa dei giocatori e degli spettatori al boato del primo kamikaze che si è fatto esplodere all’esterno dello stadio di Saint Denis, causando la morte dell’autista Manuel Dias, mentre il presidente François Hollande veniva scortato fuori dallo stadio mentre la partita continuava per ragioni di ordine pubblico.

L’attacco di lunedì sera a Bruxelles ha preso di mira ancora una volta uno stadio, il Roi Baudouin, un tempo Heysel, già tristemente noto per la tragedia del 1985 (i 39 morti di Juventus-Liverpool). In questa occasione, i giocatori svedesi e belgi hanno rifiutato di continuare la partita dopo l’intervallo, quando hanno appreso dell’uccisione di due tifosi svedesi di 60 e 70 anni da parte del terrorista tunisino Abdesalem Lassoued. La partita è stata interrotta e gli spettatori sono rimasti confinati nelle tribune fino alle prime ore del mattino, quando la polizia belga li ha poi accompagnati negli alberghi.

La relazione tra il fondamentalismo islamico e il calcio è complessa e contraddittoria. Il sito salafita Dammaj, con sede nello Yemen, sostiene che il calcio è accettabile solo se mira ad allenare il fisico per la jihad, ma lo considera invece una detestabile opera del demonio” quando crea divisioni tra squadre e assimila i musulmani ai non credenti.

Abdesalem Lassoued, il terrorista di Bruxelles, sfugge all’ammonimento, nonostante indossasse una kefiah mediorientale bianca e rossa, e una maglietta dell’Ajax, squadra di calcio di Amsterdam nel primo dei due video in cui rivendica l’attentato, riporta il Corriere della Sera. Secondo il noto giornalista britannico Simon Kuper, i terroristi sono da lungo tempo affascinati dal calcio, poiché per loro rappresenta più di un semplice passatempo. Nel saggio Football Against the Eenemy, Kuper osserva che per gli estremisti islamici, partecipare a una squadra di calcio creerebbe un legame maschile simile a quello che si forma facendo parte di una cellula del terrorismo islamico. In entrambi i casi, i giovani uomini sviluppano un atteggiamento di ostilità condivisa verso il mondo.

Il contrasto irrisolto tra il calcio come simbolo della dannazione occidentale e allo stesso tempo fonte di un fascino irresistibile è evidenziato dalla figura di Osama Bin Laden, il quale, secondo la leggenda, era un appassionato tifoso dell’Arsenal. Durante il suo soggiorno londinese nel 1994, si dice che Bin Laden abbia frequentato lo stadio per ben quattro volte, tanto che dopo gli attacchi dell’11 settembre, uno dei cori più goliardici e di pessimo gusto degli ultras era “Osama Osama, si nasconde a Kabul, ama l’Arsenal”. Tralasciando il contesto del terrorismo, l’investimento di miliardi di dollari nel calcio da parte dei Paesi del Golfo, come Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita, sembra aver messo da parte la concenzione di impurità del calcio. Su TikTok, tuttavia, alcuni giovani musulmani francesi diffondono foto del loro idolo Karim Benzema, ormai stella nel campionato saudita, con le ginocchia coperte in segno di rispetto per le restrizioni religiose. Le gambe nude sono pixelate, nascoste tra gli short e i calzettoni.

https://www.corriere.it/esteri/23_ottobre_17/attentato-bruxelles-islam-radicale-calcio-che-cosa-c-entrano-f811ccec-6cfd-11ee-8916-b147ab1385f6.shtml

La posizione italiana nel conflitto Israele-Palestina

All’alba del 7 Ottobre 2023 Israele è stata svegliata da una pioggia di 5 mila razzi lanciati da Hamas, un’organizzazione politica e paramilitare palestinese islamista, sunnita e fondamentalista. Le maggiori testate mondiali, tra cui la Stampa, nelle prime ore dell’8 ottobre scorso, hanno riportato la notizia dell’inizio dell’operazione “Tempesta-al-Aqsa” da parte di Hamas e della risposta di Israele con un attacco aereo che provoca circa 237 vittime e oltre 1700 feriti: Netanyahu dichiara subito cominciata una guerra.

Sono cominciati così violenti combattimenti che vedono lanci di razzi e missili da parte di Hamas e una risposta massiccia delle forze di difesa israeliana che serrano la popolazione palestinese all’interno della Striscia di Gaza. Non si fanno attendere le prese di posizione dei leader mondiali a fronte del conflitto scoppiato partendo dal discorso della presidente von der Leyen alla plenaria del Renaissance European Campus del 7 ottobre, in cui condanna con la massima fermezza l’attacco insensato di Hamas contro Israele, definisce l’attacco stesso puro terrorismo e sostiene il diritto israeliano a difendersi, come riportato dal sito della Commission Europea. Simile posizione viene richiamata da tutti i paesi europei e Nato, come si può notare dalla mappa dati riportata da Le Grand Continent. L’Ansa, in un articolo del 7 ottobre, ha riportato il messaggio del presidente Mattarella al presidente israeliano Herzog in cui condanna il “proditorio attacco”, e, in un comunicato pubblicato nel sito del Governo italiano, il ministro degli Esteri Tajani ha chiarito che «l’Italia è contro Hamas non contro la Palestina», ma ha ribadito ancora il diritto di difesa di Israele.

Nella riunione parlamentare del 10 ottobre, le forze politiche italiane si sono divise. La maggioranza ha votato una risoluzione impegnandosi ad impedire che nuovi fondi raggiungano Hamas, mentre l’opposizione ha dibattuto parecchio e non è riuscita a trovare un fronte unico. Nelle risoluzioni portare dall’ultima, il punto di scontro con la maggioranza si è rivelato sui fondi da inviare in Palestina e il supporto alla risposta di Israele. La coalizione PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, avevano previsto anche una sezione che dichiarava la politica di espansione del governo israeliano un fattore chiave della mancanza di una pace in Palestina tanto quanto lo è stato l’attacco unilaterale di Hamas. La sezione non è però stata approvata dal Parlamento come ha riportato in un articolo il Decode39.

Mentre la situazione in Palestina e a Gaza è sempre più tesa e si rischia un allargamento del conflitto, sabato 21 ottobre la premier Meloni ha tenuto un incontro bilaterale con Netanyahu a Tel Aviv in cui ha rinnovato il supporto italiano nella lotta contro gli atti antisemiti di Hamas. L’incontro bilaterale è avvenuto al termine del summit per la pace tenutosi sabato 21 ottobre al Cairo, organizzato dal presidente egiziano al-Sisi.

L’esplosione all’ospedale di Gaza, la questione degli ostaggi israeliani e gli ostacoli nell’invio di aiuti umanitari, hanno infatti evidenziato, l’urgente necessità di trovare una soluzione al conflitto. Tuttavia, il quotidiano panarabo Asharq al-Awsat ha riportato che le divergenze tra l’agenda araba, concentrata sullo sfollamento dei palestinesi, e quella europea, focalizzata sull’importanza dell’apertura di corridoi umanitari, insieme all’assenza dei rappresentanti di Israele e degli alti rappresentanti americani al vertice egiziano, hanno complicato ulteriormente i negoziati per un accordo che infatti non si è concluso. La mancanza di rappresentanti americani e israeliani ha portato i leader presenti a dubitare della possibilità di raggiungere una soluzione effettiva, rendendo il processo negoziale ancor più complesso, come riportato in un articolo del 21 ottobre da Reuters. Questa situazione mette in evidenza le sfide e le complessità del processo diplomatico in corso.

Un anno di Giorgia Meloni

Poco più di un anno fa, il 25 settembre 2022, il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, ha vinto le elezioni ed i toni della leader sono cambiati, ma il significato è rimasto lo stesso. Sembrerebbe esserci stato un cambiamento ideologico riguardo a temi come Unione Europea, Ucraina e migranti che hanno portato il partito fondato da Meloni a un atteggiamento più mite; forse si è arrivati alla conclusione, con l’esempio dell’Ungheria, che l’estremismo non è la via giusta.

Giorgia Meloni nata a Roma nel 1977, come ricorda il Guardian, si è fatta strada sin dai quindici anni attraverso l’entrata in campo nell’ala giovanile del Movimento Sociale Italiano (MSI), un partito formato nel 1946 da sostenitori di Benito Mussolini. Alcune tracce di quel passato si possono ricordare in alcune sue testimonianze del 1996 quando dichiarò, secondo Der Spiegel, che Mussolini era stato un “buon politico”. Successivamente, ha contribuito a fondare Fratelli d’Italia nel 2012 e in dieci anni è stata capace di far crescere dall’1,96 al 26 per cento l’adesione al partito allontanandolo dall’estremismo, per guidarlo verso il conservatorismo di centrodestra.

I parlamentari di Fratelli d’Italia hanno già cominciato a discutere di una “terza repubblica”. La prima era cominciata con la fine della monarchia nel 1946 e la seconda con l’elezione di Berlusconi nel 1994. Adesso, dicono, sta nascendo una nuova era: quella di Giorgia Meloni. Per soddisfare le sue ambizioni, dopo aver preso il potere a Roma, ora il suo obiettivo è Bruxelles, facendo un passo indietro rispetto alla sua campagna contro l’Unione Europea. Inoltre, con il suo atteggiamento filoccidentale sull’Ucraina si è guadagnata il rispetto anche degli alleati della Nato. Meloni, però, sta cercando di evitare la rabbia di coloro che l’hanno votata cercando di mettere al centro la “patria”. Ciononostante, tra gennaio e settembre 2023 il numero di migranti arrivati in Italia via mare è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2022, quando era in carica Draghi. Eleonora Camilli, giornalista ed esperta di immigrazione ha dichiarato: «Siamo a più di 127.000 arrivi, non succedeva da anni. Eppure non la sentiamo più tuonare sull’”invasione”. Se i politici non ne parlano, la gente non se ne accorge». Inaspettati sono stati anche alcuni elogi da parte di Enrico Letta, ex presidente del consiglio ed ex leader del Partito Democratico (PD), che ha definito Meloni “migliore del previsto” e di Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia-Romagna, dopo la devastante alluvione avvenuta a maggio nella regione, ha dichiarato di aver costruito un rapporto molto franco, cordiale e rispettoso con la Presidente del Consiglio.

Gaza: missili sull’ospedale, si temono centinaia di morti

Lo scorso 17 ottobre l’ospedale Al-Ahli Arab di Gaza è stato colpito da un missile che ha causato danni ingenti e la morte di numerosi pazienti. Non è ancora possibile confermare la responsabilità dell’attacco, poiché Israele ha fornito video che attribuiscono l’attacco alla Jihad islamica palestinese, accusa smentita dai diretti interessati, mentre i palestinesi affermano che il bombardamento sia dovuto da un attacco israeliano.

Come riportato dalla BBC, Israele ha incominciato a bombardare Gaza, uccidendo più di 3000 persone, dopo l’attacco di Hamas, maggior gruppo armato palestinese, avvenuto il 7 ottobre in Israele e che ha causato la morte di 1300 persone, la maggior parte delle quali uccise a sangue freddo in casa nei villaggi israeliani vicini alla frontiera di Gaza o mentre si trovavano a un rave party presso un kibbutz. Il bombardamento avvenuto all’ospedale di Gaza ha ferito e ucciso non solo chi risiedeva all’interno ma anche coloro che erano all’esterno, a causa degli incendi provocati dall’esplosione. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato: «Gli ospedali dovrebbero essere santuari in cui preservare le vite umane, non scene di morte e distruzione. Nessun paziente dovrebbe morire in un letto d’ospedale. Nessun dottore dovrebbe perdere la vita mentre sta cercando di salvarne altre». E aggiunge: «L’ordine di evacuazione è stato impossibile da eseguire data l’attuale insicurezza, le condizioni critiche di molti pazienti e la mancanza di ambulanze, personale, capacità di posti letto del sistema sanitario e alloggi alternativi per gli sfollati».

Gli Stati Uniti hanno dichiarato, secondo quanto riferisce la CNN, che l’attacco non è riconducibile a Israele. Inoltre sembrerebbe essere stato un missile lanciato via terra e non via aerea ad aver colpito l’ospedale, poiché non vi erano crateri a terra che potessero dimostrare un attacco aereo, piuttosto sono stati notati gravi danni da fuoco e detriti sparsi ovunque. I leader politici di tutto il mondo hanno espresso sgomento e preoccupazione per l’accaduto, esortando però alla cautela nell’attribuire la colpa del bombardamento, tanto che le Nazioni Unite hanno aperto un’indagine sull’accaduto. Fino a quando gli investigatori non sapranno valutare l’incidente in dettaglio, non è ancora possibile sapere con certezza cosa abbia portato all’esplosione. Intanto, però, vari paesi arabi come Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno accusato Israele e il suo esercito di aver colpito l’ospedale.

Terzo terremoto in Afghanistan in una settimana

Lo scorso 15 ottobre nella parte occidentale dell’Afghanistan, precisamente a Herat, è avvenuto il terzo terremoto in una settimana, causato dalle placche tettoniche dell’Eurasia e dell’India; ciò ha portato i volontari a dover scavare a mani nude per trovare i superstiti.

Come affermato dalla BBC, la scorsa settimana ci sono state altre due scosse che hanno ucciso più di 1000 persone. L’Istituto Geologico degli Stati Uniti (USGS, dall’inglese United States Geological Survey) ha fornito maggiori dettagli sul recente terremoto che ha colpito il territorio di Herat, la terza città più grande del Paese vicino al confine iraniano, con una magnitudo di 6.3 e una profondità di 6.3 chilometri. Come riportato da Al Jazeera, tale scossa è stata seguita da un ulteriore terremoto di magnitudo 5.5, solo venti minuti dopo la prima. Le scosse hanno ridotto in polvere intere case, troppo fragili per resistere ai sismi. Il Paese, infatti, è spesso colpito da terremoti a causa della vicinanza della catena montuosa dell’Hindu Kush, alla congiunzione delle placche tettoniche eurasiatica e indiana.

Secondo le autorità locali, almeno una persona è morta e 100 persone sono rimaste ferite, la maggior parte sono donne e bambini. Gli abitanti, infatti, dormono in tende fuori dalle proprie case per paura che le loro abitazioni si possano sgretolare e che loro possano rimanere intrappolati tra le macerie; inoltre, le tempeste di polvere che hanno seguito i terremoti hanno aggravato le condizioni di salute dei civili. Le notti si stanno facendo più fredde per gli abitanti costretti a dormire nelle tende, inoltre, panico e paura sono i sentimenti più comuni secondo Hamid Nizami, commerciante di Herat. Inoltre, egli ha aggiunto: «è stata la benedizione di Allah che sia successo durante il giorno, le persone erano sveglie». Migliaia di persone vivono ancora vicino alle macerie delle proprie case perché non hanno nessun posto dove andare e la situazione politica non è d’aiuto. Dal 2021 con la presa del potere dei talebani, dopo il ritiro delle forze statunitensi, gli aiuti umanitari internazionali sono cessati e le condizioni sono sempre più critiche.

La strage di Lampedusa: 10 anni dopo

Lo scorso 3 ottobre si è celebrata la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, in ricordo della strage di Lampedusa del 2013. Il naufragio provocò la morte di quasi 400 persone, divenute poi simbolo di tutte le vittime della traversata dal Nord-Africa all’Europa

Dieci anni fa, un peschereccio di appena 20 metri partito da Misurata, in Libia, con a bordo per lo più rifugiati dall’Eritrea e dalla Somalia, si inabissava davanti alle coste di Lampedusa 

Stando alle prime notizie riportate da Rai News e The Guardian e dalle ricostruzioni effettuate, la barca era salpata appena due giorni prima. Nella notte del 3 ottobre si sarebbe verificato un blocco dei motori, portando l’acqua ad entrare nell’imbarcazione. A quel punto un membro dell’equipaggio, nel disperato tentativo di attirare l’attenzione, diede fuoco ad un panno. Le persone a bordo si spostarono su un lato e il peschereccio ruotò tre volte su stesso prima di affondare definitivamente. La barca si ribaltò a mezzo miglio dall’Isola dei Conigli. I soccorsi non si sarebbero attivati prima delle 07:00 della mattina successiva. Le operazioni di soccorso durarono giorni, furono salvate 155 persone delle oltre 500 a bordo. Nella successiva giornata di venerdì, mentre continuavano le disperate ricerche dei superstiti, il governo Italiano dichiarò una giornata di lutto nazionale. 

Nel 2015 il tunisino Khaled Ben-Salam e il somalo Mouhamud Elmi Muhid furono accusati e condannati per traffico di esseri umani, riporta Rai News. 

Il 18 ottobre fu inaugurata l’operazione militare e umanitaria della Marina Militare italiana, detta Mare Nostrum con l’obiettivo di controllare i flussi migratori via mare, assicurare giustizia alle vittime di trafficanti e garantirne la salvaguardia. L’operazione si concluse il 31 ottobre 2014 con non poche critiche. Fu sostituita dall’operazione europea Triton che, come denuncia Save The Children, apparve inadeguata dato che, rispetto al Mare Nostrum, lo scopo principale era il controllo delle frontiere e le operazioni di salvataggio venivano effettuate solo in caso di estrema necessità e senza mai spingersi oltre le 30 miglia dalla costa, e successivamente da altre operazioni congiunte (Themis, Sophia, Poseidon, Indalo) in collaborazione con l’agenzia europea Frontex

Anche quest’anno a Lampedusa le celebrazioni del 3 ottobre che ricordano i morti del 2013 e i tanti migranti che ancora attraversano il Mediterraneo si sono svolte come di consueto, con la marcia in ricordo delle vittime e la commemorazione davanti alla spiaggia dei Conigli con la deposizione in mare di una corona di fiori. Spicca però l’assenza, nonostante la Giornata sia stata istituita ufficialmente con la Legge 45/2016, delle istituzioni nazionali italiane proprio in occasione del decimo anniversario dell’evento, che è stato invece ricordato dalla Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola all’apertura della sessione plenaria a Strasburgo.

con la collaborazione di Consuelo Dosolini

Tensioni sul fronte migranti: Italia in difficoltà

Tra il 15 e il 16 settembre, circa 8000 persone sono sbarcate sull’isola di Lampedusa (AG). Di fronte alla drammatica situazione dell’hotspot di Lampedusa, il primo ministro Meloni ha esortato i suoi omologhi europei a rispettare gli accordi sottoscritti in materia di gestione dei migranti. Per discutere della questione, il ministro dell’Interno francese Darmanin si è recato in visita a Roma il 19 settembre, dove ha dichiarato che la Francia non avrebbe continuato l’accoglienza, offrendo invece il sostegno francese per il rimpatrio dei migranti arrivati pochi giorni prima. Darmanin, che già lo scorso maggio aveva criticato il premier Meloni e la sua inefficace politica migratoria, come riportato da La Repubblica, ha ribadito che l’Italia deve intensificare i controlli e respingere chi non ha diritto a chiedere asilo politico in Europa.

A livello nazionale, le dichiarazioni di Darmanin hanno suscitato molte critiche, soprattutto da parte dei membri del partito di sinistra La France Insoumise, che chiedono alla Francia di riconsiderare e rispettare gli accordi presi con l’Italia con la firma del Trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica francese per una cooperazione bilaterale rafforzata, scrive Le Figarò in un articolo pubblicato il 20 settembre.

Tuttavia, la ferma decisione della Francia di interrompere l’accoglienza dei migranti sembra essersi ammorbidita dopo le dichiarazioni di Macron, la sera del 26 settembre, secondo cui la Francia non può lasciare sola l’Italia, ribadite di persona durante un incontro con il Presidente del Consiglio a Roma dopo i funerali dell’ex Presidente Giorgio Napolitano, secondo quanto riportato da Le Figarò.

Il retrofront della Francia allenta la tensione causata dalla sospensione temporanea dell’accoglienza volontaria dei migranti dall’Italia da parte di Berlino il 13 settembre. Lo riferisce un articolo di Die Welt del 15 settembre. Secondo un articolo di Rai News, la decisione della Germania di interrompere il meccanismo di solidarietà volontaria deriva dalla sospensione dei trasferimenti previsti dalla Convenzione di Dublino, che prevede il rimpatrio dei richiedenti asilo che si recano in un altro Paese dell’UE senza autorizzazione nel primo Paese di ingresso. L’Italia ha infatti dichiarato che non sarà più in grado di accettare, per motivi tecnici, trasferimenti a partire dal dicembre 2022.

Come in Francia, il ministro degli Interni federale Nancy Faeser ha annunciato l’intenzione di Berlino di riprendere l’accoglienza volontaria dei migranti dall’Italia, come riportato da Die Welt il 18 settembre. Tuttavia, le tensioni tra Roma e Berlino sulla questione migranti si sono nuovamente acuite nella settimana del 25 settembre, quando Meloni ha inviato una lettera a Scholz per esprimere il proprio disappunto sui finanziamenti tedeschi alle ONG che operano in acque italiane, non coordinati con Roma. Come riportato da Il Mitte, Meloni ha criticato la decisione di Berlino, sottolineando che i fondi avrebbero potuto essere utilizzati per migliorare gli aiuti interni, e anche il ministro della Difesa Corsetto ha condannato la decisione del Bundestag.

Khaled Al Qaisi: detenuto senza accuse in Israele

Lo scorso 31 agosto Khaled Al Qaisi, studente, ricercatore e traduttore italo-palestinese, è stato arrestato al confine tra Cisgiordania e Giordania dalla polizia di frontiera israeliana ed è tutt’ora detenuto senza ancora conoscere i capi d’accusa.

Al Qaisi, di ritorno da una vacanza a Betlemme con la moglie e il figlio di quattro anni, è stato fermato al valico di frontiera di Allenby per un controllo. All’improvviso, è stato ammanettato e portato via. Francesca Antinucci, moglie di Khaled, ha raccontato, in un’intervista riportata da Il Fatto Quotidiano, dei numerosi controlli di tutti i loro effetti personali, telefoni e documenti; delle domande sulla vita privata e lavorativa dei due coniugi e dell’arresto del marito avvenuto senza alcuna spiegazione.

Ad oggi, Khaled Al Qaisi non ha ancora potuto parlare con il suo avvocato e non conosce le motivazioni della sua detenzione. Per questo motivo, la moglie Francesca e la madre del ragazzo, Lucia Marchetti, dopo una prima udienza risalente al 21 settembre, hanno diffuso un comunicato, pubblicato da Il Manifesto, in cui ne chiedono la scarcerazione: «Vista la perdurante e allarmante situazione detentiva di Khaled e del mancato rispetto dei suoi diritti, facciamo nuovamente appello per la sua immediata liberazione».

Tuttavia, seguendo quanto riportato da La Repubblica, secondo la moglie Francesca e l’avvocato Flavio Albertini Rossi, le motivazioni dell’arresto potrebbero essere di tipo politico. Di fatti Al Qaisi, insieme alla moglie ed altri amici, ha fondato nel 2016 il Centro di Documentazione Palestinese, un’associazione culturale il cui obiettivo è diffondere la memoria e raccontare le realtà palestinesi martoriate da 75 anni di conflitti con Israele.

Nel frattempo, grande solidarietà si è mossa nei confronti del ragazzo da parte dei colleghi dell’università La Sapienza di Roma, con la creazione del comitato #freekhaled. Tuttavia, per l’avvocato Albertini Rossi e Amnesty International è doveroso denunciare la violazione dei diritti umani che Khaled sta subendo ed è anche necessario fare pressione sulle autorità italiane affinché intervengano al più presto sulla liberazione dello studente e traduttore italo-palestinese.  

Amnesty, inoltre, aggiunge che l’arresto di Al Qaisi è “l’ennesimo esempio dell’uso spregiudicato della detenzione arbitraria da parte delle autorità israeliane”. Secondo l’ultimo report dell’organizzazione internazionale per i diritti umani, sono “oltre 5000 i palestinesi detenuti in Isreale, tra i quali almeno 1260 senza accuse né processo”. Al momento, la famiglia e gli amici di Khaled attendono novità sulle condizioni dello studente, ma per ora nessuna notizia è trapelata dal governo Israeliano e nessuna risposta è stata data dalla Farnesina.

Meloni annuncia: Italia esce dalla Nuova Via della Seta cinese

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Lo scorso 9-10 settembre, durante il G20 2023 a Nuova Dehli, la premier Giorgia Meloni ha tenuto un incontro bilaterale con il capo del governo cinese Li Qiang. Durante la riunione, Meloni ha ufficialmente comunicato la decisione di non rinnovare il Memorandum d’Intesa tra Cina e Italia, originariamente firmato nel 2019 dall’ex premier Giuseppe Conte. La notizia è stata riportata sia dal Corriere della Sera che dal China Daily. Tuttavia, è importante notare che questa svolta italiana è stata accompagnata da un accordo bilaterale che mira a rafforzare le relazioni tra Roma e Pechino.

Il Memorandum d’Intesa del 2019 ha visto l’Italia entrare come partner nel progetto di Xi Jinping noto come Belt and Road Initiative (BRI) o Nuova Via della Seta. Questo ambizioso progetto, lanciato nel 2013 dal Presidente cinese, mira a ricostruire l’antica Via della Seta attraverso la cooperazione di 65 paesi. Questi paesi, aderendo al progetto, si impegnano nella creazione di infrastrutture e reti di trasporti per lo sviluppo del commercio tra la Cina e l’Eurasia.

La decisione del governo Conte di aderire all’iniziativa cinese aveva già suscitato critiche, sia all’interno della politica italiana che a livello internazionale. Nel 2019, The Guardian riportava l’avvertimento da parte degli Stati Uniti all’Italia di “non legittimare il progetto di vanità infrastrutturale cinese” e l’apprensione di Bruxelles riguardo alle possibili reazioni degli altri Stati membri. Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva criticato questa scelta, definendola “scellerata” in un’intervista al Corriere della Sera a luglio di quest’anno, secondo quanto riportato dalla BBC.

L’intenzione di Giorgia Meloni di non rinnovare l’accordo quando scadrà nel 2024, era stata resa nota già a maggio, con la richiesta di un colloquio tra Roma e Pechino durante il Forum di Nuova Dehli. Inoltre, nei giorni precedenti al G20, il tema era stato discusso durante l’incontro tra la premier italiana e il presidente americano Joe Biden a Washington. Il China Daily aveva criticato la pressione degli Stati Uniti, accusandoli di aver contribuito “all’atteggiamento di inacidimento dell’Italia verso la BRI”. Tuttavia, durante una conferenza stampa riportata dal sito del Governo il 27 luglio, la premier italiana aveva smentito quest’accusa, sottolineando che l’Italia non subiva alcuna pressione esterna nel prendere decisioni.

Il China Daily non ha commentato ufficialmente la decisione finale dell’Italia, ma ha enfatizzato l’accordo tra i due capi di governo per intensificare il dialogo e la cooperazione, il che sembra aver soddisfatto sia Pechino che Roma.

Guyana, Brasile e Argentina: i protagonisti del boom petrolifero latinoamericano

Nonostante il mondo stia attraversando una grave crisi del cambiamento climatico, la produzione globale di petrolio aumenterà nel corso di questo decennio.

Secondo l’AIE (Agenzia internazionale dell’energia), la produzione petrolifera mondiale aumenterà di 5,8 milioni di barili al giorno entro il 2028 e circa un quarto di tale offerta aggiuntiva sarà latinoamericana, secondo quanto riporta la BBC.

Paesi come il Venezuela, il Messico, l’Ecuador e la Colombia, diminuiranno la loro offerta di greggio sul mercato internazionale nei prossimi cinque anni e esperti come Francisco Monaldi, direttore del Programma Latinoamericano di Energia dell’Istituto Baker dell’Università Rice, non crede che possano invertire il loro declino.

La Guyana invece, uno dei paesi più piccoli e poveri del Sud America, potrebbe diventare il paese che produce più barili al mondo, superando il Kuwait, secondo Monaldi.

Ciò risulterebbe possibile grazie al gigante petrolifero americano ExxonMobil che ha scoperto la prima delle riserve comprovate di greggio, stimate in circa 11 miliardi di barili, nelle profondità dell’Oceano Atlantico.

Con queste quantità, si ritiene che entro il 2028 la Guyana potrebbe produrre 1,2 milioni di barili al giorno. Un risultato che porterebbe la Guyana ad essere un paese ricco, per via di uno spettacolare aumento del PIL.

Insieme alla Guyana, anche il Brasile sarà uno dei principali protagonisti del boom petrolifero latinoamericano.

Il Brasile estrae il petrolio da uno dei più grandi giacimenti petroliferi marini del mondo. Nel 2022 ha raggiunto i 2,2 milioni di barili, così da diventare l’ottavo produttore mondiale. Ha superato il Messico, che nel 2017 ne deteneva il primato, così come ha superato il Venezuela, che per anni è stata l’avanguardia petrolifera della regione.

La crescita di questi paesi non poggia solo sulla quantità di produzione, ma sia il Brasile che la Guyana producono il greggio in modo più efficiente e redditizio rispetto ad altri paesi. Inoltre, entrambi i paesi emettono meno CO2 per barile prodotto rispetto alla media mondiale, secondo Monaldi.

In terzo luogo c’è l’Argentina, la quale negli ultimi anni ha subito un incremento della produzione petrolifera. Al centro di questo sviluppo c’è Vaca Muerta, un gigantesco giacimento situato nel nord-ovest del paese con la seconda più grande risorsa mondiale di gas di scisto e i quarti di petrolio di scisto.

L’AIE prevede che la produzione supererà i 700.000 barili al giorno quest’anno e alcune stime indicano che potrebbe superare il milione di barili al giorno entro la fine di questo decennio, secondo la società di consulenza Rystad Energy.

Tuttavia, dopo il 2030, le proiezioni indicano un calo perché si prevede che la produzione di petrolio convenzionale continuerà a diminuire e quella di scisto non sarà sufficiente a compensare tale calo.

Bolivia e Iran siglano un nuovo accordo in materia di difesa e sicurezza

Giovedì 20 luglio il ministro della Difesa boliviano, Edmundo Novillo Aguilar, e dalla sua controparte iraniana, e Mohammad Reza Ashtiani, hanno firmato un accordo d’intesa per ampliare la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza e della difesa, come ha riferito l’agenzia statale persiana IRNA secondo quanto riporta la BBC.

Il memorandum, che è stato siglato a Teharan, mira ad aiutare la Bolivia nella lotta contro il narcotraffico e a rafforzare la sorveglianza delle sue frontiere. Inoltre, il ministro iraniano ha ammesso che il patto include la vendita di materiale e l’addestramento del personale.

Gli esperti dell’Istituto di studi per la guerra statunitense (ISW) danno per scontato che il governo di Teheran offrirà i suoi droni alle autorità di La Paz. Infatti, il ministro iraniano ha assicurato, prima della firma dell’accordo, che l’industria militare del suo paese avrebbe offerto, in caso di necessità, “tecnologia avanzata” alla Bolovia.

Già in diversi luoghi è comune l’utilizzo dei droni per la sorveglianza delle frontiere, nello specifico, nel 2022, un funzionario iraniano ha assicurato l’impiego di droni in 22 paesi, tra cui il Venezuela.

Le parole del ministro Novillo, riportate dai media boliviani, non si riferiscono solo ad un aiuto in materia di sicurezza, ma si tratta di una cooperazione anche nei settori “scientifico, della difesa e della sicurezza”.

L’accordo in questione è ritenuto un modello per le nazioni che cercano la libertà, tanto che il Consiglio europeo di Madrid ha preso atto con soddisfazione dell’impegno assunto dall’Unione europea nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente.

Questo processo di avvicinamento si sta rafforzando dal primo governo di Evo Morales (Bolivia) e Mahmud Ahmadinejas (Iran), i quali, durante le visite reciproche e i loro incontri, hanno sottoscritto decine di accordi per promuovere la produzione di alimenti e medicinali, di legami culturali, scientifici e tecnologici.

I rapporti tra i due paesi hanno subito una battuta d’arresto solo durante l’interinato di Jeannie Añez (2019-2020), ma sono stati ripresi poi con l’elezione di Arce, che era ministro di Morales.

Questo riavvicinamento non è ben visto dall’opposizione boliviana. Il deputato del partito Comunità Cittadina, Marcelo Pedrazas, crede che il governo preferisca intrattenere rapporti con paesi che violano i diritti umani, come Russia, Venezuela, Nicaragua e Iran, a sostegno di un allontanamento con la comunità internazionale.

Il legislatore ha condannato che i dettagli del patto non sono stati resi noti.

L’Europa intende stanziare 50,6 miliardi di dollari in investimenti e accordi commerciali in America latina

Martedì 18 luglio si è concluso a Bruxelles il vertice dei leader dell’Unione europea e della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici. Al centro delle discussioni ci sono miliardi di dollari di investimenti, promesse di accordi commerciali e parole di unità, secondo quanto riporta la BBC.

La Commissione europea ha annunciato che l’America latina riceverà 50,6 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni come prevede il programma europeo Global Gateway (progetti sostenibili che riguardano la salute, l’istruzione e la tecnologia).

Gli europei si affrettano inoltre a concretizzare l’accordo commerciale negoziato dal 1999 con il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). Secondo Pedro Sánchez, presidente del governo spagnolo (attualmente alla presidenza di turno dell’UE), c’è la possibilità che l’accordo si chiuda entro la fine dell’anno.

L’esigenza dell’Europa di offrire questi benefici è data dalla sensazione che abbia perso molto tempo negli ultimi decenni, ma non solo. Altri due punti spiegano questo desiderio: la crescente influenza della Cina in America Latina e la rivalità con la Russia. La stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha riconosciuto questi motivi durante la seconda giornata del vertice affermando che: “l’America Latina, i Caraibi e l’Europa sono più che mai necessari. Viviamo in un mondo più competitivo e conflittuale di prima, che si riprende dall’impatto del covid. Il mondo subisce le conseguenze dell’invasione della Russia in Ucraina. E tutto questo accade con la crescente influenza della Cina all’estero”.

Il riavvicinamento ai paesi latinoamericani è testimoniato anche dai viaggi di Von der Leyen fatti durante questo anno in Brasile, Argentina, Messico e Cile.

Il programma di investimento europeo, il Global Gateway, è visto come una risposta all’ambizioso progetto di investimento cinese conosciuto come “Nuova Via della Seta”. Questo progetto (uno stanziamento tra gli 890 000 milioni di dollari e 1 miliardo) ha portato alla costruzione di strade, linee ferroviarie e porti e ha aumentato l’influenza di Pechino in oltre 140 paesi.

L’Europa, per colmare il divario di investimenti globali, intende investire 337 miliardi di dollari entro il 2027, nei paesi ricchi e in quelli in via di sviluppo.

Si intende sostenere la produzione brasiliana di idrogeno verde e energie rinnovabili, istaurare un’alleanza con l’Argentina in materie prime sostenibili e il lancio di un fondo di idrogeno rinnovabile in Cile, con un budget iniziale di 235 milioni di dollari.

Nel caso del Mercosur, tuttavia, esistono diversi ostacoli. Paesi come la Francia, l’Irlanda, i Paesi Bassi e l’Austria, cercano di evitare di concludere accordi con paesi che deformeranno le loro foreste.

“La conclusione dell’accordo Mercosur-Unione europea è una priorità e deve basarsi sulla fiducia reciproca, non sulle minacce. La difesa dei valori ambientali, che tutti condividiamo, non può essere una scusa per il protezionismo”, ha detto Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile.

Per quanto concerne la Russia, i leader europei chiedevano una chiara condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma alla fine il vertice ha accettato una condanna moderata e senza il sostegno del Nicaragua.

Secondo alcuni esperti di relazioni internazionali, il sostegno dei paesi latinoamericani nei conflitti delle grandi potenze è sempre stato “neutrale”.

Honduras: il governo vuole costruire un mega carcere seguendo le orme di El Salvador

Il modello delle mega carceri in El Salvador di Nayib Bukele è un esempio che vari paesi, come la Colombia, stanno prendendo sempre più in considerazione.

Questa volta, a voler rinchiudere su un’isola i capi delle bande criminali, è l’ultimo disperato provvedimento del governo dell’Honduras. La presidente Xiomara Castro per far fronte alla violenza sempre più massiccia del paese centroamericano prevede di costruire nelle isole del Cigno, un arcipelago disabitato situato nei Caraibi honduregni, un’enorme prigione di massima sicurezza.

Come hanno spiegato le autorità honduregne all’agenzia statunitense AP, il complesso avrà una capienza di circa 2.000 persone e sarà isolato a tal punto che le comunicazioni potranno essere fatte solo via satellite, secondo quanto riporta El País.

“È il più lontano possibile, quindi questi leader delle bande sentono la pressione una volta sull’isola. L’idea è che perdano il contatto con tutto, il contatto con tutta la società…e possano davvero pagare per i loro crimini”, ha detto José Jorge Fortín, capo delle forze armate dell’Honduras.

Questa drastica decisione è data dalle bande e dai gruppi criminali che hanno un ampio controllo nelle carceri e in vasti territori di questo paese, uno dei più poveri e arretrati del continente. Uno degli episodi più sanguinari è avvenuto a giugno, in un carcere femminile, dove sono state uccise 46 donne. A seguito di ciò, il presidente aveva assicurato di prendere misure drastiche.

L’intenzione di Castro è quella di ripulire il corrotto sistema giudiziario, scegliendo le orme del presidente di El Salvador, Nayib Bukele. “Se un altro paese ha fatto qualcosa di giusto, perché non copiarlo?” ha detto all’AP il capo delle forze armate”. Non permetteremo che questa atmosfera di terrore continui”, ha aggiunto.

La sua politica di sicurezza prevede misure estreme che comprendono il coprifuoco e il Parlamento europeo ha adottato una serie di misure volte a combattere la criminalità in 120 comunità, schierando militari e poliziotti per riprendere il controllo sulle le zone occupate dai gruppi criminali.

“Abbiamo avviato attività per far sì che le carceri cessino di essere scuole del crimine e rompano il ciclo con il crimine organizzato”, ha detto José Manuel Zelaya, segretario di Stato alla Difesa Nazionale. Tuttavia, queste azioni non sembrano essere sufficienti per ridurre la violenza e per questo il governo di Castro aspira alla costruzione del mega carcere nei Caraibi come soluzione più efficace al fenomeno criminale ormai diffuso.

Salvato nelle acque del Messico un marinaio australiano

Tre mesi fa il marinaio australiano Tim Shaddock di anni 54, con la sua cagnolina, inizia un’avventura. Ha lasciato La Paz (al sud della Baja California) per dirigersi verso la Polinesia francese, un viaggio di oltre 6000 chilometri. Durante il tragitto, una tempesta ha danneggiato la sua barca e qualche settimana dopo, una nave tonniera ha trovato il catamarano alla deriva nell’Oceano Pacifico.

Martedì 18 luglio, dopo mesi a passati a mangiare pesce crudo e bere acqua piovana per sopravvivere, Shaddock è arrivato al porto di Manzanillo (Colima), secondo quanto riporta El País. Scendendo dalla nave si è rivolto ai media rilasciando una dichiarazione: “mi sento meglio di prima. L’Oceano Pacifico è un po’ grande […]. Ho pensato che non ce l’avrei fatta, specialmente dopo l’uragano”. È rimasto senza provviste solo in compagnia della sua cagnolina Bella, alla quale ha rivolte parole di affetto e riconoscenza: “lei è messicana e il suo spirito è di questo paese”.

Al momento del suo salvataggio, Shaddock era provato dagli ultimi tre mesi in mare, con segni di disidratazione e insolazione. Nonostante abbia attraversato una prova molto difficile in mare, afferma di aver solo bisogno di riposo e buon cibo. La navigazione è la sua più grande passione, ha infatti dichiarato di aver viaggiato in passato con il suo catamarano in atre parti del mondo. “Penso di tornare a navigare molto presto […] La barca è la mia vita, la mia terra”, ha evidenziato.

Shaddock ha mostrato il suo entusiasmo nonostante la spiacevole esperienza: “ci sono molti giorni buoni e molti giorni cattivi. Ho cercato di trovare la felicità dentro di me. E l’ho trovata abbastanza. Mi piace anche essere in acqua”.

L’ultima volta che vide la terra fu nel marre di Cortés, nel golfo della California, all’inizio di maggio.

L’azienda Grupomar ha mostrato in una dichiarazione la sua soddisfazione in quanto non è la prima volta che una delle sue navi salva un naufrago dalle acque oceaniche. Parlando di questa vicenda ha affermato: “grazie all’esperienza dell’equipaggio della nave, è stato in grado di essere salvato sano e salvo, ricevendo le cure mediche, l’idratazione e l’alimentazione necessarie”.

Il presidente della compagnia, Antonio Suarez, ha infatti espresso il suo orgoglio nei confronti dell’equipaggio della Maria Delia. “Sono orgoglioso dei miei marinai per il loro coraggio e umanesimo nel riuscito salvataggio del signor Shaddock. La loro professionalità e il loro impegno per la sicurezza e il benessere degli altri sono chiari esempi dell’etica della nostra gente. Sono felice che siamo riusciti a salvare la vita a qualcuno in difficoltà”, ha dichiarato Suarez.

Colombia: il modello delle mega-carceri di Bukele come soluzione alla criminalità

L’idea delle mega-carceri, sulla scia di quelle costruite dal presidente di El Salvador Nayib Bukele per combattere la criminalità, è arrivata anche in Colombia.

Diego Molano e Jaime Arizabaleta, candidati del Centro Democratico ai Comuni di Bogotà e Cali, sono entrambi difensori della “mano dura” come soluzione alla criminalità e alla corruzione. Se vinceranno le elezioni amministrativa del prossimo 29 ottobre, hanno promesso di costruire le mega-prigioni.

«Ci saranno due mega-carceri in stile Bukele in Colombia, una a Bogotà e una a Cali che costruirò per criminali e corrotti», ha scritto in un tweet Arizabaleta. Molano ha invece affermato che serve una prigione di grandi dimensioni a Bogotà, che riesca a contenere almeno 3000 criminali, secondo quanto riporta El País.

Nessuno dei due ha fatto riferimento né ai costi né al tempo di costruzione. Tuttavia, l’idea delle mega carceri è un chiaro segno di ammirazione nei confronti di Bukele, il cui nome si sente sempre più spesso nelle strade. Ciò lo dimostrano alcuni sondaggi, nei quali il 55% degli intervistati ha risposto sì quando è stato chiesto loro se il paese avesse bisogno di un presidente come Bukele.

Proporre il suo modello sottolinea un’evidente assenza di una leadership chiara nella destra colombiana. Poiché non essendoci una figura palpabile, questa la si cerca all’esterno del paese come fonte di risoluzione dei problemi interni.

La proposta è chiaramente motivata dai gruppi criminali che popolano il paese e incutono terrore: l’Esercito di Liberazione Nazionale e lo Stato Maggiore Centrale.

Tuttavia, non è tutto positivo ciò che all’apparenza sembra tale: secondo un rapporto di Human Rights Watch del gennaio 2023, sono stati commessi abusi su larga scala nel mega carcere del El Salvador, tra cui violazioni del giusto processo, arresti di massa, morti in custodia e sovraffollamento.

Pertanto, non è chiara l’efficacia dell’incarcerazione se ha come obiettivo la risocializzazione del detenuto. Fernando Tamayo, direttore del Gruppo di Prigioni dell’Università delle Ande, riconosce che è difficile parlare dell’idea di Molano e di Arizabaleta, in quanto manca un struttura chiara. Inoltre, aggiunge che questi modelli si dimostrano inefficienti a lungo termine perché molto presto tornano a delinquere con un aumento della popolazione detenuta.

Il Venezuela non accetta la missione di osservazione dell’Unione europea in occasione delle elezioni presidenziali del 2024

Il presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, Jorge Rodríguez, ha annunciato giovedì 13 luglio che il governo di Nicolás Maduro non permetterà la presenza di una missione di osservazione dell’Unione europea nel paese per le elezioni presidenziali del 2024.

«Non abbiamo tempo di considerare la richiesta che ci è stata fatta per venire. Te lo dico chiaramente, Josep Borrell, finché noi saremo i rappresentanti dello Stato venezuelano, tu non verrai. Qui non verrà nessuna missione dall’Europa. Hanno violato l’accordo che abbiamo firmato con loro», queste sono le parole di Rodríguez che hanno messo in chiaro la posizione di Caracas.

Una decisione che arriva mercoledì 12 luglio, quando il Parlamento europeo ha condannato l’esclusione dalle elezioni di Maria Corina Machado, la leader dell’opposizione che esprime preoccupazione di fronte all’evoluzione del regime venezuelano, e ha chiesto la liberazione dei 280 prigionieri politici.

Con il passare del tempo, il governo chavista, che si è aperta a negoziare con l’opposizione, ha raddoppiato le sue richieste, rifiutando di confrontarsi con i dirigenti antichavisti, secondo quanto riporta El País.

L’opposizione ha iniziato a temere sulla possibilità che la Corte Suprema del paese, in mano al chavismo, possa emettere una sentenza che costringa l’opposizione a mettersi d’accordo con la nuova direttiva del Consiglio nazionale elettorale, che non è ancora stata nominata. Una decisione che non è ben accetta dall’opposizione in quanto aveva deciso di organizzare le elezioni per conto proprio dopo la rinuncia alla precedente giunta direttiva della Commissione elettorale nazionale.

Mercoledì 12 luglio si è tenuta presso l’Università Cattolica Andrés Bello, un dibattito tra i 10 candidati alle elezioni primarie dell’opposizione.

Nel saluto finale per la stampa, Machado, che afferma di voler guidare un progetto comune e superare le difficoltà con gli altri aspiranti alla presidenza, si è rifiutata di stringere la mano dei suoi compagni per fare il segno della vittoria.

La popolarità di Machado è cresciuta molto rapidamente negli ultimi mesi, che ha portato un governo debole nei sondaggi, e che deve ancora affrontare le complicazioni dell’economia, a escluderla dal voto. La candidata, tuttavia, afferma che la sua campagna continuerà in modo decisivo «fino alla fine», senza accettare imposizioni dalle istituzioni del chavismo.

Cile: una nuova politica pubblica per controllare l’immigrazione clandestina

L’amministrazione del presidente Gabriel Boric – di sinistra – ha reso nota la sua prima politica nazionale sulle migrazioni. Si tratta di un processo iniziato nel 2021, quando è stata emanata la legge sulla migrazione e sugli stranieri, che ha stabilito la necessità di promuovere un processo migratorio ordinato e sicuro che promuova “l’integrazione armonica” degli abitanti del Cile.

Da allora, il paese vive una crisi migratoria che ha portato il governo a militarizzare i confini settentrionali nel febbraio 2023. La politica si concentra sul controllo delle frontiere e sul rafforzamento del Servizio Nazionale delle Migrazioni, l’ente incaricato di regolare gli ingressi stranieri nel paese. Prevede l’applicazione di 28 misure immediate e una serie di progetti di legge che saranno presentati al Parlamento, secondo quanto riporta El País.

Il processo è finalizzato a registrare coloro che sono entrati in Cile e che vi rimangono illegalmente, per valutare poi in un secondo momento chi potrà scegliere di normalizzare la propria situazione.

Inoltre, il processo di rilascio del permesso di soggiorno sarà soggetto a condizioni e coloro che non soddisfano i requisiti saranno espulsi dal paese.

Il fenomeno migratorio negli ultimi anni ha avuto un impatto rilevante nel paese sudamericano. Tra il 2017 e il 2021, secondo gli esperti, il numero di stranieri presenti in Cile è raddoppiato, così come conferma la Polizia Investigativa, che registra 1,5 milioni di migranti e 100.000 ingressi senza autorizzazione.

Il processo di politica nazionale è già iniziato con la registrazione degli stranieri presenti nel paese illegalmente. Ciò è avvenuto grazie alla piattaforma digitale che il governo ha messo a disposizione. Ad oggi si sono registrate 190.000 persone, le quali dovranno recarsi presso gli uffici del registro in cui verrà effettuata una registrazione biometrica.

Per Andrea Espinoza, direttrice sociale del Servizio dei Gesuiti Migranti, «è una buona notizia che la nuova politica nazionale sulle migrazioni abbia posto particolare attenzione alle persone prioritarie: bambini, bambine e adolescenti, donne vittime di violenza di genere e vittime della tratta».

La politica pubblica è stata definita «ambiziosa» da Soledad Torres, fondatrice di Legal Global Chile, studio legale specializzato nel diritto migratorio, poiché include aspetti che non erano mai stati presi in considerazione prima.

Perù: la dichiarazione dello Stato di Emergenza per il vulcano Ubinas

Una pioggia di cenere da martedì 4 luglio ha messo in pericolo almeno 2000 persone nel sud del Perù, nella regione di Moquegua. Si tratta di Ubinas, il vulcano più attivo tra le 400 strutture vulcaniche presenti nel paese andino. La cenere, dalla prima esplosione, è stata dispersa in un raggio di 10 chilometri in due giorni e ciò ha destato preoccupazione nei villaggi a causa dell’odore di combustibile bruciato, ma anche nelle autorità.

L’ultima volta che il vulcano ha mostrato la sua attività è stata nel luglio del 2019. Le esplosioni durarono tre mesi e sorpassarono il cratere di otto metri, disperdendosi nel raggio di 250 chilometri. Mentre, per questa volta, l’Istituto Geofisico del Perù ha affermato che non si può precisare il suo termine e la sua reale entità, secondo quanto riporta El País.

Tuttavia, mercoledì 5 luglio il Consiglio dei Ministri ha approvato la dichiarazione dello Stato di Emergenza per 60 giorni, coinvolgendo Coalaque, Chojata, Ichuña, Lloque, Matalaque, Ubinas e Yunga. Il documento giustifica anche la decisione, affermando che «la capacità di risposta del governo regionale di Moquegua è stata superata, rendendo necessario l’intervento tecnico e operativo delle entità governative».

La misura messa in atto consentirà al governo di attuare azioni immediate affinché il rischio possa essere ridotto. «Il compito centrale del governo è proteggere la popolazione», ha sottolineato il premier Alberto Otárola. Effettivamente, nella zona particolarmente soggetta a rischio, le lezioni sono state sospese in tredici scuole.

L’esigenza principale è quella di proteggere i cittadini, dove accoglierli e quindi in quale luogo potranno essere evacuati.

L’ostello di Sirahuaya, situato a 12 chilometri dal cratere, è stato individuato dalle autorità come possibile rifugio, ma non è più operativo dalla sua creazione nel 2019, quindi è una lotta contro il tempo.

I cittadini non sono d’accordo. «L’ostello di Sirahuaya sono piccoli moduli dove entra un letto, ma non c’è acqua, scarico o luce. Tra morire lì o morire qui, si preferisce morire a casa», ha detto una vicina del distretto di Ubinas, al quotidiano El Comercio.

Le conseguenze previste dagli esperti non possono essere sottovalutate. Diversi vulcanologi hanno avvertito che la cenere vulcanica, essendo altamente tossica, avrà un grave impatto sull’agricoltura, sul bestiame e, naturalmente, sull’ambiente.

Il servizio Nazionale di Meteorologia e Idrologia del Perù ha previsto che tra giovedì 6 luglio e sabato 8 luglio le dispersioni delle cenere si sposteranno verso la regione di Arequipa.

Orinoco: tra Colombia e Venezuela un fiume tutto da scoprire

Non è facile comprendere ciò che abita il fiume Orinoco, tra Colombia e Venezuela poiché è molto scuro e veloce. È il quarto fiume più profondo del mondo, per questo la difficoltà di analizzarlo lo ha riempito di mistero, secondo quanto riporta El País.

La fauna presente nel fiume è stata ignorata dalla scienza tradizionale del XIX e XX secolo, e solo fino agli anni 70′ una spedizione di venezuelani e americani ha iniziato a cercare di capire cosa potesse esserci sul fondo delle loro acque.

Grazie ad uno studio condotto da 19 ricercatori di Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti, durante la pandemia del Coronavirus, si conosce con precisione quali specie lo abitano. Quanto trovato continua ad essere avvolto dal mistero ed risulta essere insolito.

«Tra i casi curiosi c’è un piccolo pesce gatto, di circa 1,5 centimetri, che vive a 40 metri di profondità e di cui si erano visti solo due esemplari. Ma stiamo anche pensando che, in totale, avremmo potuto osservare quasi dieci nuove specie» racconta Carlos A. Lasso, ricercatore senior dell’Istituto di ricerca Alxander von Humboldt. Riferendosi alle specie afferma che sono tutte molto interessanti.

Specie rare che nonostante non avendo luce, non hanno occhi e alcuni comunicano attraverso campi elettrici. Si tratta di pesce gymnotifotmi o coltelli, in grado di capire se c’è una prede nelle vicinanze attraverso la generazione e la percezione di campi elettrici.

Per gli studiosi è stato difficoltoso riuscire a scattare foto a questi animali, una vera e propria sfida. «Quando si rischia di entrare in un fiume pericoloso e complesso come l’Orinoco, dove le acque sono torbide per la maggior parte dell’anno, non abbiamo un profilo del fondo, quindi è fondamentale lavorare con i locali, con quelli che vi pescano e lo conoscono», dice Lasso.

Inoltre, ci deve essere una particolare attenzione nei riguardi dei pesci una volta usciti dall’acqua, utilizzando guanti e anestetico per non farli soffrire.

Purtroppo, c’è stata anche un’altra spiacevole scoperta. Durante la spedizione, si è scoperta la presenza delle microplastiche e i pesci dell’Orinoco li mangiano. I pesci confondono le larve di insetti acquatici con le microplastiche.

Il fondo dell’Onirico è un luogo ancora da scoprire del tutto, uno spazio sorprendente, proprio come gli altri fiumi che condividono la Colombia e il Venezuela.

Il Cecot: le ombre della megaprigione in El Salvador

Il 31 gennaio 2023 è stata inaugurata una grande prigione dal presidente di El Salvador, Nayib Bukele, che è diventata il simbolo della lotta alla guerra contro le bande. Inoltre, ha anche istituito una politica di sicurezza che gli ha dato popolarità a livello nazionale e internazionale, secondo quanto riporta la BBC.

Il lavoro di Bukele si basa soprattutto sulla drastica riduzione degli omicidi, in quello che è diventato il paese più violento del mondo. Precedentemente, le bande controllavano i quartieri e l’operato del presidente sta dando alla gente una sensazione di tranquillità.

«El Salvador è riuscito a passare dall’essere il paese più insicuro del mondo al paese più sicuro d’America», ha affermato Bukele con un tweet. «Come ci riusciamo? Mettendo i criminali in prigione. C’è spazio? Ora sì. Possono dare ordini dall’interno? No. Possono scappare? No. Un lavoro di buon senso».

Tuttavia, a cinque mesi dalla sua inaugurazione il Cecot è al centro di contestazioni per lo stato di eccezione approvato, dopo che, in 48 ore nel marzo del 2022, si sono registrati 76 omicidi. Dall’inizio dello stato di eccezione sono state arrestate 70.000 persone, ma si registrano numerose denunce di violazioni dei diritti umani, tra arresti arbitrari e torture fino alla morte, tutto ciò sotto la custodia dello Stato.

Il Cecot è stato presentato ai salvadoregni tramite radio e televisione nazionale come «il più grande carcere di tutta l’America». Tuttavia, sono migliaia i salvadorgegni che da mesi non hanno notizie dei loro familiari lì detenuti.

Secondo il governo, il carcere ha una capacità di 40.000 prigionieri, esclusivo per tre bande: la Mara Salvaturcha e due del Quartiere 18. Queste bande rivali hanno aumentato il loro potere per decenni con il reclutamento dei giovani, attuando un ferreo controllo del territorio e seminando terrore e divisione nel Paese centroamericano.

Nel Cecot «non sono stati costruiti cortili, non sono state costruite aree ricreative per i carcerati», ha riferito a suo tempo il ministro dei Lavori pubblici, Edgar Romeo Rodríguez Herrera, il che contravviene a quanto dettato dalle Regole Minime per il Trattamento dei Detenuti, approvate nel 2005 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Brasile: il Ministero del Lavoro propone un alzamento delle quote per le assunzioni nella PA a favore delle realtà marginalizzate

Il Brasile vuole compiere ulteriori passi in avanti per aiutare le realtà più povere e marginalizzate. Già un decennio fa ha introdotto delle quote universitarie per studenti poveri e neri che hanno rivoluzionato la vita di tante famiglie.

Il Ministro del Lavoro e dell’Occupazione Luiz Marinho ha annunciato di creare quote specifiche per le persone trans (2% dei posti), indigene (un altro 2%) ed estendere al 45% i posti per brasiliani neri e meticci, e al 6% per i disabili. L’iniziativa riguarda il concorso pubblico per l’assunzione di 900 nuovi ispettori del lavoro nella pubblica amministrazione, secondo quanto riporta El País.

Il Ministero del Lavoro e il suo titolare cercano ora la formula legale per realizzare questa volontà politica. Tuttavia, non è chiaro se il presidente e il governo abbiano accolto la proposta di aumentare le quote di concorso per entrare nell’amministrazione. Il ministero ha comunque confermato l’iniziativa, ma l’esecutivo non ha risposto alle domande che riguardano la proposta.

La notizia di questa iniziativa è arrivata poche ore dopo la giornata internazionale per i diritti LGBTI e poco dopo che la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso di porre fine alla discriminazione positiva basata sulla razza nelle università. Molti dei principali edifici ufficiali del Brasile, come il Congresso o il Palazzo di Itamaraty, sede del Ministro degli Affari Esteri, hanno celebrato il Pride LGTBI con illuminazione multicolore.

In un paese dove i meticci e i neri rappresentano il 56% della popolazione, ora sono anche la maggioranza tra gli studenti nelle università pubbliche. Ciò ha costituito una grande rivoluzione: la presenza di un laureato in una famiglia come elemento di cambiamento ed elevazione sociale.

Il paese più popoloso dell’America Latina si costituisce come teatro di importanti progressi in diritti sociali per transessuali. Per esempio, quattro donne transessuali sono state elette alle ultime elezioni, due al Congresso, una al Parlamento statale di Rio de Janeiro e una a quello di Sergipe. Inoltre, alcune aziende private iniziano a mostrare interesse nell’assumerli come parte dei loro piani di diversità. Ciononostante, le transessuali brasiliane hanno notevoli problemi a cercare lavoro e la loro aspettativa di vita è notevolmente inferiore rispetto a quella dei loro connazionali, per questo motivo difficilmente raggiungono la vecchiaia.

La discriminazione è letale per questa minoranza, come dimostra l’ultimo bilancio di Trans Murder Monitoring, una rete internazionale di ONG, che conta 96 trans uccise in un anno, tra il 2021 e il 2022.

Stati Uniti: i risultati dello stress test bancario della Federal Reserve

Secondo i risultati dello stress test bancario annuale della Federal Reserve, pubblicati mercoledì 21 giugno, le banche degli Stati Uniti sono prossime a superare una grave recessione e a continuare a prestare denaro a famiglie e imprese durante questo periodo. Ciò dimostra che la tempesta bancaria degli ultimi mesi è sotto controllo. Tuttavia, chi ottiene punteggi peggiori deve essere pronto a qualsiasi pressione di mercato.

Solo 23 banche sono state esaminate perché le banche di medie dimensioni, con asset compresi tra i 100 e i 250 miliardi di dollari, devono superare il test ogni due anni.

Le due maggiori banche statunitensi hanno ampiamente superato il test: JPMorgan (con un capitale minimo dell’11,1% nel momento peggiore del periodo analizzato sul palco) e Bank of America (10,6%), così come Goldman Sachs (10,1%) e Morgan Stanley (11,2%). Tra i grandi istituti, il peggior punteggio è quello di Wells Fargo, il cui coefficiente di capitale principale scenderebbe ad un minimo dell’8,2%. Il capitale di Citigroup segnerebbe un minimo del 9,1% per poi risalire al 9,7%.

Dai risultati emerge che il più forte è Charles Schwab, con un capitale superiore al 20%, il quale è riuscito a prendere i voti migliori, proprio come Credit Suisse USA. Le altre banche, che vedono erodere i loro livelli di capitale, sono considerate gli anelli deboli della catena, secondo quanto riporta El País.

«I risultati di oggi confermano che il sistema bancario è ancora forte e resiliente», ha detto il vicepresidente della Vigilanza Michael S. Barr. «Allo stesso tempo, questo test di resistenza è solo un modo per misurare quella forza. Dobbiamo rimanere umili su come possono sorgere i rischi e continuare il nostro lavoro per garantire che le banche siano resistenti a una serie di scenari economici, perturbazioni del mercato e altre tensioni», ha aggiunto.

I risultati individuali delle banche hanno un impatto immediato sui requisiti patrimoniali delle banche, se una banca non si mantiene al di sopra di questi requisiti sarà soggetta a restrizioni sulla distribuzione del capitale e sui pagamenti di bonus.

Le 23 banche analizzate sembrano mantenersi al di sopra dei requisiti patrimoniali minimi durante il periodo di grave recessione.

Titan: ritrovate macerie del sommergibile accanto alla prua del Titanic

Giovedì 22 giugno, le autorità statunitensi hanno riferito che si è verificata una possibile implosione del Titan, il sottomarino che ospitava cinque passeggeri e che si stava dirigendo verso il relitto del transatlantico Titanic.

La Guardia Costiera ha riportato che sono stati trovati dei detriti riconducibili al sottomarino, da ciò si presume che sia stato schiacciato dalla pressione oceanica in modo “catastrofico”, secondo quanto riporta la BBC. Inoltre, ha espresso le condoglianze per la presunta morte dell’equipaggio.

Gli esperti sono pronti ad indagare su cosa sia davvero successo, studiano i pezzi trovati vicino alla prua del Titanic. Secondo Ryan Ramsey, ex capitano di sottomarini della Royal Navy britannica, grazie alla raccolta delle macerie si potrà ricostruire il quadro completo della sequenza degli eventi che hanno portato alla tragedia.

Dopo aver trovato cinque frammenti del sommergibile, la Marina degli Stati Uniti ha detto di aver rivelato «un’anomalia acustica compatibile con un’implosione», subito dopo che il Titan ha perso contatti con la superficie.

Le indagini si concentreranno sui pezzi di fibra di carbonio con cui è stata prodotta parte dell’imbarcazione. Ogni pezzo sarà analizzato al microscopio per analizzare la direzione dei filamenti di fibra di carbonio. Infatti, ci si chiede se ha subito un danno strutturale che ha prodotto una rottura nello scafo e che ha conseguentemente provocato la possibile implosione.

Il professore Roderick A. Smith, dell’Imperial College di Londra, ha affermato che “la fibra di carbonio fallisce a causa di difetti interni nella sua costruzione. Le giunzioni tra fibra di carbonio e titanio richiedono un’ispezione molto accurata.”

«Nel caso in cui si trattasse di un guasto catastrofico della carcassa principale, il sommergibile sarebbe stato soggetto a pressioni incredibilmente elevate, equivalenti al peso della Torre Eiffel, decine di migliaia di tonnellate, comprimendo l’imbarcazione», ha affermato il professor Blair Thornton dell’Università di Southampton in una intervista rilasciata alla BBC.

Non è chiaro quale agenzia guiderà l’indagine, poiché non esiste un protocollo per tali eventi con un sommergibile. Il commodoro Mauger ha affermato che questo caso è particolarmente complesso perché l’incidente è avvenuto in una parte remota dell’oceano e ha coinvolto persone di diverse nazionalità.

Brasile: «epidemia di violenza» nelle scuole

In due mesi e mezzo la polizia brasiliana ha arrestato 368 ragazzi, per aver attaccato scuole o per aver organizzato piani di attacco. Si tratta di un’operazione che il governo ha messo in atto insieme alla polizia: Scuola sicura, secondo quanto riporta El País. I primi arresti risalgono al 5 aprile, dopo l’uccisione di quattro bambini in un asilo di Blumenau, nello stato di Santa Caterina.

La metà di questi giovani adolescenti ha rivelato sui mass media l’intenzione di causare terrore nelle scuole. Il Ministro della Giustizia, l’ex giudice Flávio Dino, parla di «epidemia di violenza nelle scuole, di cui soffre il Brasile».

I tentativi di ridurre i rischi non producono i risultati sperati: lunedì 19 giugno un ex alunno di 21 anni ha ucciso due adolescenti in una scuola di Cambé (Paraná). Poco dopo il suo arresto è stato trovato morto nella sua cella.

L’assassino era entrato nell’istituto con un revolver 38 e sette caricatori. Le vittime dell’attacco sono una coppia di giovani, una ragazza di 17 anni e un ragazzo di 16. Lei è deceduta sul colpo, lui dopo una lunga agonia in ospedale.

Le motivazioni non sono state rese note. I principali media brasiliani hanno deciso, seguendo i consigli degli specialisti, di non svelare il movente per evitare qualsiasi glorificazione degli autori e frenare quindi l’effetto imitazione.

Nonostante il flusso di arresti sia continuato, e siano coinvolti 4000 agenti nell’operazione, il fenomeno non accusa battute di arresto.

Altri 1500 ragazzi sono stati interrogati in centrale come sospettati di appartenere a gruppi estremisti. Gli estremisti di destra sono particolarmente presenti al sud del Brasile, popolato da immigrati tedeschi o, più in generale, europei.

Il massacro di Blumenau ha portato il quotidiano O Globo, il principale del paese, ad annunciare che non pubblicheranno immagini o nomi di coloro che attaccano le scuole. Si tratta di ex studenti che vogliono annientare l’altro, perché si sentono incompresi o influenzati da ideologie estremiste.

Sottomarino turistico si immerge e scompare nel luogo del Titanic

Un sottomarino con cinque persone a bordo è scomparso da domenica mentre scendeva verso il relitto del Titanic, il transatlantico affondato nel 1912. La Guardia Costiera di Stati Uniti e Canada ha meno di tre giorni per ritrovare il sottomarino turistico, poiché ha una riserva di ossigeno per un massimo di 96 ore. Le autorità stanno perlustrando la zona al largo della costa canadese di Terranova.

Il sommergibile appartiene alla compagnia OceanGate Expeditions, il cui responsabile, Stockton Rush, si trova a bordo, insieme a un esploratore francese di 73 anni, un pakistano amministratore di un’organizzazione no profit, suo figlio e un imprenditore britannico di 58 anni.

Le autorità ritengono opportuno lavorare per gradi: la prima intenzione è quella di localizzare il sottomarino e nel caso in cui ciò avvenisse, si procederà con l’elaborazione di piano per tentare il salvataggio.

Il sommergibile, chiamato Titan, ha perso i contatti con la superficie solo un’ora e 45 minuti dopo l’inizio della discesa. Da quel momento i soccorritori hanno dichiarato di aver messo a disposizione ogni mezzo disponibile per cercare di localizzare il Titano, in qualunque condizione esso si trovi.

Il consigliere di OceanGate, David Concannon, ha affermato che si sta cercando di portare nella zona delle ricerche un veicolo telecomandato che riesce ad immergersi fino a 6000 metri di profondità, e sarà in grado di collaborare con le autorità per riuscire a rinvenire il sommergibile.

Per i soccorritori il tempo stringe: la metà del limite di ossigeno è già stato consumato. Inoltre, rendono tutto più difficoltoso le condizioni metereologiche e la profondità del fondale marino in quella zona. Il Titanic si trova infatti a 3800 metri di profondità, negli abissi dell’oceano.

L’ammiraglio John Mauger, che coordina i compiti di ricerca ha sottolineato: “La posizione di questa ricerca è a circa 1.700 chilometri a est di Capo Cod, ad una profondità di circa 3.960 metri. È un’area remota, ed è una sfida portare avanti una ricerca in quell’area.”

OceanGate Expeditions gestisce queste avventure sottomarine che prevedono l’immersione di otto giorni e sette notti per visitare il relitto del Titanic. La spesa del viaggio ammonta a 250 000 dollari. La spedizione prevede inoltre specialisti di missione o tre turisti e un pilota esperto in ciò che si vedrà. In questo caso, la compagnia aveva ingaggiato la nave Polar Prince per accompagnare i viaggiatori nel luogo in cui si trova il Titanic.

America Latina: la contesa per il territorio tra le comunità indigene e l’estrazione delle risorse naturali

L’organizzazione Rights and Resource Initiative (RRI) ha pubblicato un rapporto che riguarda quale percentuale di superficie terrestre appartiene alle comunità indigene, riporta El País. Sebbene l’America Latina si presenti come paladina dei diritti territoriali di queste comunità, negli ultimi anni è rimasta indietro.

Tra il 2015 e il 2020 a livello globale le comunità occupano un territorio di 102,8 milioni di ettari. In America Latina raggiunge appena 21 milioni di ettari, di cui 4 milioni di ettari utilizzate dalle aree indigene o afro-latinoamericane (dal 3% nel 2015 al 3,2 nel 2020) e 17 milioni di ettari di cui sono state riconosciute proprietarie queste comunità (dal 16,7% al 17,6%).

La direttrice dei programmi America Latina e Giustizia di genere di RRI, Omaira Bolaños, sostiene che l’America Latina ha fatto molti progressi in questo campo negli anni ’80 e ’90. Da allora, tuttavia, l’assegnazione di nuovi territori indigeni è stata molto lenta. La direttrice ritiene la cifra globale buona, visto l’aumento del territorio, ma ricorda che ciò è dovuto solo ai paesi analizzati dal rapporto, ovvero 38 paesi su 73, molti dei quali si trovano in Africa.

Sulla base di questi dati, il leader indigeno Levi Sucre, crede che si tratti di una situazione scoraggiante. Il problema riguarda anche le aree dei popoli indigeni e afro-latinoamericane già esistenti, perché stanno vivendo forti minacce. Ne è da esempio il taglio dei finanziamenti all’agenzia per gli affari indigeni effettuato dall’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro. Le situazione è grave anche in Perù: le comunità dell’Amazzonia e delle Ande hanno dovuto avanzare richieste esplicite per proteggere il loro territorio dalla pressione di compagnie petrolifere e minerarie. Una situazione che si potrebbe rilevare in qualsiasi paese dell’America Latina.

Bolaños crede che finché l’economia dell’America Latina sarà basata sull’estrazione intensiva delle risorse naturali, ci saranno minacce continue nei territori indigeni e afro-latinoamericani, e si perderà ulteriormente la possibilità di ottenere nuovi territori per le comunità.

Secondo il rapporto della RRI, inoltre, su 16 paesi dell’America Latina analizzati circa il 79% è in mano dello Stato o dei privati, il 18% è di proprietà di comunità indigene e solo il 3% è stato destinato a nuova occupazione da queste popolazioni.

Stati Uniti: Donald Trump accusato di reati federali

Dopo le accuse sul caso Stormy Daniel, del pagamento a lei effettuato per mettere a tacere una relazione extraconiugale, Donald Trump è stato accusato martedì 13 aprile a Miami per reati federali, per un totale di 37 capi d’accusa. Secondo la procura, avrebbe ostacolato la giustizia nascondendo documenti segreti.

Dopo essersi dichiarato non colpevole, l’ex presidente ha organizzato un evento nella serata di martedì per rispondere all’accusa, definendola «abominevole uso di potere» e «interferenza elettorale». Ha definito Joe Biden «un corrotto», affermando che ha tutto il diritto di conservare il materiale oggetto delle indagini. Ha anche ribadito la volontà di tornare alla Casa Bianca l’anno prossimo, nonostante stia affrontando accuse gravi, e di volersi vendicare dei democratici. «Nominerò un procuratore speciale per perseguire Biden se sarò eletto», ha minacciato.

Lo scenario del suo sfogo è stato il club di golf a Bedminster, in New Jersey, un luogo rilevante nell’accusa, che appare in due momenti chiave nel sommario del procuratore speciale Jack Smith, secondo quanto riporta El País. Trump è arrivato intorno alle 20.30 a Bedminster, entrando nel complesso con la canzone di Elvis Presley, Suspicious Mind, in sottofondo.

Il cortile del Club ha ospitato decine di sedie per ospiti selezionati.

Come si evidenzia dagli ultimi sondaggi della CBS, i suoi sostenitori repubblicani rimangono fedeli a lui nonostante i processi che deve affrontare. Il 61% dei partecipanti ha affermato che le accuse non faranno cambiare loro idea sul candidato delle elezioni del 2024.

I 34 capi d’accusa imposti nell’aprile del 2023, per falsificazione di registri commerciali, sono riusciti a unificare molti repubblicani intorno a Trump, quindi i 37 presentati questo martedì a Miami potrebbero avere lo stesso effetto tra i suoi fedelissimi, e specialmente tra quelli presenti a Bedminster. L’accusa federale, che almeno il 60% dell’elettorato repubblicano considera di natura politica, può incoraggiare ulteriormente il candidato.

Nonostante sia accusato penalmente, non gli è proibito di candidarsi e di avere la possibilità di diventare in futuro di nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Colombia: ritrovati dopo 40 giorni quattro minorenni scomparsi nella foresta

Quattro bambini indigeni del sud-est della Colombia hanno trascorso 40 giorni nella foresta, in una delle regioni meno esplorate e più pericolose del mondo.

Il 1º maggio, i minori di 14, 9, 4 e un anno di età sono sopravvissuti allo schianto di un aereo in cui viaggiavano con la madre e altri due adulti, non sopravvissuti all’incidente aereo, secondo quanto riporta la BBC. Venerdì 9 giugno sono stati trovati dall’esercito dopo un’intensa ricerca. Il giorno seguente sono stati trasferiti a Bogotà presso l’ospedale militare dove stanno ricevendo cure.

I bambini si trovano in condizioni cliniche «accettabili», nonostante l’ambiente inospitale in cui sono riusciti a sopravvivere, ha riferito il Ministro della Difesa, Iván Velásquez. Ha aggiunto che alla bambina più grande è riconosciuta «non solo il suo valore ma anche la sua leadership. Fu per lei che i tre fratellini riuscirono a sopravvivere al suo fianco, con le sue cure, con la conoscenza della giungla». Il ministro ha sottolineato direttamente dall’ ospedale come le comunità indigene abbiano partecipato alla ricerca, congiuntamente svolta alle forze militari, come riporta El País.

Nonostante alcune punture e lesioni alla pelle, il generale Carlos Rincón Arango, direttore dell’ospedale militare centrale conferma le condizioni cliniche accettabili dei quattro fratelli. Ricevono supporto nutrizionale e psicologico e saranno tenuti sotto controllo in ospedale per qualche settimana. «Parlano poco ancora e sono deboli, anche se vogliono giocare. Diamogli un po’ di tempo», dichiara la direttrice dell’Istituto colombiano di benessere familiare, Astrid Cáceres.

La missione del governo per trovare i bambini venne chiamata «Operazione Speranza». La notizia ha fatto il giro del mondo e la ricerca ha coinvolto tutti. Gli indizi trovati dall’esercito sono stati ripresi con foto e video: pannolini, biberon, una scarpa e una mela morsa.

Quando sono stati ritrovati, i militari hanno esortato con una parola chiave che avevano concordato in caso del ritrovamento dei piccoli: «miracolo», una parola che hanno ripetuto una volta per ogni bambino.

Consolidamento delle relazione USA-Arabia Saudita: la visita di Blinken

Lo scorso martedì 6 giugno il segretario di Stato americano Blinken è arrivato in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman. La visita rappresenta l’inizio di una missione diplomatica volta a consolidare i rapporti tra i due Paesi, in seguito ad anni di profondi disaccordi relativi a molte questioni.

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller, in una dichiarazione successiva all’incontro, ha riportato che Blinken e Mohammed bin Salman si sono impegnati a «promuovere la stabilità, la sicurezza e la prosperità in tutto il Medio Oriente e oltre».

Secondo quanto riportato dalla Reuters, la discussione si è incentrata sull’ «approfondimento della cooperazione economica, specialmente nei campi dell’energia pulita e della tecnologia».

Blinken ha, inoltre, ringraziato l’Arabia Saudita per il suo sostegno durante la recente evacuazione di cittadini statunitensi dal Sudan colpito dalla guerra, nonché per gli sforzi diplomatici per fermare i combattimenti tra le fazioni sudanesi rivali.

Durante il soggiorno di tre giorni, il massimo diplomatico statunitense ha incontrato anche altri funzionali sauditi. Questa visita di alto livello avviene dopo circa un mese da quella del consigliere della sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan.

La presenza di Blinken in Arabia Saudita arriva in seguito alla dichiarazione del Paese arabo circa l’impegno a ridurre ulteriormente la produzione di petrolio, una mossa che potrebbe aggiungere tensione al rapporto tra Washington e Riyad.

In questo quadro, secondo gli analisti gli obiettivi del viaggio di Blinken includono riconquistare influenza su Riyad riguardo ai prezzi del petrolio, respingere l’influenza cinese e russa nella regione e alimentare le speranze per un’eventuale normalizzazione dei legami sauditi-israeliani.

L’attuale amministrazione Biden, inizialmente, ha instaurato legami difficili con l’Arabia Saudita, in quanto il presidente, subito dopo essere entrato in carica nel 2021, ha rilasciato una valutazione dell’intelligence statunitense secondo cui il principe ereditario aveva approvato l’operazione per catturare e uccidere il giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi nel 2018.

Lo scorso luglio Joe Biden ha visitato il regno senza, tuttavia, riuscire ad alleviare le tensioni con Riyad, la quale è diventata meno interessata ad essere allineata con le priorità degli Stati Uniti nella regione.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, Ma Hussein Ibish, studioso presso l’Arab Gulf States Institute di Washington DC, ha affermato che le relazioni tra Washington e Riyad stanno attualmente migliorando. L’esperto ritiene che «soprattutto quando si tratta di sicurezza e poche altre questioni, il rapporto è più forte di quanto non fosse un anno fa».

Il fumo degli incendi canadesi raggiunge la città di New York

Il fumo denso degli incendi in Canada ha oscurato martedì 6 e mercoledì 7 giugno la città di New York e buona parte del nord-est degli Stati Uniti. La visibilità sulla città è stata pari a zero, come sull’Empire State Building, impossibile da intravedere. Il cielo ha assunto una colorazione giallastra e l’intenso odore di bruciato ha messo in allarme numerosi stati, secondo quanto riporta El País. Inoltre, la scarsa qualità dell’aria, che potrebbe durare per giorni, ha messo in allerta le persone più sensibili.

Secondo le autorità meteorologiche e come ha consigliato attraverso un tweet il sindaco di New York, Eric Adams, i malati polmonari, i cardiopatici, i bambini e gli anziani, dovrebbero evitare le uscite all’aperto. Avvisi di questo genere riguardano anche alcune contee del Connecticut, Massachusetts e Vermont e anche più a sud, zone del New Jersey, del Maryland, della Pennsylvania nonché la capitale federale, Washington.

La Grande Mela non si ritrovava in una situazione così critica dagli anni ’60, la qualità dell’aria ha raggiunto un livello preoccupante. «Non esistono un piano o delle linee guida per questo tipo di problemi», ha detto Adams in una conferenza stampa, affermando che si tratta di una situazione senza precedenti.

Non è la prima volta che il fumo raggiunge gli Stati Uniti, ma i colori apocalittici hanno impressionato tutti. Siti come EarthCam hanno postato tutto il pomeriggio immagini che paiono surreali.

Le conseguenze sono state inevitabili sul piano sociale: l’inquinamento da fumo ha iniziato a provocare ritardi e cancellazioni di alcuni voli, le scuole di vari stati hanno cancellato sport e altre attività all’aperto, le corse di cavalli dal vivo sono state annullate mercoledì 7 e giovedì 8 giugno al Delaware Park Wilmington. Alcune manifestazioni politiche, da Manhattan a Harrisburg (Pennsylvania), sono spostate all’interno o posticipate, e gli sceneggiatori di Hollywood in sciopero sono stati cacciati dall’area metropolitana di New York.

Questo martedì, gli incendi attivi in Canada erano più di 400, di cui 200 fuori controllo. La stagione di incendi già intensa aveva fatto evacuare da lunedì 26.000 canadesi dalle loro case. Sarà la peggiore stagione degli incendi boschivi della storia del paese, secondo le autorità.

Brasile: il governo vuole eliminare la deforestazione entro il 2030

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si pone come obiettivo la salvaguardia della foresta amazzonica. Il governo ha presentato un piano specifico contro la deforestazione nel corso della Giornata mondiale dell’ambiente, secondo quanto riporta El País. Si tratta della rivisitazione di un piano entrato in vigore nel 2004, varato da Lula e dal Ministro dell’ambiente Marina Salva, che fino al 2012 ha dato come risultato la diminuzione della deforestazione dell’83%.

Durante la gestione del governo di Jair Bolsonaro, il piano fu sospeso sostituendolo con operazioni militari di lotta agli incendi e al disboscamento illegale, manovre che gli specialisti hanno considerato di scarsa utilità.

Il piano tornato in auge, che è stato rielaborato da 19 ministri, prevede 194 linee d’azione al fine di raggiungere la deforestazione zero entro sette anni. Il programma comprende altre misure: la creazione di tre milioni di ettari di nuove riserve naturali, la protezione di 230.000 chilometri di rive dei fiumi, il sequestro del 50% dei terreni illegalmente disboscati, l’ampliamento del numero di basi strategiche, di stazioni di polizia e di aerei della polizia federale e delle forze armate in Amazzonia, la creazione di avvisi giornalieri sulla deforestazione e l’assunzione di 1.600 analisti ambientali entro il 2027.

«Portare la protezione socio-ambientale e il cambiamento climatico al centro delle attività e delle priorità del governo va oltre un impegno etico e civile. È anche il più grande trionfo di cui il Brasile dispone per inserirsi nel mondo, attrarre investimenti, generare posti di lavoro e tornare ad essere protagonista nella soluzione dei grandi conflitti globali», ha affermato il Ministro dell’Ambiente. L’intenzione è quella di offrire un’alternativa in campo economico ai cittadini brasiliani che vivono in Amazzonia, attraverso la bioeconomia, il turismo sostenibile e l’agricoltura familiare.

La cerimonia di presentazione del piano anti-deforestazione è stata un atto che ha apportato prestigio internazionale al Ministro dell’ambiente, cercando inoltre di incoraggiarla in un momento di forti pressioni.

Nei tempi previsti dalla politica, i primi risultati si vedranno entro il 2025, quando il Brasile ospiterà la COP-30 a Belém, un appuntamento internazionale che il governatore sfrutterà per capitalizzare gli sforzi a favore del nuovo piano verde.

Ucraina: squarcio nella diga della centrale idroelettrica a Nova Kakhovka

Nella mattinata del 6 giugno 2023, una diga costruita sul Dnepr, fiume che attraversa la città di Nova Kakhovka, è stata gravemente danneggiata. A causa dello scarico incontrollato dell’acqua sia i sistemi fognari sia parte delle linee elettriche sono stati danneggiati e sono state allagate circa 600 case. Le autorità locali hanno prontamente dichiarato lo stato d’emergenza e hanno fatto evacuare la maggior parte dei cittadini. Nonostante ciò, Energoatom, l’azienda statale ucraina che si occupa della gestione delle quattro centrali nucleari attive nel territorio del paese, ha assicurato che la situazione dell’impianto è per il momento sotto controllo.

L’infrastruttura è stata costruita nel 1956 sul fiume Dnepr come parte dell’omonima centrale idroelettrica. Alta 3 metri e lunga 2,3 chilometri, la diga rappresenta un punto strategico e si trova attualmente sul territorio controllato dalla Russia. Per tale motivo, Ucraina e Russia si accusano reciprocamente di aver causato il danno a discapito dell’altro.

L’ucraina parla di atto terroristico russo, come riportato da RTVE. Alcuni video pubblicati sui social media mostrano diverse esplosioni sulla diga, mentre Mikhail Podoloyak, consigliere dell’ufficio presidenziale ucraino, sostiene che si sia trattato di un palese attacco russo mirato ad ostacolare l’avanzata ucraina e a rallentare la fine della guerra.

Il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha convocato d’urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale e ha pubblicato su Twitter un video della diga distrutta accusando i soldati russi e dichiarando: «La distruzione della diga della centrale idroelettrica di Kakhovka non fa che confermare a tutti che i russi devono essere espulsi da ogni angolo del territorio ucraino. Non un solo metro deve essere lasciato a loro, perché usano ogni metro per il terrore.»

Dall’altro lato, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha smentito le accuse ucraine e ha incolpato il nemico di “sabotaggio deliberato”. Inoltre, l’agenzia di stampa russa TASS sostiene che le truppe ucraine hanno attaccato l’infrastruttura utilizzando missili sparati da un sistema di lancio multiplo del tipo Olja, mentre il sindaco russo della città di Nova Kakhovka, Vladimir Leontev, ha dichiarato che una serie di attacchi ucraini ha causato un buco nella struttura e che sarà impossibile ripararla.

Stato del Messico: la governatrice in pectore Delfina Gómez celebra il risultato delle elezioni

L’Istituto Nazionale Elettorale del Messico (INE) ha pubblicato i risultati di un conteggio rapido, un calcolo in cui Delfina Gómez, del Partito Morena, otterrebbe in totale tra il 52% e il 54% dei voti, mentre la sua avversaria, Alejandra Del Moral, dell’alleanza PRI-PAN-PRD, otterrebbe tra il 43% e il 45%.

Gómez ha detto: «e l’amore che mi avete dato, io spero di restituirlo. Come? Lavorando. Questo è il trionfo di tutti noi. Vinceremo tutti in questo sforzo che abbiamo fatto. Faremo una nuova storia nello Stato del Messico. Dobbiamo lavorare giorno per giorno. Sarò molto impegnata. Tornerò nei comuni, non solo per ringraziare, ma per presentare progetti di lavoro per ciascuno», ha detto euforica la Gomez, celebrando a Toluca insieme ai suoi sostenitori, una vittoria che sembra sicura.

Gómez dichiara di dare più spazio alle donne che lavoreranno al suo fianco, senza escludere le esigenze di nessun altro. Gli anziani, gli insegnanti, i disabili, i contadini e i giovani saranno al centro del suo impegno politico. «Il nostro sarà un governo aperto, che ascolta, perché vogliamo conoscere in prima persona le necessità. E daremo seguito a tutte le proposte raccolte nei forum. Niente corruzione, niente compromessi, andiamo con tutto il mare della corruzione. Con il popolo tutto, senza il popolo niente!», ha aggiunto la governatrice virtuale.

L’affluenza ha raggiunto il 46,9% nello Stato del Messico e il 55% a Coahuila, come riporta El País. Una battaglia elettorale che in questo 2023 ha chiamato alle urne circa 15 milioni di cittadini dello Stato del Messico. Sono elezioni che sembrano confermare l’egemonia del partito del Presidente Andrés Manuel López Obrador, oltre a sancire la perdita del potere del PRI dopo 100 anni di dominio in questi territori.

Alfredo De Mazo, governatore dello Stato del Messico dal 2017 ad oggi, si è congratulato con Gómez postando un tweet: «Oggi i Messicani nell’esercizio di partecipazione democratica, in assoluto rispetto e libertà, hanno scelto chi guiderà il corso del nostro stato per i prossimi sei anni. Noi riconosciamo la Maestra @delfinagomeza per il suo trionfo in questa elezione e gli auguriamo il maggior successo per il bene dello Stato del Messico».

Unione europea: secondo vertice della Comunità politica europea in Moldavia

Giovedì 1° giugno 2023 i leader dei paesi dell’Unione europea, insieme ai rappresentanti delle istituzioni comunitarie e a quelli di altri 19 paesi non appartenenti all’UE, si sono riuniti in Moldavia per il secondo vertice della Comunità politica europea (CPE). Tra i partecipanti, il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, l’alto rappresentante dell’EU Josep Borrel, il presidente italiano del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodimir Zelenski.

L’incontro, un forum informale ideato dal presidente francese Emmanuel Macron, ha lo scopo di consentire ai paesi candidati all’UE e al resto dei paesi del continente, fatta eccezione per Russia e Bielorussia, di discutere di questioni comuni quali la sicurezza o le problematiche energetiche. In questo caso specifico, la riunione ha sottolineato sia il sostegno alla Moldavia, paese confinante con l’Ucraina e in cui ci sono tensioni con la regione filorussa della Transnistria, sia la volontà di isolare internazionalmente della Russia.

Le autorità moldave hanno adottato diverse misure di sicurezza, tra cui la chiusura dello spazio aereo, le esercitazioni internazionali di contraerea, la chiusura temporanea delle strade della capitale Chisinau e l’assistenza della polizia estera. Lo spazio aereo moldavo rimarrà chiuso fino alla fine dell’incontro, in contemporanea con la conclusione delle esercitazioni internazionali Air Bastion-2023, attuate per garantire la sicurezza dei leader europei e che coinvolgeranno 200 soldati moldavi, francesi, britannici, rumeni e statunitensi.

Quello in Moldavia è stato il secondo vertice della Comunità politica europea, mentre il primo si è tenuto nel castello di Praga lo scorso ottobre. La Spagna, invece, si è impegnata a ospitare il terzo incontro. Il primo forum era servito a sottolineare l’isolamento internazionale di Mosca e a dimostrare l’unione degli Stati membri dell’Unione europea con altre nazioni che solitamente sono più distanti dall’UE, come il Regno Unito, che ha lasciato il blocco comunitario nel 2020, o la Turchia, che è stata criticata per non aver aderito alle sanzioni contro la Russia.

Durante il primo incontro, il presidente Macron ha affermato: «Abbiamo dimostrato l’unità di 44 paesi che condannano l’invasione russa e sostengono l’Ucraina. Sappiamo che l’Europa è divisa su diverse questioni, ma su questa siamo uniti», come riportato da RTVE. Sulla sua stessa linea di pensiero vi sono l’alto rappresentante dell’UE Borrell e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Alcuni membri della CPE, invece, hanno visto il vertice come l’ennesimo “negozio di chiacchiere”, che sarà difficile da gestire a causa delle sue dimensioni e della sua diversità, nonché delle tradizionali rivalità tra molti dei suoi membri, quali Armenia e Azerbaigian o Turchia e Grecia.

Il Cile verso una nuova Costituzione

L’avvocato Veronica Undurraga ha dichiarato che il progetto preliminare per una nuova Costituzione è pronto. Undurraga è la presidente di un organo nominato dal Congresso cileno, che dal 6 marzo ha iniziato ad elaborare la bozza per una nuova Carta costituzionale.

Durante il processo di redazione il Congresso ha avuto un obiettivo comune: «redigere il miglior testo possibile pensando al futuro del Cile. Una Costituzione che non è la Costituzione sognata da nessuno di noi, ma una Costituzione sotto la quale tutti sentiamo di poter convivere e che sentiamo come nostra».

Si tratta di un tentativo di sostituire l’attuale Carta fondamentale, che ha origine nel 1980 durante la dittatura militare di Augusto Pinochet. Ha subito profonde modifiche negli anni e dal 2005 porta la firma dell’allora presidente socialista Ricardo Lagos (2000-2006).

Il progetto preliminare, che presenta 14 capitoli, 118 pagine, sarà consegnato al Consiglio costituzionale la prossima settimana, come riporta El País. Il processo di redazione è durato quasi tre mesi e si tratta di un progetto che, pur presentando alcuni cambiamenti sostanziali, segue la tradizionale costituzione cilena.

La principale modifica è che il sistema cileno sarà democratico e sociale, una lotta portata avanti dal centrosinistra e alla quale la destra si è unita. Questo è il risultato di un lavoro che, come ha dichiarato il vicepresidente della commissione di esperti Sebastián Soto, è stato condiviso da tutti, cercando di trovare strade comuni per proporre al Consiglio una Costituzione che unisca, e non divida.

Il testo costituzionale proposto contiene alcune novità nella figura del presidente della Repubblica, per cui «nell’esercizio delle sue funzioni ha una durata di quattro anni e non può essere rieletto per il periodo immediatamente successivo. Tuttavia, una persona può esercitare la carica di presidente della Repubblica solo fino a due volte».

Inoltre, c’è un nuovo meccanismo di partecipazione al processo di formazione delle leggi.

L’intervento più significativo riguarda il sistema dei partiti politici: è stata fissata una soglia del 5% dei voti validamente espressi per accedere alle elezioni della Camera dei deputati. Si tratta di un cambiamento voluto a causa della frammentazione della politica cilena, tanto che in Parlamento vi sono 21 forze.

Per la prima volta nella storia la proposta riconosce i popoli indigeni come parte della popolazione cilena, assicura la partecipazione politica alle donne e prevede la protezione dell’ambiente, la sostenibilità e lo sviluppo.

Il Consiglio costituzionale, a partire dal 7 giugno, avrà sei mesi per lavorare il testo, e il 17 dicembre si deciderà se il Cile potrà o meno sostituire la Costituzione nata durante la dittatura.

Turchia: Erdoğan vince le elezioni

Dopo due settimane di elezioni, Recep Tayyip Erdoğan, leader del partito conservatore Akp, si conferma nuovamente vincitore con il 52,14% di voti contro il 47,86% di Kemal Kılıçdaroğlu, che ha guidato una coalizione di sei partiti di opposizione. Nel discorso successivo alla rielezione, Erdoğan ha ribadito: «Per i prossimi cinque anni ci è stata affidata la responsabilità di guidare il Paese. Non sono l’unico vincitore, il vincitore è la Turchia e la nostra democrazia.»

Per la prima volta dalla sua ascesa al potere iniziata più di 15 anni fa, Erdoğan ha dovuto affrontare un secondo turno di votazioni, trovandosi di fronte una forte opposizione che ha ottenuto i risultati migliori dopo decenni di sconfitte assicurate. Kılıçdaroğlu, leader del Partito kemalista fondato dal padre della Turchia moderna, Kemal Atatürk, ha invitato il presidente rieletto a usare il potere che detiene con moderazione.

Durante la campagna elettorale, Erdoğan ha affermato la propria posizione su diversi punti cruciali che riguardano il paese. Ha riconosciuto che le sue sfide principali saranno affrontare sia la crisi economica sia le conseguenze del terremoto che a febbraio ha coinvolto undici province del sud della Turchia. Il presidente ha infatti promesso di risollevare un’economia che attualmente ha un tasso d’inflazione superiore al 50% e di costruire e consegnare le case delle vittime del terremoto entro due anni.

Un’altra questione al centro della campagna elettorale turca è stata la gestione dell’immigrazione. Nel paese ci sono più di 5 milioni di rifugiati, di cui 3,5 milioni provenienti dalla Siria. L’opposizione si è sempre espressa contro l’arrivo di nuovi rifugiati perché i siriani rappresentano l’islamismo e simboleggiano regressione. Per tale motivo, i siriani residenti in Turchia hanno appoggiato Erdoğan, ma poiché gran parte degli elettori di quest’ultimo si lamenta dell’immigrazione, non si esclude che nei prossimi mesi il presidente cambierà la propria politica migratoria, riporta RTVE.

Secondo gli esperti, nei prossimi mesi Erdoğan dovrà anche fare una scelta decisiva riguardo la propria politica di bilanciamento tra Russia e Stati Uniti. Infatti, nonostante la Turchia sia membro della NATO, non ha appoggiato le sanzioni europee e statunitensi contro Mosca e mantiene il veto sull’adesione della Svezia all’Alleanza. Inoltre, ha assunto un ruolo proprio all’interno della NATO proponendosi come mediatore dell’accordo sul grano tra Ucraina e Russia e la sua politica estera si è avvicinata all’Egitto e a Israele. Secondo Carlos Ortega Sánchez, specialista e ricercatore presso El Orden Mundial, l’approccio politico pragmatico di Erdoğan consiste nell’adattarsi alle circostanze, di conseguenza farà le scelte che più lo avvantaggeranno.

Telefonata Biden-Erdogan: congratulazioni, F-16 e candidatura della Svezia alla NATO

Lo scorso lunedì 29 magio, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, si è complimentato con Recep Tayyip Erdogan per la sua rielezione, avvenuta in seguito alla fase di ballottaggio contro il riformista Kemal Kilicdaroglu. I due leader hanno anche discusso di questioni come l’acquisto da parte della Turchia di aerei da combattimento F-16 e l’adesione della Svezia alla NATO.

Durante la conversazione, Erdogan ha ribadito il desiderio di Ankara di acquistare aerei da combattimento F-16 dagli Stati Uniti, i quali chiedono alla Turchia di abbandonare l’obiezione all’entrata della Svezia nell’alleanza militare transatlantica.

Secondo quanto riportato dalla Reuters, prima di lasciare la Casa Bianca, Biden ha detto ai giornalisti: «mi sono congratulato con Erdogan. Vuole ancora acquistare gli F-16. Gli ho detto che volevamo un accordo con la Svezia, quindi facciamolo. In questo modo, saremo di nuovo in contatto l’uno con l’altro».

Il presidente degli Stati Uniti ha poi affermato di aver sollevato la questione dell’adesione della Svezia alla NATO e di aver proposto all’omologo turco un ulteriore colloquio per la prossima settimana.

La Svezia e la Finlandia hanno presentato domanda di partecipazione alla NATO lo scorso anno, abbandonando le consuete politiche di non allineamento militare, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. La Finlandia ha ottenuto l’approvazione, che deve provenire da tutti i membri dell’alleanza, lo scorso mese. La posizione della Svezia, invece, è stata ostacolata dalle obiezioni di Turchia e Ungheria.

Secondo la giustificazione espressa dalla Turchia, Stoccolma ospita attualmente i membri di gruppi armati considerati “terroristici”.

Nel frattempo, la Turchia ha cercato di acquistare dagli Stati Uniti gli aerei F-16 per un valore di 20 miliardi di dollari e quasi 80 kit di modernizzazione. La vendita, tuttavia, è stata bloccata a causa delle obiezioni del Congresso statunitense relative al rifiuto di Ankara di dare il via libera all’allargamento della NATO, alla situazione interna circa il rispetto dei diritti umani e alla politica in Siria. Nonostante tali contestazioni, l’amministrazione Biden ha ripetutamente affermato di sostenere la vendita.

In seguito alla ratifica da parte della Turchia dell’adesione della Finlandia alla NATO, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto di dimensioni ridotte, che include aggiornamenti del software avionico per l’attuale flotta turca di F-16. Sul tema, il presidente Biden ha più volte negato affermazioni che mettessero in relazione la vendita di armi, con l’allargamento della NATO.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, vedere la Svezia entrare a far parte della NATO entro il prossimo luglio, mese in cui l’alleanza transatlantica dovrebbe organizzare un vertice dei leader in Lituania, è tra le massime priorità per Washington.

Colombia: la senatrice María Fernanda Cabal si candida alle presidenziali del 2026

È la donna che ha mandato all’inferno García Márquez, l’illustre scrittore colombiano, che crede che il cambiamento climatico sia una farsa, che ritiene che le scienze umanistiche creino idee poco sensate, almeno stando quanto riporta El País. La senatrice è convinta che sia giunto il suo momento e che, a Dio piacendo, possa essere la prossima presidente della Colombia.

Rilasciando una lunga intervista all’edizione latinoamericana del quotidiano spagnolo, la Cabal si immagina un futuro vicino con José Antonio Kast alla presidenza del Cile, Javier Milei a quella dell’Argentina e lei a quella della Colombia. «E Trump negli Stati Uniti», aggiunge. Vede tutti leader più noti della destra più radicale e populista governare in America nei prossimi anni.

In Colombia, la destra gli ha lasciato uno spazio enorme che cerca di riempire facendosi sempre più presente. È la voce più ascoltata dell’opposizione al governo di sinistra di Petro.

I partiti conservatori sono stati sconfitti nelle elezioni del 2022, dove non hanno raggiunto nemmeno il secondo turno, e ora non hanno un leader chiaro. Infatti, è questa situazione di debolezza che le permette di approfittarsene, e quindi di emergere. «Non dirò che non si genera gelosia nei propri partiti, perché è naturale. Io cito molto Churchill quando mi chiedono dei nemici di altri partiti, quelli sono avversari, i miei nemici sono nel mio partito».

Non è ancora chiaro il suo potere elettorale, e quindi quanti sostenitori potrebbe avere alle elezioni, però sono sempre più visibili i sostenitori dell’ultradestra che cresce in altri paesi latinoamericani, tra cui il fenomeno Bukele in El Salvador, per cui Cabal fu la prima a mostrare la sua ammirazione per il salvadoreño in Colombia. Le piace la sua mano dura, il suo autoritarismo, che vede necessario in una situazione di violenza come quella che ha attraversato El Salvador, anche se crede «che debba arrivare un momento in cui ci deve essere equilibrio, perché altrimenti ci sarà una dittatura pura e dura».

Cabal pensa che la Colombia abbia un bisogno di autorità che propone di recuperare «combattendo» con le forze armate.

Dall’intervista emerge quanto le piace provocare e osservare ciò che le sue parole provocano negli altri. La formula non è nuova. L’ha usata Trump negli Stati Uniti e Bolsonaro in Brasile. Si candida per entrare a far parte di questo club.

Spagna: a rischio il parco nazionale di Doñana, patrimonio mondiale dell’UNESCO

Il parco nazionale di Doñana, situato nel golfo di Cadice, tra Huelva e Siviglia, è uno degli ecosistemi più importanti dell’Andalusia per estensione e biodiversità. Grazie all’alto livello di umidità, qui è possibile la convivenza di diversi habitat naturali. Inoltre, la riserva rappresenta un punto centrale per le rotte migratorie di migliaia di uccelli, la cui sopravvivenza dipende proprio dalla buona condizione delle zone umide. Il territorio protetto ospita oltre 40 chilometri di spiagge, lagune e paludi ed è la casa di molte specie di animali in via di estinzione, quali la lince iberica, l’aquila imperiale, l’alzavola marmorizzata o l’anatra dalla testa bianca. Per tutti i motivi appena elencati, nel 1994 il parco è entrato a far parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è riconosciuto come Riserva della biosfera dal 1980.

Ad aprile 2023, il Parlamento dell’Andalusia ha approvato un progetto di legge che prevede l’aumento dell’irrigazione nell’area circostante la riserva naturale. L’iniziativa ha ottenuto l’approvazione grazie ai voti a favore del PP e di Vox, nonostante il monito dell’Unione europea di multare la Spagna, l’opposizione del governo e il rifiuto della comunità scientifica a causa dello stato critico del parco nazionale. Durante l’acceso dibattito parlamentare, Manuel Andrés González, portavoce e presidente del PP di Huelva, ha sostenuto il progetto in difesa del futuro di centinaia di famiglie andaluse, mentre Rafael Segovia, portavoce di Vox, ha sostenuto che a Huelva c’è acqua a sufficienza per consentire l’aumento dell’irrigazione, come riporta El País.

Dall’altro lato, l’UNESCO ha espresso preoccupazione per la proposta di legge e ha avvertito che la sua approvazione mette a serio rischio la biodiversità del parco, minacciando quindi le ragioni che lo hanno reso patrimonio dell’umanità. In aggiunta, il Comitato del Patrimonio Mondiale ha regolarmente messo in guardia dallo sfruttamento eccessivo della falda acquifera e dai potenziali impatti sull’ecosistema, sostenendo che la mancanza di precipitazioni degli ultimi anni e il conseguente «disseccamento delle zone idriche influisce direttamente sulle popolazioni degli uccelli acquatici.» In merito a ciò, in una dichiarazione rilasciata lo scorso mercoledì 24 maggio, l’agenzia delle Nazioni Unite ha affermato che il Comitato prenderà le misure necessarie nella prossima riunione di settembre, indicando come “ultima spiaggia” la possibilità di considerare il sito come patrimonio mondiale in pericolo laddove ce ne sarà bisogno.

La prossima riunione del Comitato si terrà in Arabia Saudita tra il 10 e il 25 settembre e proseguirà l’analisi dello stato di conservazione dell’area protetta, prendendo in considerazione sia il rapporto presentato dalla Spagna sia l’analisi di UNESCO e IUCN.

Il lancio della campagna elettorale di Ron DeSantis: un fallimento per lui e per Elon Musk

Il governatore della Florida, Ron DeSantis, ha tentato di presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2024 attraverso un video su Twitter con Elon Musk. Ma quello che doveva essere il suo grande momento è stato ritenuto un disastro da tutta la stampa internazionale. A causa di problemi tecnici, con centinaia di migliaia di persone connesse, la trasmissione si interrompeva continuamente.

Durante l’esperimento fallito di DeSantis, Joe Biden lo tagga con un tweet: «Questo link funziona», allegando il link che riportava alla sua campagna, come riporta El País. L’ex presidente Donald Trump si è anche aggiunto alle prese in giro dalla sua rete, Truth Social, dove ha caricato un video di un razzo SpaceX, un’altra società di Elon Musk, che cade ed esplode con la scritta «Ron 2024». Poi ha scritto un ulteriore tweet: «Wow! Il lancio di DeSanctus su TWITTER è un DISASTRO! Tutta la tua campagna sarà un disastro». Lo stesso DeSantis si è rassegnato a scherzare: «Sembra che abbiamo spaccato internet».

Dopo poco più di 21 minuti dal suo inizio, la trasmissione è stata interrotta, quindi, coloro che sono rimasti in attesa non hanno potuto ascoltare il candidato. David Sacks, che fungeva da moderatore, ha aperto un’altra trasmissione che è stata resa accessibile tramite un altro link.

Era passata circa mezz’ora rispetto all’orario annunciato quando DeSantis ha iniziato: «Mi presento come presidente degli Stati Uniti per guidare la grande rinascita americana». Al termine del programma, un’ora dopo, la trasmissione non riuscita aveva ancora milioni di visualizzazioni in più di quella che ha funzionato.

Musk ha detto che invita tutti i candidati presidenziali a partecipare a un programma simile a quello organizzato a DeSantis, ma visto il disastroso risultato della prima non è chiaro quanti accetteranno l’invito. I problemi del social network sono stati una costante durante la caotica leadership dell’azienda che ha acquistato lo scorso ottobre.

Spagna: razzismo sul campo da calcio e non solo

La scorsa domenica 21 maggio, dopo la partita tra il Valencia e il Real Madrid, la polizia nazionale spagnola ha arrestato tre individui di età compresa tra i 18 e i 21 anni per gli insulti razzisti rivolti a Vinícius Júnior, calciatore del Real Madrid. Episodi simili nei confronti del giocatore brasiliano si erano già verificati nel corso delle precedenti partite della Liga e più volte sono stati denunciati in quanto crimini di odio e discriminazione.

In particolar modo, lo scorso gennaio è stato trovato un manichino che indossava la maglia di Vinícius appeso a un ponte, su cui compariva la scritta “Madrid odia il Real”. L’atto vandalico, verificatosi a seguito della vittoria del Real Madrid contro l’Atlético Madrid, è stato prontamente denunciato e la società calcistica ha aperto un’inchiesta per l’identificazione dei colpevoli.

Il calciatore ha espresso la propria opinione sfogandosi attraverso un post pubblicato sui social media: «Mi dispiace per gli spagnoli che non sono d’accordo ma oggi, in Brasile, la Spagna è considerata un paese razzista.» Poi, ha aggiunto: «La Liga ormai appartiene ai razzisti.» In risposta, la replica di Javier Tebas, presidente della Liga: «Prima di criticare e insultare è necessario che ti informi a dovere, Vinícius. Non lasciarti manipolare e assicurati di comprendere appieno le competenze di ciascuno e il lavoro che abbiamo svolto insieme.»

Le ripercussioni di questo episodio invitano a sollevare il dibattito sul razzismo in Spagna al di là del campo da calcio. Secondo El País, nel 2017, il Centro di Ricerca Sociologica (CIS) ha svolto un sondaggio in cui chiedeva agli spagnoli se si considerassero razzisti o meno. I risultati ottenuti erano stati positivi, poiché la maggioranza aveva risposto negativamente, ma il valore era relativo. Secondo gli esperti, infatti, le domande erano state poste in modo troppo diretto e l’intervistato aveva risposto scegliendo l’opzione che pensava fosse più giusta, ossia in modo poco realistico.

Secondo Mercedes Fernández, direttrice dell’Istituto di Migrazioni dell’Università di Comillas e coautrice dello studio “Evolución del racismo, la xenofobia y otras formas de intolerancia”, in base all’analisi dei diversi sondaggi raccolti nel corso degli anni, la Spagna non mostra un sentimento di superiorità basato sul colore della pelle, ma vede gli immigrati come concorrenti.

In altre parole, un individuo può essere apparentemente a favore della diversità e del multiculturalismo e negare di essere razzista, ma mostra riluttanza nei confronti della cultura altrui e rifiuta la partecipazione o l’uso dei servizi pubblici delle persone non bianche. «Nell’immaginario collettivo, gli stereotipi sull’uso dei servizi pubblici o sull’accesso alle sovvenzioni pesano più della superiorità motivata dal colore delle pelle», afferma Fernández.

Lo yuan: la moneta che la Cina promuove in America Latina

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Lo yuan, la moneta che la Cina promuove come alternativa al dollaro, inizia a guadagnare spazio in America Latina. 

Alcuni segnali di rafforzamento della valuta cinese sono infatti emersi dal sud della regione nelle ultime settimane. 

Il mese scorso, il governo argentino ha annunciato che i suoi acquisti in Cina inizieranno ad essere pagati in yuan anziché in dollari, per preservare le deboli riserve di valuta estera del Paese.

In Brasile, dove lo yuan ha superato l’euro come seconda principale valuta di riserve estere, il governo ha anche annunciato un accordo per commerciare con la Cina le valute di entrambi i paesi per evitare di ricorrere al dollaro. 

La Cina ha raggiunto accordi di utilizzo dello yuan in altre regioni dell’America Latina, infatti a febbraio ne ha annunciato uno in Brasile, il suo più grande partner commerciale in America Latina, con uno scambio bilaterale che nel 2022 ha raggiunto un record di 150 miliardi di dollari USA.

Cambiamenti in tal senso sono stati segnalati anche dal presidente della Bolivia, Luis Arce, come parte di una tendenza regionale a cui il suo paese potrebbe unirsi. 

Secondo quanto riporta la BBC, ci sono diversi meccanismi che la Cina può utilizzare per introdurre la sua moneta in alcuni mercati. Ciò è ormai un fenomeno che non appartiene solo all’Argentina o al Brasile, come afferma Margaret Myers, la direttrice del programma Asia-America Latina del Dialogo Interamericano. Tuttavia, avverte che c’è ancora tempo per vedere fino a che punto arriverà questo lancio della valuta asiatica. 

Unione europea: decise le date delle prossime elezioni

Lo scorso mercoledì, la presidenza svedese ha annunciato le date delle prossime elezioni europee previste tra il 6 e il 9 giugno 2024. Le elezioni, a scadenza quinquennale, decideranno chi occuperà i 705 seggi del Parlamento europeo e avvierà il rinnovo dei vertici delle principali istituzioni europee, tra cui la Commissione, il braccio esecutivo dell’UE. Il Parlamento europeo spera di ripetere il successo delle ultime elezioni tenutesi nel 2019, che avevano registrato un’affluenza generale pari al 50,6%. La Spagna, con il 60,7%, era stata tra i paesi con la più alta affluenza alle urne.

Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha incoraggiato gli oltre 400 milioni di cittadini aventi diritto al voto di recarsi alle urne il prossimo anno per eleggere i propri rappresentanti a Bruxelles e Strasburgo. In un video messaggio pubblicato su Twitter ha dichiarato: «È giunto il momento di riformare, di cambiare, di continuare ad ascoltare e dare risultati. La democrazia nell’UE è oggi più importante che mai. Il vostro voto è importante, deciderà la direzione che prenderà l’UE e che tipo di Europa vedrete.»

I diversi gruppi politici si stanno mobilitando in vista di questa data cruciale. In particolar modo, il Partito Popolare Europeo (PPE), nel tentativo di mantenere lo status di partito di maggioranza, si è recentemente avvicinato ai partiti di destra radicale di diversi paesi, come riporta El País. Un esempio è l’incontro avvenuto lo scorso gennaio tra Manfred Weber, presidente del PPE e Giorgia Meloni, leader del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei. Attualmente, sia Metsola sia Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, fanno parte del PPE.

Tra i principali punti di discussione delle prossime elezioni ci saranno la guerra in Ucraina, la crisi del costo della vita, l’approvvigionamento energetico, il cambiamento climatico e la migrazione. Durante il dibattito verrà considerato anche il Qatargate, lo scandalo giudiziario che ha coinvolto il Parlamento Europeo e il Qatar. Secondo un’indagine della magistratura di Bruxelles, alcuni membri del PE hanno ricevuto in passato grosse quantità di denaro per influenzare le decisioni dello stesso parlamento in favore del Qatar e, probabilmente, anche del Marocco.

Brasile: l’ex presidente Collor condannato per corruzione e riciclaggio di denaro

L’ex presidente brasiliano Fernando Collor de Mello, che ha governato il paese dal 1990 al 1992, è sempre più vicino al carcere.

La maggior parte dei giudici del Tribunale Federale Supremo hanno già votato a favore della sua condanna. Collor è accusato di corruzione e riciclaggio di denaro legato all’azienda petrolifera pubblica Petrobas.

Il giudice relatore del caso, Edson Fachin, ha proposto una pena corrispondente a 33 anni di carcere, anche se la pena finale sarà determinata da tutta la Corte.

L’ex presidente si dichiara innocente, però il caso, che risale al 2015, lo vede coinvolto in una situazione giudiziaria che la stampe definisce “complessa”.

Secondo quanto riporta El País, nel 2015, la procura ha denunciato Collor per aver ricevuto tangenti per 30 milioni di reais (5,6 milioni di euro) tra il 2010 e il 2014. In cambio di questo denaro, Collor ha reso possibili, con nomine politiche, vantaggiosi contratti tra la società DVBR (Derivati del Brasile) e BR Distributor, una sussidiaria della petroliera Petrobras. Durante le indagini, la polizia ha sequestrato nella sua villa una Porsche, una Ferrari e una Lamborghini.

Il giudice Fachin ha definito “corrotto” l’agire di Collor, sottolineando che l’ex presidente ha approfittato della sua posizione per intrattenere rapporti illeciti.

Sprovvisto per la prima volta dopo molto tempo della protezione di cui godono i parlamentari, l’ex presidente ora è più vicino che mai a una condanna da scontare in carcere.

Argentina: Cristina Kirchner rinuncia alla candidatura

Martedì 16 maggio la ex presidente argentina Cristina Kirchner non ha partecipato al congresso nazionale del partito peronista, però è tornata al centro delle discussioni.

«L’ho già detto il 6 dicembre 2022. Non sarò la mascotte del potere per nessuna candidatura», ha scritto l’ex presidente (2007-2015) in una lettera pubblicata sui suoi social network.

Nonostante i militanti le chiedono da mesi di tornare a guidare il paese, lei ha giustificato la sua decisione accusando la giustizia di essere politicizzata, in particolare i magistrati che lo scorso dicembre la hanno condannata a sei anni di reclusione e radiata a vita da cariche pubbliche per corruzione.

La sentenza del giudice federale, che ha letto la sua condanna per presunte irregolarità nell’aggiudicazione di 51 lavori stradali nella provincia di Santa Cruz, non è ancora definitiva perché le rimangono le istanze di appello. Tuttavia, dal giorno della sua condanna, la vicepresidente sostiene la teoria per la quale i suoi rivali politivi e i giudici federali vogliano impedirle di candidarsi per eliminare il peronismo dalle elezioni politiche.

Come riporta El País, secondo l’ultimo sondaggio del Centro strategico latinoamericano di geopolitica (CELAG), la destra radicale è in testa nelle intenzioni di voto al primo turno con il 29,3%, mentre il 77% della popolazione valuta negativamente il governo peronista. L’attuale presidente, Alberto Fernández, ha rinunciato a ricandidarsi per dare ai propri militanti la possibilità di scegliere un candidato nelle primarie aperte, ma la coalizione di governo non ha ancora preso decisioni a riguardo.

Inoltre, il presidente e la vicepresidente hanno smesso di parlarsi quasi un anno fa e la gestione del lavoro di governo è passata, nei fatti, in mano al ministro dell’economia Sergio Massa, considerato il terzo pilastro della coalizione di governo.

Nel frattempo, il peronismo si aggrappa ad un’ultima speranza del suo leader. Il prossimo 25 maggio, il giorno dell’indipendenza dell’Argentina, Cristina Kirchner sarà di nuovo a capo di un evento pubblico.

La Turchia va al ballottaggio con Erdogan in testa

Nelle elezioni del 14 maggio né Erdogan né Kilicdaroglu hanno superato la soglia del 50% necessaria per evitare un secondo turno, che si terrà il prossimo 28 maggio. Il voto presidenziale deciderà non solo chi guiderà la Turchia, ma anche un possibile ritorno a un percorso più laico, come sarà gestita la grave crisi del costo della vita e le relazioni chiave con la Russia, il Medio Oriente e l’Occidente.

Erdogan ha ottenuto risultati migliori di quanto previsto dai sondaggi pre-elettorali ed è apparso in uno stato d’animo fiducioso e combattivo mentre si rivolgeva ai suoi sostenitori. «Siamo già in vantaggio sul nostro rivale più vicino di 2,6 milioni di voti. Ci aspettiamo che questa cifra aumenti con i risultati ufficiali», ha dichiarato Erdogan, secondo quanto riportato dalla Reuters.

Attualmente è stato scrutinato il 97% delle urne. I risultati vedono Erdogan in testa con il 49,39% dei voti, seguito da Kilicdaroglu con il 44,92%. Per festeggiare la posizione di vantaggio dell’attuale presidente, migliaia di elettori si sono riuniti nella sede del partito AKP ad Ankara, cantando, ballando e sventolando bandiere.

I risultati riflettono una profonda polarizzazione in un Paese che si trova a un bivio politico. Prima delle elezioni, i sondaggi indicavano una gara molto combattuta, ma davano Kilicdaroglu, a capo di un’alleanza di sei partiti, in leggero vantaggio.

Il Paese di 85 milioni di abitanti si trova ora ad affrontare due settimane di incertezza che potrebbero scuotere i mercati, con gli analisti che prevedono oscillazioni della valuta locale e del mercato azionario.

Un terzo candidato alle presidenziali, Sinan Ogan, si è attestato al 5,3% dei voti. Secondo gli esperti, potrebbe essere un “kingmaker” nel ballottaggio, a seconda di chi appoggerà.

La scelta del prossimo presidente turco è una delle decisioni politiche più importanti nella storia centenaria del Paese e si ripercuoterà ben oltre i confini della Turchia.

Una vittoria di Erdogan, uno dei più importanti alleati del presidente Vladimir Putin, probabilmente rallegrerà il Cremlino, ma innervosirà l’amministrazione Biden e molti leader europei e mediorientali che hanno avuto rapporti difficili con Erdogan.

Il leader più longevo della Turchia ha trasformato il Paese, membro della NATO e secondo più grande d’Europa, in un attore globale, modernizzandolo con numerosi progetti come nuovi ponti e aeroporti, e costruendo un’industria delle armi ricercata da Stati stranieri. Tuttavia, la sua politica economica di bassi tassi di interesse, che ha innescato una crisi del costo della vita e una forte inflazione, lo ha reso preda della rabbia degli elettori.

Kilicdaroglu si è impegnato a tornare a politiche economiche ortodosse, a dare potere alle istituzioni che hanno perso autonomia sotto Erdogan e a ricostruire i fragili legami con l’Occidente. Migliaia di prigionieri politici e attivisti potrebbero essere rilasciati se l’opposizione dovesse prevalere.

Venezuela: il rimpatrio in un paese non migliore, ma diverso

Tra i migliaia di Venezuelani che stanno tornando in patria dopo la crisi degli anni scorsi, c’è un ragazzo che ricorda al País un episodio che nella tragedia venezuelana è conosciuto come Dakazo. Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro ha ordinato di abbassare i prezzi in un negozio di elettrodomestici chiamato Daka e la gente si è accalcata per acquistare per un tostapane o un asciugacapelli.

Il ragazzo che si rivolge al quotidiano è tornato in Venezuela nel 2023, dopo che quasi per otto anni ha vissuto in Cile. «Se mi va male ci torno, ma non è il mio piano che mi vada male. So dove sono venuto, non ho alcuni obiettivo strategico finanziario. Torno per motivi emotivi e personali», racconta al telefono.

Il governo venezuelano riportava per la fine del 2022 appena 31.000 rientrati con il cosiddetto Piano Vuelta a la Patria che dalla pandemia ha predisposto voli per il ritorno dei cittadini venezuelani, e con ciò ha alimentato la narrativa sulla ripresa del paese. Circa 6 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela tra il 2017 e l’inizio della pandemia.

Una 34enne venezuelana, anche essa ritornata dal Chile, dice: «è emersa l’autogestione e nessuno si aspetta più nulla. Come a casa mia, che non arriva acqua da quattro anni ma ora si chiama l’autocisterna e ogni famiglia risolve allo stesso modo».

Secondo loro, il paese sta attraversando un periodo di cambiamenti. Scelgono di tornare in una Venezuela più diseguale e cara, in cui la dollarizzazione e il lavoro da remoto consentono loro di stabilirsi dignitosamente.

La dollarizzazione del paese è il principale cambiamento che si percepisce. A un ragazzo che è emigrato a Lima, in Perù, nel 2016, non gli era consentito avere dollari senza autorizzazione del Governo, perché questo costituiva reato. Oltre al suo lavoro da tassista, ha in programma di allestire un chiosco per arrotondare il reddito. «Sono entusiasta del ritorno, non ho pensato alla possibilità di tornare in Perù. Sì, qui lavoro moltissimo. Esco alle 3 o 4 del mattino per strada a lavorare sì o sì ogni giorno devo fare dollari», dice durante una pausa nella sua giornata lavorativa.

Come riporta il quotidiano spagnolo, questo flusso coincide con l’inasprimento delle restrizioni in diversi paesi della regione che inizialmente avevano aperto le loro porte, illudendo ad una ripresa economica del Venezuela a partire dalla revoca di alcuni controlli imposti dal governo chavista e l’avanzamento della dollarizzazione, ciò al pari dell’inflazione e della svalutazione della moneta.

«La situazione è diventata molto difficile per i venezuelani negli ultimi mesi che vengono deportati in Cile e Perù e al confine con gli Stati Uniti. Sono in una sorta di mancanza di protezione e sono nel gioco politico di alcune élite che usano il tema migratorio dando segnali di xenofobia per cercare di aumentare la loro popolarità», dice Anitza Freties, che sta per pubblicare i risultati di uno studio che anticipa le sfide di reintegrazione che potrebbero implicare un ritorno su larga scala.

Eurovision: cosa è accaduto durante la finale

L’Eurovision Song Contest 2023 è stato vinto per la seconda volta dalla svedese Loreen, con la canzone “Tattoo”. Dopo il primo posto nel 2012, Loreen è la seconda persona e la prima donna a vincere due volte l’Eurovision. «Sono così grata, non pensavo sarebbe successo», ha dichiarato alla stampa poche ore dopo la fine del contest. Ciò vuol dire che la Svezia ospiterà la competizione il prossimo anno, in occasione anche del 50° anniversario della storica vittoria degli Abba nel 1974 con la canzone “Waterloo”.

Gli altri concorrenti a salire sul podio sono stati la Finlandia, che con il brano “Cha Cha Cha” dei Käärijä si è aggiudicata il secondo posto, e Israele, che si è posizionata terza con la canzone “Unicorn” di Noa Kirel. Quarto posto per l’Italia, con “Due Vite” di Marco Mengoni e quinto per la Norvegia, con “Queen of Kings” di Alessandra. Gli ultimi tre classificati, invece, sono stati Serbia, Germania e Regno Unito.

All’Ucraina, vincitrice dell’edizione precedente, è spettato il sesto posto, con “Heart of Steel” del duo Tvorchi. Numerose sono state le iniziative di solidarietà rivolte al paese che, a causa della guerra in corso con la Russia, quest’anno non ha potuto ospitare il festival canoro. Nonostante la riconquista del territorio a Bakhmut avvenuta nelle ultime settimane, l’Ucraina ha continuato a subire attacchi anche durante il contest.

In particolar modo, mentre si svolgeva la finale, la città natale dei Tvorchi, Ternopil, è stata colpita da missili russi, poco prima che il gruppo salisse sul palco. Dopo l’esibizione, i Tvorchi hanno aggiunto: «Ternopil è il nome della nostra città natale, che è stata bombardata dalla Russia mentre cantavamo sul palco. Questo è un messaggio per tutte le città dell’Ucraina che vengono bombardate ogni giorno. Europa, unisciti contro il male per il bene della pace!»

Secondo la BBC, il capo dell’amministrazione regionale di Ternopil, Volodymyr Trush, ha confermato che due persone sono rimaste ferite, mentre il sindaco della città, Serhiy Nadal, ha dichiarato che alcuni magazzini sono stati danneggiati. Anche il Ministero degli Esteri ucraino ha accusato la Russia di aver attaccato Kiev e Ternopil sia prima che durante l’esibizione dei Tvorchi, mentre dalla Russia non si hanno ancora conferme riguardo l’accaduto.

Ucraina: le forze armate ucraine rioccupano il territorio di Bakhmut

Dopo mesi di progressi russi, l’Ucraina ha dichiarato di aver riconquistato il territorio di Bakhmut. Secondo le parole del viceministro della Difesa Hanna Malyar, le forze ucraine sono avanzate di due chilometri in una settimana. Dall’altro lato, attraverso un messaggio su Telegram, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le notizie riportate non corrispondono alla realtà e che «la situazione generale nella zona di operazioni militari speciali è sotto controllo.»

Dall’inizio della guerra, Bakhmut ha assunto un’importanza simbolica per la Russia, anche se molti esperti ne mettono in dubbio l’effettivo valore tattico. Fino ad ora, il territorio è sempre stato sotto il controllo dell’esercito russo, ma lo stesso gruppo Wagner ha ammesso la difficoltà dell’operazione militare e ha accusato le truppe regolari russe di aver abbandonato le posizioni sul fronte della città.

Dopo mesi di stallo, grazie anche all’incremento di armi da parte dell’Occidente, l’Ucraina è pronta per la controffensiva. Solo nelle ultime settimane, l’esercito ucraino ha effettuato circa quattordici attacchi contro le forze e le attrezzature militari russe e distrutto nove droni nemici. Nonostante ciò, il presidente Volodymyr Zelensky sostiene che non sia ancora il momento giusto per agire. «Con ciò che abbiamo possiamo andare avanti e, credo, avere successo, ma perderemmo molte persone. Penso che sia inaccettabile. Quindi dobbiamo aspettare. Abbiamo bisogno ancora di un po’ di tempo», ha dichiarato in un’intervista.

Secondo la BBC, nonostante le parole del presidente, il corrispondente di guerra filo-Cremlino Sasha Kots ha affermato che la controffensiva è già iniziata: «Ci sono caricatori bassi nelle colonne che trasportano modelli di carri armati occidentali. In altre parole, Kiev ha deciso di aggravare la situazione lungo il fronte settentrionale in parallelo con l’inizio delle azioni offensive sul confine di Bakhmut.» Alexander Simonov, un altro corrispondente di guerra russo, ha scritto su Telegram che le forze ucraine hanno guadagnato diversi chilometri nei pressi del villaggio di Bohdanivka, proprio vicino a Bakhmut.

L’analista militare Oleksandr Musivenko sostiene che una controffensiva anticipata potrebbe non sconfiggere la Russia e la probabilità che la guerra continui anche l’anno prossimo è abbastanza alta. Secondo le sue parole alla radio ucraina NV, dipenderà tutto da come si svilupperanno le prossime battaglie.

Come l’Ecuador trasforma l’Amazzonia in una zona cancerogena

Nel 2019, nove ragazze nell’Amazzonia ecuadoriana avevano denunciato la constante combustione di gas naturale in cui vengono utilizzati artefatti metallici. Nell’agosto del 2021, una sentenza gli ha dato ragione e ha costretto le compagnie petrolifere a chiudere le aree popolate più vicine entro marzo 2023, ma ad oggi ciò non è avvenuto.

La combustione di gas emette milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera ed è uno delle maggiori cause del cambiamento climatico. Il gas naturale brucia a una temperatura di circa 400 gradi Celsius, come parte dell’estrazione del greggio. Le imprese furono inizialmente installate dalla multinazionale Chevron-Texaco negli anni ’60 e da allora si sono moltiplicati, principalmente nella zona di Sucumbíos e Orellana.

Gli effetti sulla salute sono devastanti, soprattutto per le donne. L’Unión de Afectados por Chevron-Texaco(Udatp) e la Clinica Ambientale registrano da anni casi di tumori in entrambe le cittadine. Come riporta El País sono stati registrati, in una zona di appena 170.000 abitanti, 451 casi di cancro, il 71% dei quali nelle donne, generalmente colpite all’utero.

«Abbiamo visto bambini malati e molte donne morire a causa dell’attività petrolifera», lamenta il coordinatore della Udatp Donald Moncayo, padre di una delle giovani attiviste.

Il responsabile della Clinica Ambientale, il dottor Adolfo Maldonado, sostiene che le cifre sono le più alte in proporzione di tutto il continente latinoamericano. Ciononostante, dopo la sentenza del 2021, l’impresa di idrocarburi Petroecuador ha annunciato di aver spento un centinaio di bruciatori, ma i vicini della zona affermano che questi «erano già in disuso».

«Il governo ecuadoriano intende trasformare l’Amazzonia in una zona di sacrificio, dare via libera all’estrattivismo selvaggio, sotto le direttive del Nord del Pianeta», dice in un’intervista rilasciata all’America Futura Antonio Sánchez Gómez, un avvocato spagnolo che sosteneva le nove ragazze. L’avvocato mostra una certa preoccupazione per le donne che vengono colpite dal cancro, come sua zia e sua cugina, che devono spostarsi a Quito per farsi curare, perché per le autorità dell’Ecuador non c’è cancro in Amazzonia, e di conseguenza non ci sono neanche centri oncologici.

La sentenza che obbliga i bruciatori a spegnersi è stata storica per due fattori: prima di tutto, a presentare l’azione di protezione sono state nove minorenni di 15 anni e poi perché lo Stato ecuadoriano ha sostenuto l’accusa.

14 maggio: la Turchia al voto

Le elezioni parlamentari e presidenziali che si terranno in Turchia il 14 maggio rappresentano un punto di svolta storico: scegliere tra due candidati che offrono percorsi molto diversi per il futuro del paese.

Da un lato, l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan, a capo del partito conservatore Akp e al potere da ormai 20 anni, promette una Turchia multilaterale, la creazione di sei milioni di posti di lavoro e accusa gli oppositori di essere pro-LGBT, mentre il suo partito di matrice islamica si posizione dalla parte della famiglia tradizionale.  

Dall’altro lato c’è Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito kemalista, fondato dal padre della Turchia moderna Kemal Atatürk. Tradizionalmente vicina ai valori occidentali e sostenuta da un’ampia opposizione di altri sei partiti, la linea politica di Kılıçdaroğlu promette di normalizzare i rapporti con la NATO, migliorare le relazioni con l’UE, ristabilire lo stato di diritto e riottenere la stampa libera.

In merito alle relazioni con la NATO, i due candidati mantengono posizioni diametralmente opposte. Durante gli anni di presidenza, Erdoğan ha cercato di stringere legami anche con la Cina e la Russia, acquistando un sistema difensivo aereo russo e inaugurando la prima centrale nucleare, di costruzione russa, prima delle elezioni.

Il suo avversario, invece, è intenzionato a riprendere il processo di adesione all’UE e ripristinare i legami militari della Turchia con gli Stati Uniti, pur mantenendo le relazioni con la Russia.

Secondo alcuni politici turchi, se Erdoğan vincerà nuovamente le elezioni continuerà a spingere la Turchia lontano dall’Occidente, senza lasciare la NATO ma arrivando al punto da renderne irrilevante l’appartenenza, come riportato dalla BBC.

La campagna politica portata avanti dai due partiti coinvolge anche il settore dell’economia. Nonostante l’iniziale crescita economica durante i primi tempi del governo di Erdoğan, attualmente, l’inflazione è pari al 43,68%.

Secondo Selva Demiralp, docente di economia all’Università di Koc, l’aumento dell’inflazione è dovuto al fatto che il governo reggente ha gradualmente eroso l’indipendenza della banca centrale. Di conseguenza, i tassi d’interesse sono stati mantenuti bassi, mentre la lira turca è stata svalutata per migliorare la bilancia commerciale e aumentare le esportazioni.

Se Kılıçdaroğlu vincerà le elezioni, la professoressa ritiene che il ritorno a politiche ortodosse e una banca centrale indipendente faranno scendere l’inflazione al 30% entro la fine del 2023, per poi continuare a scendere. Anche se ciò comporterà una crescita dei tassi d’interessa, la Turchia potrà godere di una forte crescita grazie agli investimenti stranieri.

Papa Francesco e il kirchnerismo: quando il governo voleva condannarlo alla galera

Il governo di Cristina Kirchner ha dato indicazioni a tre giudici affinché potessero condannare il pontefice, per un fatto risalente a quando era ancora l’arcivescovo di Buenos Aires.

Il Pontefice ha raccontato a 32 gesuiti i dettagli di una lunga dichiarazione giudiziaria alla quale fu sottoposto per il sequestro nel 1976 dei sacerdoti Orlando Yorio e Ferenc Jalics, accusati dai militari di aver avuto legami con la guerriglia.

Come riporta El Pais, il dialogo con i gesuiti è avvenuto il 29 aprile scorso ed è stato raccolto dalla rivista di gesuiti italiani La Civiltà Cattolica. Il pontefice confessa «alcuni componenti del governo volevano tagliarmi la testa e hanno tirato fuori non solo la questione di Jalics, ma hanno messo in dubbio tutto il mio modo di agire durante la dittatura».

«Mi hanno dato la possibilità di scegliere il luogo in cui condurre l’interrogatorio. Ho scelto di farlo nel palazzo episcopale. È durato 4 ore e 10 minuti. Uno dei giudici insisteva molto sul mio comportamento. Io rispondevo sempre dicendo la verità. Ma per me l’unica domanda seria e ben fondata era quella dell’avvocato che apparteneva al Partito Comunista. E grazie a questa domanda le cose si sono chiarite. Alla fine, la mia innocenza è stata provata. Ma in quel processo non si è parlato quasi nulla di Jalics, ma di altri casi di persone che avevano chiesto aiuto», ha detto il Papa, citato da La Civiltà Cattolica. «Quando Jalics e Yorio furono catturati dai militari, la situazione che si viveva in Argentina era confusa e non era affatto chiaro cosa si dovesse fare. Ho fatto quello che sentivo di dover fare per difenderli. È stata una situazione molto dolorosa», ha aggiunto.

Quando Bergoglio è stato eletto papa nel 2013 erano molti coloro che in Argentina ritenevano che non avesse fatto abbastanza per i detenuti scomparsi. Alcuni lo accusavano addirittura di complicità.

Il ruolo che l’allora arcivescovo ricopriva negli anni settanta fa parte di un ampio studio condotto dalla Chiesa Cattolica, che ha realizzato grazie ai molteplici archivi presenti nel palazzo episcopale di Buenos Aires e al Vaticano. Il risultato di questo lavoro, dal titolo «La verità li renderà liberi», è stato pubblicato quest’anno in due volumi (un terzo è in redazione). In una intervista con El Pais, il relatore della ricerca Carlos Marìa Galli, ha detto che «la Chiesa avrebbe dovuto fare di più per evitare così tante uccisioni», ma ha negato che ci fosse stata complicità da parte del pontefice. Sulla persona di Bergoglio, ha detto che gli attacchi contro di lui erano un pò armati perchè funzionali al governo di turno, ovvero a quello di Cristina Kirchner. Infatti quando lo considerarono un avversario, cominciarono ad attaccarlo.

Papa Francesco ha continuato il suo racconto ai gesuiti affermando che «i padri Jalics e Yorio sono stati fatti prigionieri, ma erano innocenti. Non trovarono nulla con cui accusarli, ma dovettero scontare nove mesi di carcere, subendo minacce e torture. Poi sono stati liberati, ma queste cose lasciano ferite profonde. Jalics è venuto a trovarmi immediatamente, e abbiamo chiacchierato. Gli ho consigliato di andare da sua madre negli Stati Uniti. La situazione era davvero troppo incerta e confusa. Poi nacque la leggenda che ero stato io a consegnarli in prigione». Per concludere il suo discorso con i gesuiti ungheresi li mandò a leggere «La verità li renderà liberi»: “Lì potrete trovare la verità su questo caso”.

La Siria è stata reintegrata nella Lega Araba

Lo scorso 7 maggio, nella sede della Lega Araba al Cairo, si è tenuta la votazione per revocare la sospensione della Siria, dopo un lungo periodo di isolamento. La decisione è avvenuta prima del vertice della Lega Araba in Arabia Saudita, programmato per il prossimo 19 maggio, nel quadro del processo di normalizzazione regionale dei legami con Damasco.

L’adesione della Siria alla Lega Araba era stata revocata dopo che il presidente Bashar al-Assad aveva ordinato la repressione dei manifestanti nel 2011. Successivamente il Paese è precipitato in una guerra civile, che ha provocato quasi mezzo milione di morti e 23 milioni di sfollati.

Il voto ha avuto luogo a seguito di un incontro dei diplomatici di Egitto, Iraq, Arabia Saudita e Siria in Giordania la scorsa settimana. Durante il vertice, il processo per riportare Damasco all’interno della Lega è stato rinominato “Iniziativa giordana”.

Rispondendo alla domanda riguardo alla possibilità di al-Assad di partecipare al vertice in Arabia Saudita, Aboul Gheit, il segretario generale della Lega Araba, ha detto: «se vuole, perché la Siria, da questa sera, è membro a pieno titolo della Lega Araba, e da domani mattina ha il diritto di occupare qualsiasi posto».

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, il ministro degli Esteri siriano ha affermato che gli Stati arabi dovrebbero perseguire «un approccio efficace basato sul rispetto reciproco». Inoltre, ha anche sottolineato «l’importanza del lavoro congiunto e del dialogo per affrontare le sfide».

Le diverse fazioni siriane hanno espresso reazioni contrastanti alla decisione della Lega Araba. La riammissione è stato uno “shock” per i siriani e «potrebbe uccidere il processo politico», ha detto Bader Jamous, segretario generale della Coalizione siriana dell’opposizione nei colloqui di pace delle Nazioni Unite.

L’opposizione è stata per anni sostenuta da Paesi che ora sostengono la normalizzazione, tra cui l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Scrivendo su Twitter, Jamous ha affermato che gli oppositori di Assad «non sono stati consultati» sulle decisioni della Lega Araba.

Secondo quanto riportato dalla Reuters, la Syria Campaign, che si batte per le vittime di violazioni dei diritti in Siria, ha affermato che la mossa di domenica «invia un messaggio agghiacciante» e ha messo «un ultimo chiodo nella bara delle speranze di libertà e democrazia della primavera araba».

Altre sono state più positive. Il Consiglio democratico siriano, l’organo politico che governa le regioni semi-autonome del nord-est della Siria, ha dichiarato di aver «accolto con favore» la decisione di revocare la sospensione della Siria.

Paraguay: Santiago Peña vince le elezioni

Domenica 30 aprile il colorado Santiago Peña ha raggiunto quasi il 43% a fronte del 27,4% di Efraín Alegre, che guidava una coalizione di centro-sinistra.

Per celebrare la vittoria il presidente eletto ha ringraziato coloro i quali hanno creduto nel progetto del partito e hanno riposto in lui le loro speranze per un futuro migliore.

Secondo quanto riporta la BBC, Peña ha aggiunto «dopo gli ultimi anni di stagnazione economica, alto deficit fiscale, alto tasso di disoccupazione e aumento della povertà estrema, non è solo lavoro per una persona o un partito. Per questo convoco l’unità e il consenso, per la prosperità senza esclusioni».

Per quanto concerne la sconfitta di Alegre, il candidato di sinistra conferma di aver fatto uno sforzo importante, insieme alla sua coalizione, ma ammette che i risultati hanno dimostrato che ciò non è bastato.

Quindi, il Partito Colorado continuerà a governare il paese, come ormai accade da più di 70 anni quasi ininterrottamente.

Secondo quanto riporta El País, una delle diverse ragioni che hanno portato Peña a vincere le elezioni è stata la decisione del Partito Colorado di dirimere le sue lotte intestine una volta al potere. La lotta tra Cartes e l’attuale presidente, Mario Abdo Benítez, capi di due correnti opposte, sarà risolta con Peña alla presidenza.

In Paraguay le elezioni sono definite in un solo turno, il voto è obbligatorio e la rielezione non è consentita, pertanto l’attuale presidente non ha potuto beneficiare di un nuovo mandato di cinque anni.

Abdo Benítez, con un tweet nel suo profilo, fa le sue congratulazioni al popolo paraguaiano e al neo presidente, aggiungendo: «lavoreremo per avviare una transizione ordinata e trasparente, che rafforzi le nostre istituzioni e la democrazia del paese».

L’incoronazione di re Carlo III

L’incoronazione di re Carlo III avvenuta sabato 6 maggio 2023 ha registrato un’audience televisiva di oltre 20 milioni di spettatori. Si è trattato dell’evento più seguito dell’anno, anche se il pubblico che ha assistito in presenza alla cerimonia reale era inferiore rispetto ai 29 milioni di cittadini che avevano seguito in diretta i funerali della regina Elisabetta II.

La giornata è iniziata con la processione della Diamond Jubilee State Coach, la carrozza reale trainata da sei cavalli, che ha trasportato Carlo e Camilla all’Abbazia di Westminster. La cerimonia d’incoronazione, la prima dopo 70 anni, è durata circa due ore e si è conclusa con il grido solenne “God save the King.”

Durante la celebrazione sono stati utilizzati diversi gioielli della Corona, tra cui il globo crocigero, simbolo della fede del monarca in quanto governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra, le cinque spade di Stato e la corona di sant’Edoardo. Il nuovo re, inoltre, è stato unto con oli sacri dall’arcivescovo di Canterbury. Il momento dell’unzione fa parte di una delle tradizioni tipiche della famiglia reale e avviene a porte chiuse perché è considerato un incontro intimo tra il sovrano e Dio.

La cerimonia, pur conservando i riti tradizionali, è stata considerata una delle più moderne della storia e ha posto l’accento sulla diversità e l’inclusione. Sono stati considerati, infatti, un numero di elementi multireligiosi maggiore rispetto a qualsiasi altra incoronazione precedente, con contributi di rappresentanti ebrei, musulmani, buddisti e sikh. Inoltre, nella sua prima preghiera dopo aver raggiunto l’abbazia, il re ha esordito con: «Non sono venuto per essere servito, ma per servire.»

Il re e la regina si sono poi diretti verso Buckingham Palace a bordo della Gold State Coach, la stessa carrozza dorata utilizzata per l’incoronazione di Elisabetta II. Una volta giunti a destinazione, hanno salutato la folla dal balcone del palazzo, mentre le Frecce Rosse della Royal Air Force coloravano il cielo di rosso, bianco e blu.

Secondo i dati ufficiali della BBC, in totale hanno partecipato alla cerimonia 2.300 persone, tra cui 90 capi di stato. Tra gli ospiti dell’abbazia, c’erano il presidente francese Emmanuel Macron, la first lady statunitense Jill Biden, la first lady ucraina Olena Zelenska, il primo ministro Rishi Sunak e i leader dei paesi del Commonwealth.

Per la prima volta, inoltre, sono stati invitati anche personaggi più “popolari”, come ulteriore dimostrazione di modernità. Erano presenti l’attrice Emma Thompson e la cantante statunitense Katy Perry, che si è esibita al concerto organizzato la sera stessa dell’incoronazione. Diversi cantanti pop britannici, invece, hanno rifiutato l’invito per non essere associati alla corona dopo gli avvenimenti che hanno coinvolto Harry e Megan.

Lo sfruttamento minorile nella catena di fast food McDonald’s

El Pais riporta il primo paragrafo di un comunicato del Governo: «Lavorare in una cucina fino a tarda notte vicino ad attrezzature pericolose è una realtà per molti adulti del settore della ristorazione, ma trovare bambini di dieci anni in questo ambiente di lavoro è motivo di preoccupazione e di iniziativa da parte del Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti d’America».

I risultati dell’ispezione hanno portato a scoprire che più di 300 minori, tra cui quelli di dieci anni, si trovano a lavorare nei locali del Kentucky e in altri stati americani, «in chiara violazione delle leggi federali sul lavoro», secondo la dichiarazione rilasciata dal Dipartimento del Lavoro.

Sono comuni gli episodi di lavoro minorile, specialmente tra minori migranti, come già denunciato dal quotidiano New York Times a febbraio. Tuttavia, la presenza di due bambini di 10 anni costituisce l’episodio più grave di sfruttamento minorile.

La sanzione prevista per tre franchising di McDonald’s in Kentucky ammonta a 212.000 dollari, per aver violato la legislazione federale. Uno di questi, che aveva in gestione 10 locali, sfruttava 24 minori con meno di 16 anni, facendoli lavorare più ore rispetto a quelle previste dalla legge.

I minori di 10 anni si occupavano di preparare e servire il cibo, pulire i tavoli, gestire lo sportello self-service e il registratore di cassa. Mansioni che effettuavano senza essere pagati e allungando la giornata lavorativa fino alle 2 della notte. Inoltre, a uno dei due bambini permettevano di utilizzare la friggitrice, un compito proibito ai lavoratori minori di 16 anni.

Un altro franchising, dal quale dipendono 27 ristoranti fast food, permetteva a 242 minori tra i 14 e i 15 anni di lavorare più ore rispetto a quelle permesse. La maggior parte lavorava più tardi o più presto rispetto all’orario di lavoro stabilito dalla legge. Per questa trasgressione, è stata pagata una multa di 143.566 dollari. Il terzo franchising, situato in Maryland, Indiana e Kentucky ha impiegato 39 lavoratori minorenni, anche loro in giornate lavorative più lunghe rispetto a quanto consentito. La sanzione del terzo franchising ammonta a 29.267 dollari, alla quale si è aggiunta un’altra di quasi 15.000 dollari, per non aver pagato gli straordinari a 58 dipendenti.

Il comunicato non specifica la nazionalità o le origini dei minori sfruttati, tuttavia, in base alle informazioni della rivista americana, potrebbero trattarsi di migranti soli o anche accompagnati che contribuiscono ad aiutare le loro famiglie.

Il responsabile dell’ufficio che si occupa delle indagini dichiara nel comunicato: «Un minorenne che va incontro a un incidente sul lavoro è inaccettabile. Le leggi sul lavoro minorile esistono per garantire che quando i giovani lavorano, ciò non metta in pericolo la loro salute, il benessere o l’educazione.»

Sudan: secondo il capo dell’intelligence statunitense i combattimenti proseguiranno ancora

Gli Stati Uniti si aspettano che i combattimenti tra i due capi militari in Sudan continuino. Gli attori coinvolti non sembrano avere sufficienti motivazioni per giungere a un accordo di pace.

Lo scorso giovedì 4 maggio, in un incontro al Senato, Avril Haines ha affermato: «Riteniamo che il combattimento in Sudan tra le Forze Armate e le Forze di Supporto Rapido (RSF) si protrarrà ancora. Questo perché entrambe le parti credono di poter vincere militarmente e hanno pochi incentivi per sedersi al tavolo dei negoziati».

«Entrambe le parti stanno cercando fonti di sostegno esterne. Queste, in caso di successo, probabilmente intensificheranno il conflitto e creeranno maggiori ricadute nella regione», ha affermato Haines.

Il massimo funzionario dell’intelligence statunitense ha evidenziato come i combattimenti abbiano esacerbato le già terribili condizioni di vita della popolazione. Questa situazione porta da una parte alla necessità di fornire ingenti aiuti umanitari e dall’altra allo spettro di un cospicuo flusso di rifugiati.  

I combattimenti sono continuati a Khartoum per il ventesimo giorno consecutivo, dopo il fallimento dell’ultimo cessate il fuoco. Entrambe le parti sembrano lottare per il controllo del territorio della capitale prima di ogni possibile negoziato.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, giovedì alcuni dei combattimenti si sono concentrati intorno al palazzo presidenziale. Pesanti bombardamenti si sono verificati anche nelle vicine città di Omdurman e Bahri.

Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno sollecitato le fazioni in guerra al fine di garantire il passaggio sicuro degli aiuti umanitari. Durante le settimane precedenti, infatti, sei camion sono stati saccheggiati. Il coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, spera che si possano svolgere incontri faccia a faccia con entrambe le parti entro i prossimi due o tre giorni. L’obiettivo è ottenere garanzie per il convoglio sicuro degli aiuti.

L’Onu ha avvertito che i combattimenti tra l’esercito e le RSF, scoppiati lo scorso 15 aprile, rischiano di provocare una crisi umanitaria che potrebbe estendersi anche ad altri Paesi. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha affermato che si sta preparando a un flusso di 860.000 persone dal paese nordafricano. Sono stati stanziati altri 445 milioni di dollari al fine di offrire loro il sostegno necessario.

Lo scorso martedì il Sudan ha dichiarato che 550 persone sono morte e 4.926 sono rimaste ferite nel conflitto. Secondo le Nazioni Unite, circa 100.000 persone sono fuggite dal Sudan con poco cibo o acqua verso i paesi vicini.

Portogallo: sparatoria a Setúbal

La scorsa domenica, quattro persone tra i 50 e i 60 anni sono state uccise a Setúbal, una città a 50 chilometri a sud di Lisbona, a causa di una sparatoria avvenuta nel quartiere di Bela Vista. Una delle vittime è l’autore del delitto, il quale si è tolto la vita prima dell’arrivo della Policía de Seguridad Pública (PSP). «Tutto indica che si tratta di una situazione isolata, con un problema irrisolto tra le due parti, e che non ha nulla a che fare con i problemi del quartiere», ha dichiarato alla stampa il commissario di polizia Andreia Gonçalves.

Il quartiere Bela Vista è una zona con alti livelli di povertà, disoccupazione e scarsa sicurezza pubblica, in cui gli abitanti vivono principalmente di agricoltura e allevamento. Qui, la maggior parte delle persone è proprietaria di baracche e svolge attività agricole illegali. La polizia giudiziaria, che si è occupata delle indagini, non ha ancora fornito spiegazioni ufficiali per chiarire i motivi dell’incidente, ma alcuni media portoghesi suggeriscono che le cause siano dovute a disaccordi legati all’allevamento di piccioni.

Secondo il quotidiano portoghese Público l’origine della disputa risiederebbe in una controversia di lunga data tra vicini, che riguarda sia l’allevamento di piccioni viaggiatori sia discussioni legate al denaro e alla distribuzione di terreni incolti nei pressi dell’area urbanizzata nota come Bairro Azul. I litigi sarebbero iniziati a causa dei rimproveri delle vittime all’aggressore dopo che i cani di quest’ultimo avevano mangiato alcuni dei loro piccioni. Questo sarebbe stato l’evento scatenante che ha portato l’individuo ad aprire il fuoco con un fucile da caccia. L’arma è stata trovata vicino ai corpi delle vittime.

Secondo il quotidiano El País, questo caso arriva un mese dopo un altro avvenimento verificatosi sempre a Lisbona, presso il centro comunitario Aga Khan. Abdul Bashir, un rifugiato di 29 anni, ha ucciso due donne dell’istituzione comunitaria con un coltello. L’indagine della polizia ha da subito escluso qualsiasi legame con il terrorismo e ha sottolineato i problemi psicologici dell’aggressore derivanti dall’allontanamento dal suo paese d’origine e dalla perdita della moglie, morta in un campo profughi in Grecia.

Francia: continuano le manifestazioni contro la riforma delle pensioni

Dall’inizio di gennaio, migliaia di cittadini francesi hanno protestato in massa contro la riforma promossa dal governo di Emmanuel Macron, che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Approfittando delle tradizionali manifestazioni del primo maggio, i cittadini si sono riuniti ancora una volta per far sentire la propria voce. Secondo il Ministero dell’Interno di Parigi, sono scese in piazza più di 700.000 persone, mentre i sindacati stimano un’affluenza di più di 2 milioni.

Si è trattato del tredicesimo giorno di mobilitazione contro la nuova riforma. In particolare, le manifestazioni e i disordini si sono intensificati quando il governo ha deciso di approvare la riforma senza metterla ai voti, basandosi sull’articolo 49.3 che aggira il voto dell’Assemblea nazionale e per cui non è necessario raggiungere la maggioranza. Da allora, i sindacati hanno continuato a mobilitare la popolazione e la popolarità del governo è diminuita drasticamente.

Le manifestazioni si sono svolte nelle principali città francesi, quali Parigi, Lione, Nantes, Tolosa e Besançon. Inoltre, durante diversi cortei, si sono verificati scontri diretti tra manifestanti e polizia, che ha utilizzato gas lacrimogeni per placare la folla. Secondo il ministro dell’Interno Gérald Darmanin, circa 406 agenti di polizia e 61 manifestanti sono stati feriti, mentre più di 500 persone sono state arrestate.

Secondo RTVE, a Parigi, dove il corteo è iniziato alle 14 ora locale da Place de la République verso Place de la Nation, i primi incidenti si sono verificati meno di un’ora dopo dall’inizio della manifestazione. Tra i vari danni riportati si contano vetrine di negozi e banche infranti e incendi di arredi urbani. La prefettura locale ha annunciato che alle 15 ora locale erano già stati eseguiti 30 arresti.

In un’intervista al canale francese BFMTV, Darmanin ha criticato duramente il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon per non aver condannato gli attacchi alle forze dell’ordine. Dall’altro lato, il leader della Confederazione francese democratica del lavoro (CFDT), Laurent Berger, e la segretaria generale della Confederazione generale del lavoro (CGT), Sophie Binet, hanno dichiarato che non smetteranno di chiedere l’annullamento della riforma pensionistica.

In particolare, Berger sostiene che è inutile organizzare altri cortei, poiché questi non porteranno alla rinuncia della nuova riforma. Al tempo stesso, ritiene necessario continuare a mostrare il proprio malcontento. «È necessario chiarire che la legge è stata promulgata. I lavoratori non devono farsi ingannare: non convinceremo il governo a fare marcia indietro con una manifestazione, ma non staremo zitti e mostreremo il nostro malcontento».

Joe Biden apre nuovi centri per l’immigrazione in Colombia e Guatemala

Giovedì 27 aprile il governo del presidente Joe Biden ha annunciato l’apertura di centri per l’immigrazione in Colombia e in Guatemala. Con questa mossa le autorità statunitensi cercano di evitare l’aumento del flusso dei migranti nella frontiera meridionale.

Secondo quanto dichiarato dalla BBC, il segretario della Sicurezza Nazionale Alejandro Mayorkas, ha annunciato che i centri saranno in funzione nelle settimane seguenti, con la speranza di poterne aprire altri in diversi paesi dell’America Latina, come in Ecuador e in Costa Rica. Il segretario ha dichiarato che il numero dei migranti in entrata in questi centri potrebbe aggirarsi tra i 5000 e i 6000 ogni mese.

L’opposizione repubblicana di Donald Trump accusa Mayorkas di essere la causa di un’invasione di migranti dal confine con il Messico. Secondo quanto riporta El Pais, negli Stati Uniti i migranti sono utili per coprire i posti di lavoro vacanti, ma alcuni repubblicani vedono in loro una causa dell’aumento della delinquenza.

L’idea del governo è quella di tagliare fuori i trafficanti, cercando di contattare direttamente i migranti per evitare che possano mettersi in pericolo nel percorso fino agli Stati Uniti.

I centri per l’immigrazione saranno gestiti da organizzazioni internazionali che si occuperanno di verificare i requisiti dei migranti per entrare negli Stati Uniti. Ciò permetterà loro di essere indirizzati verso un campo per rifugiati o di ottenere l’ammissione al paese per fini di lavoro. Si tratta di organismi come l’Agenzia ONU per i Rifugiati o l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Le autorità statunitensi hanno segnalato che l’apertura di questi centri è una delle molteplici soluzioni che stanno progettando per gestire l’immigrazione e che amplieranno il programma di riunificazione familiare, già in funzione per cubani e haitiani, ai cittadini del Guatemala, della Colombia, dell’Honduras e di El Salvador.

Al pari di queste iniziative, le autorità statunitensi prenderanno provvedimenti per chi non si comporterà in modo opportuno. Per esempio, proibiranno, a chi dovesse superare la frontiera illegalmente, a richiedere asilo o espelleranno dagli USA chi non dovesse dimostrare un motivo valido per rimanere nel paese: regole che non consentiranno ai migranti l’entrata negli Stati Uniti per cinque anni.

Liverpool si prepara ad accogliere l’Eurovision 2023

La 67ª edizione dell’Eurovision Song Contest avrà inizio martedì 9 maggio 2023 presso la Liverpool Arena a Liverpool. La manifestazione si svolgerà per la nona volta in terra britannica dopo che l’Ucraina, vincitrice dell’edizione precedente, è stata dichiarata non in grado di ospitare il concorso a causa dell’invasione russa a tutt’oggi in corso. Per mostrare vicinanza all’Ucraina, la città sta organizzando diversi progetti di solidarietà.

Uno di questi porta l’hashtag #HelpUkraineSong e mira a unire il mondo attraverso la musica. Lo scopo è quello di convincere quante più persone possibili a cantare la canzone With a Little Help From My Friends dei Beatles alle ore 12 di sabato 13 maggio. Chiunque ha la possibilità di filmarsi mentre esegue la canzone e potrà caricarla sui vari social media. L’idea è partita da Valerie Bounds, cofondatrice e direttrice di un’agenzia creativa a Liverpool, che dichiara: «Mi è venuta questa idea mentre guardavo una persona che suonava il pianoforte alla stazione di Euston, durante il periodo natalizio e ho pensato che sarebbe stato meraviglioso realizzare un momento così incredibile in uno spazio pubblico. Sono una grande fan dell’Eurovision e ho lavorato come volontaria per i rifugiati ucraini, di conseguenza tutto questo si è fuso insieme». Secondo il The Guardian, il denaro raccolto da #HelpUkraineSong sarà devoluto a War Child, un ente di beneficenza rivolto ai bambini colpiti dai conflitti.

Un’altra importante iniziativa riguarda l’organizzazione dell’EuroFestival, un festival artistico che precederà l’inizio del contest vero e proprio e che comprende diverse installazioni sparse in tutta la città. Una di queste è il “Protect the Beats”, che vedrà il monumento Nelson circondato da 2.500 sacchi di sabbia, per replicare il modo in cui i monumenti in Ucraina vengono avvolti per proteggerli dai bombardamenti. Intorno al monumento, verrà proiettato un documentario sull’importanza della musica in Ucraina, con canti dei soldati sul fronte e canti nelle stazioni della metropolitana di Kiev. Un altro dei progetti compresi nel festival è il “Soloveiko Songbird”, ossia una serie di grandi sculture di usignoli illuminati sparsi in tutta la città, in rimando al fatto che l’usignolo è l’uccello nazionale dell’Ucraina. Quest’ultima installazione è realizzata in collaborazione con la piattaforma di raccolta fondi United 24 del presidente Zelensky, il Ministero della Cultura ucraino e War Child.

Germania: aumentano le proteste contro il cambiamento climatico

In Germania le proteste contro il cambiamento climatico sono sempre più numerose. Solo nelle ultime settimane si sono verificate alcune delle manifestazioni più intense del gruppo Letze Generation, con centinaia di membri che hanno bloccato decine di strade nell’ora di punta a Berlino. L’obiettivo principale del gruppo attivista è quello di evidenziare l’imminenza di una catastrofe climatica e di fare pressione sul governo affinché intervenga in modo più incisivo, soprattutto riguardo l’uso dei combustibili fossili.

Le richieste principali sono due: la prima è l’istituzione di un consiglio popolare, composto da 150 membri, che crei idee realistiche per affrontare l’emergenza e le presenti in parlamento; la seconda è l’introduzione del limite di velocità a 130 km/h sulle autostrade. Carla Hindrichs, portavoce del gruppo, ha dichiarato: «Non lo facciamo per divertimento, ma perché possiamo vedere degli esempi nella storia che l’azione dirompente può essere il tipo di azione più efficace. Siamo come un allarme antincendio, fastidioso ma necessario».

Dall’altro lato, però, le proteste creano non pochi disagi alla viabilità stradale, soprattutto quando ci sono emergenze in corso. A tal proposito, i rappresentanti della polizia, i membri della magistratura e diversi politici chiedono pene più severe per gli attivisti, tra cui la detenzione preventiva e pene detentive più lunghe. Come riportato dal The Guardian, attualmente la detenzione preventiva massima a Berlino è di48 ore. Reiner Wendt, capo del sindacato di polizia tedesco, ha proposto l’applicazione del “modello bavarese”, che prevede una detenzione preventiva fino a 30 giorni.

Anche diversi membri del governo tedesco criticano sempre più apertamente le azioni del gruppo. Durante un’intervista per una rete nazionale, il ministro dell’economi del partito dei Verdi, Robert Habeck, ha dichiarato che il risultato di queste proteste non è ottenere una maggioranza a favore della protezione del clima, bensì quello di dividere la società e scaturire l’irritabilità delle persone. È proprio per questo motivo che, se inizialmente le sanzioni comprendevano multe o ammonizioni, nelle ultime settimane i tribunali tedeschi hanno iniziato ad alzare la posta in gioco, proponendo pene detentive ad alcuni manifestanti.

Benjamin Jendro, della polizia di Berlino, sostiene invece che siano necessari metodi alternativi per controllare l’aumento delle proteste, ma è contrario alle regole bavaresi proposte da Wendt. Allo stesso modo, anche Bettina Jarasch, capo del partito Verdi di Berlino, sostiene di essere contraria alle proteste di estendere la detenzione preventiva, pur volendo mantenere una certa distanza dal gruppo azionista. Dichiara: «La detenzione preventiva significa mettere in prigione persone per reati che non hanno ancora commesso, questo è molto discutibile e deve essere rigorosamente controllato».

Elezioni in Paraguay: il partito Colorado tra corruzione e popolarità

Il Partito Colorado, che ha governato per 76 anni il Paraguay, sarà messo alla prova domenica prossima. Secondo la BBC, il candidato del partito alla presidenza del Paraguay, Santiago Peña, si troverà in difficoltà con diversi candidati dell’opposizione. Il buon esito delle elezioni, che ha permesso al PC di governare il paese per tanto tempo, è dovuto ai paraguaiani, i quali ne spalleggiano la sua popolarità. A differenza dell’opposizione che, sempre secondo la BBC, accusa il Colorado di aver sottomesso i rivali a un regime militare, con frodi o usando lo Stato per ottenere voti in democrazia.

Il prossimo 30 aprile i paraguaiani voteranno per i seguenti incarichi: il presidente e il vicepresidente della repubblica; 45 senatori titolari e 30 senatori supplenti; 80 deputati titolari e 80 deputati supplenti; 17 governatori; infine, 257 membri titolari e altrettanti supplenti per i consigli dipartimentali.

Secondo quanto riportato dalla CNN, nonostante il gran numero di candidati, i principali sono Santiago Peña e Pedro Alliana, per il Partito Colorado, e Efraín Alegre e Sole Núñez, a capo della Concertación Nacional per il Nuevo Paraguay.

Il candidato del Colorado è un economista ed è stato ministro delle finanze del governo Horacio Cartes. Il suo programma elettorale si basa sullo sviluppo integrale del paese, in particolare sull’occupazione, sulla salute e l’istruzione. Lo scorso gennaio gli Stati Uniti hanno sanzionato Cartes per presunti atti di corruzione, accuse respinte dall’ex presidente del Paraguay.

La proposta di governo di Efraín Alegre si concentra sulla lotta contro la corruzione per raggiungere il benessere del paese. Come conferma all’emittente statunitense, l’intento dell’opposizione è quello di mostrare un Paraguay fatto di lavoro, di sforzo, un Paraguay solidale che si pone come risposta ai bisogni della gente.

Un fatto particolare della storia del Partito Colorado è il regime militare di Alfredo Stroessner, il generale affiliato al partito che governò il paese tra il 1954 e il 1989. Riuscì a salire al potere grazie alla guerra civile del 1947 e durante il suo regime organizzò, ogni cinque anni, delle elezioni fraudolente, vietando i partiti di opposizione, arrestando e torturando migliaia di persone.

In base a quanto dichiarato dalla BBC, il partito ha continuato a governare il Paraguay per molto tempo da Alfredo Stroessner fino ad oggi, ma ciò che lo ha permesso è stata anche la trasmissione dell’appartenenza al partito dalle vecchie generazioni di colorados alle nuove, un sentimento che come afferma l’emittente britannica, può essere paragonato alla fedeltà che lega una famiglia ad una squadra di calcio.

Ci si chiede quindi quale sarà il destino del partito Colorado nelle prossime elezioni, e se riuscirà a vincerle ancora una volta.

Tunisia: Kais Saied è un leader democratico?

Le rivolte che hanno avuto luogo in nord Africa nel 2011, passate alla storia con il nome di “primavere arabe”, sono iniziate in Tunisia in seguito alla morte del giovane venditore ambulante Muhammad Bouazizi dopo essersi dato fuoco in segno di protesta contro le condizioni economiche in cui verteva il paese.

Nel gennaio 2011, il Presidente della Repubblica Ben Alì rassegna le dimissioni e lascia la Tunisia a causa delle rivolte.

Inizia così quella rivoluzione che nei mesi a seguire si protrarrà per tutto il nord Africa.

Le prime elezioni libere si sono svolte nel paese, il 23 ottobre 2011, dopo 23 anni e hanno visto la formazione di un governo democratico composto dal partito laico di Marzouki e da al-Nahda, il partito islamico moderato.

Alle successive consultazioni popolari, tenutesi nel 2019, Meshishi, già leader della Fratellanza Musulmana, diventa primo ministro e il professore di diritto costituzionale Kais Saied Presidente della Repubblica. 

L’eccezione tunisina, ovvero la teoria secondo la quale possono coesistere democrazia e Islam, viene messa in crisi nel 2021 quando il caos politico, aggravato dalla crisi sociale e sanitaria, porta ad un colpo di mano del Presidente.

Secondo quanto riportato dalla BBC, Saied è stato accusato, dal primo ministro Mechichi e dai principali partiti politici tunisini, di aver inscenato un colpo di stato quando, il 25 luglio 2021, ha sospeso l’Assemblea Nazionale e la Costituzione.

Il Capo di Stato ha applicato l’art.80 della carta fondamentale, che prevede lo stato d’emergenza, senza l’approvazione della Corte Costituzionale sospesa da sei anni a causa dell’inoperatività del sistema legislativo e del marcato clientelismo della politica tunisina.

Il Presidente sostiene di aver agito in nome del popolo e secondo quanto emerso dal sondaggio, riportato dalla BBC, di Michael Robbins, direttore di Arab Barometer, una rete di ricerca con sede presso l’Università di Princeton, gli arabi preferiscono un leader forte alla democrazia.

Saied ha promesso, nel 2021, che la situazione politica sarebbe rimasta tale fino al ritorno della pace sociale in Tunisia e il 17 dicembre 2022 ha permesso nuove elezioni.

La chiamata alle urne ha visto un’affluenza del 9% della popolazione, dato che dovrebbe indicare la delusione nei confronti della politica da parte dei cittadini.

Ad aggravare le condizioni del paese si aggiunge la crisi economica che vede in aumento inflazione e disoccupazione e in calo il valore della moneta tunisina, secondo quanto riportato dalla BBC.

Il Presidente ha addossato la colpa della crisi alla corruzione dei partiti e ha promosso una Costituzione che diminuisce il ruolo di questi ultimi, inoltre, ha incoraggiato i cittadini a candidarsi autonomamente.

Tuttavia Sarah Yerkes, ricercatrice presso il Carnegie’s Endowment for International Peace, ha spiegato ai microfoni della BBC che la democrazia in Tunisia non è a rischio in quanto è ancora concessa la libertà di stampa e di associazione.

Saied ha giustificato le proprie azioni sostenendo che ha avuto bisogno di maggiori poteri per combattere il ciclo di paralisi politica e di decadimento economico in cui stanziava la Tunisia.


L’ex presidente Alejandro Toledo estradato dagli Stati Uniti

Domenica 23 aprile, Alejandro Toledo, ex presidente del Perù, è atterrato a Lima dopo essere stato estradato dagli Stati Uniti, dove ha trascorso sei anni sfuggendo alla giustizia del Paese che ha guidato tra il 2001 e il 2006. L’ex leader si aggiunge ad Alberto Fujimori, che rischia una condanna a 25 anni violazione dei diritti umani, e a Pedro Castillo, che deve scontare due ordini di detenzione preventiva per presunti reati di ribellione e organizzazione criminale. Toledo è accusato di riciclaggio di denaro e collusione, reati per i quali l’accusa chiede una pena di 20 anni e sei mesi.

Secondo quanto riferisce il quotidiano El Comercio, il processo di estradizione di Alejandro Toledo dagli Stati Uniti è costato al Perù almeno due milioni di soles (500.000 dollari).  

L’ex leader del parito Perú Posible si è consegnato alla giustizia statunitense venerdì 21, dopo un lungo processo in cui i suoi legali hanno presentato diversi appelli per impedirne il ritorno nel Paese sudamericano, come riportato da El Pais. La Procura lo accusa di aver ricevuto tangenti del valore di 35 milioni di dollari dall’impresa di costruzioni brasiliana Odebrecht per favorirla nella concessione dell’appalto dell’autostrada Interoceanica. Toledo si trova attualmente in custodia cautelare in attesa del processo.

Sembra che l’Istituto Penitenziario Nazionale (INPE) tratterrà Toledo nel carcere di Barbadillo, nel distretto di Ate (dipartimento di Lima), dove sono attualmente detenuti Fujimori e Castillo.

Al suo arrivo all’aeroporto Jorge Chávez è stato accolto dal capo dell’Interpol, il colonnello Carlos López Aedo, e dal comandante della polizia, il generale Jorge Angulo. Inoltre, un piccolo gruppo di sostenitori dell’ex partito Perú Posible si è presentato fuori dall’aeroporto, insieme ai suoi fratelli, Fernando e Pedro, e ad alcuni ex funzionari in carica durante il suo mandato.

Toledo è stato portato nella sede della Direzione dell’Aviazione della Polizia (DIPA), accanto all’aeroporto, per essere sottoposto al controllo dell’immigrazione. Lì, il Procuratore Patricia Benavides e il capo dell’Ufficio di Cooperazione Giudiziaria Internazionale ed Estradizioni, Alfredo Rebaza, hanno supervisionato il processo. È stata Benavides a leggergli i suoi diritti. Il controllo dell’identità sarà invece effettuato in una sede giudiziaria nel centro di Lima, dopodiché sarà valutato da un medico.

«Alejandro Toledo è una persona i cui diritti non sono stati rispettati», ha dichiarato il suo avvocato Roberto Su, che ha sottolineato il peggioramento delle condizioni di salute del suo cliente. Prima di consegnarsi alla giustizia, Toledo ha dichiarato di essere malato di cancro e che, in quanto paziente oncologico, chiederà di passare dalla detenzione preventiva agli arresti domiciliari.

America Latina e Caraibi: si registra un calo vertiginoso delle vaccinazioni infantili

Negli ultimi dieci anni, l’America Latina e i Caraibi sono passati da avere uno dei tassi di immunizzazione infantile più alti al mondo ad essere agli ultimi posti. Circa 2,4 milioni di bambini nella regione non hanno ricevuto il ciclo completo delle vaccinazioni basilari. Molti di loro non hanno ricevuto alcuna dose. Ciò lascia un bambino su quattro esposto a una serie di infezioni facilmente prevenibili con il vaccino, come l’epatite B, il morbillo e il tetano.

La pandemia è stata il principale ostacolo, ma non l’unico. La povertà, la mancanza di fondi e la crescente instabilità politica e sociale del continente hanno contribuito al declino più brutale degli ultimi trent’anni.

Secondo un rapporto dell’UNICEF del 2023, nella regione, la copertura della terza dose di vaccino contro difterite, tetano e pertosse, la principale vaccinazione per i bambini sotto l’anno di età, è diminuita del 18% dal 2012 al 2021. Il continente è passato dal 93% di bambini vaccinati ad appena il 75%, ponendo l’America Latina e i Caraibi al di sotto della media mondiale (81%) e quasi alla pari con l’Africa orientale e meridionale (74%), come riportato da El Pais.

«La situazione può essere ribaltata solo con maggiori investimenti e consapevolezza. È necessario rilanciare le strutture cliniche mobili, le politiche pubbliche e le misure sanitarie comunitarie. Dobbiamo aumentare i collaboratori per garantire che questi servizi raggiungano chi ne ha bisogno», spiega Ralph Midy, consulente regionale dell’UNICEF per l’immunizzazione in America Latina e nei Caraibi.

Tra i dati più preoccupanti emergono quelli relativi ai bambini che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino. Il fenomeno noto come “bambini zero” ha colpito soprattutto Brasile (700.000), Messico (316.000) e Venezuela (120.000).

Nella regione, sono più di 1,7 milioni i bambini che rientrano in questa categoria, la maggior parte dei quali accomunati dallo stesso fattore: la povertà. Anche se sotto diverse forme – migrazioni, disastri naturali, instabilità politica, violenza – nell’ultimo decennio le vaccinazioni sono diminuite perché la popolazione vulnerabile sta crescendo e le vaccinazioni sono sempre meno nella lista delle priorità delle famiglie.

«La prima cosa a cui pensano le persone che vivono in povertà, di solito non è il vaccino. Pensano a cosa mangiare e alla sicurezza dei loro figli. Inoltre, la maggior parte dei paesi dell’America Latina non ha programmi attivi per individuare le popolazioni vulnerabili impossibilitate a raggiungere i centri sanitari e per riuscire così a somministrargli i vaccini necessari», spiega Roberto Debbag, presidente della Società latino-americana di malattie infettive pediatriche.

Si stima che vaccinare un bambino con tutte le iniezioni necessarie costi 58 dollari. Al contrario, le conseguenze di una mancata vaccinazione sono incalcolabili. Secondo l’UNICEF, per ogni dollaro investito nella vaccinazione, c’è un ritorno di 26 dollari. «Il rischio di non fare nulla è molto serio: si creerebbe un’enorme destabilizzazione della regione», afferma Ralph Midy.

Ucraina: i soldati affrontano i traumi psicologici causati dalla guerra

Allo stato attuale, l’Ucraina conta quasi un milione di uomini e donne impegnati nella difesa del Paese. Lo Stato maggiore ucraino non fornisce cifre specifiche, ma fonti militari stimano che circa 500.000 individui abbiano avuto esperienze di combattimento in prima linea. Secondo gli esperti e il personale militare intervistati da El País, il conflitto tra Russia e Ucraina lascerà centinaia di migliaia di soldati con cicatrici a vita. A tal proposito, le autorità iniziano a pensare che le conseguenze per il futuro, dopo il ritorno dei militari alla vita civile, rappresentino un problema da non dare per scontato. Robert van Voren, uno dei maggiori esperti di psichiatria negli stati membri dell’ex Unione Sovietica, sostiene che il Paese non sia preparato ad affrontare tale problema.

Sul suolo ucraino è presente un unico centro specializzato nel trattamento psicologico dei veterani di guerra, fondato da Oleksandr Vasilkovskii nel 2022 e gestito dalle Forze armate. Il centro di riabilitazione, situato a Kharkov, a 30 chilometri dal confine con la Russia, è un’iniziativa privata piuttosto che pubblica, perché non riceve finanziamenti statali, ma si affida alle donazioni. Durante i nove mesi di attività, sono stati curati più di 2.700 soldati attraverso un programma di cura settimanale che dovrebbe prepararli a tornare a combattere.

Lo scopo principale della convalescenza è far sì che i soldati riacquistino una stabilità che permetta loro di sentirsi sicuri nel tornare sul fronte, anche se gli studiosi concordano sul fatto che le rotazioni in prima linea siano meno frequenti del necessario, per cui gli individui sono continuamente sotto pressione. Vasilkovskii sostiene che, in un mondo ideale, le rotazioni dovrebbero avvenire ogni due o tre mesi, ma ciò non accade perché la Russia ha molte più risorse rispetto all’Ucraina e i soldati sono costretti a rimanere sul fronte più del dovuto. Il trauma principale tra i combattenti è il senso di colpa per gli amici persi, per essere ancora in vita e per non stare con i compagni. Rispetto a coloro che hanno combattuto nella guerra del Donbass nel 2014, inoltre, gli studiosi hanno rilevato un livello di disperazione e incertezza molto più alto.

Il processo di inserimento nel centro di riabilitazione inizia con l’identificazione dei soldati che soffrono di attacchi di panico o hanno pensieri suicidi. Dopodiché, questi ultimi ricevono trattamenti con diverse terapie, sia individuali che collettive. Sono sottoposti ad attività di fisioterapia per rilassare il corpo e svolgono esercizi in una piscina di 32 gradi che simula lo stato prenatale. Gli esperti si focalizzano sulla stabilizzazione dei pazienti, fornendo loro tecniche di rilassamento e meditazione, cosa ancora difficile da accettare, poiché l’Ucraina è una società molto conservatrice, influenzata dal cristianesimo ortodosso in cui la meditazione è vista come qualcosa di esterno alla religione.

Spagna: esumazione della salma di José Antonio Primo de Rivera

Lunedì 24 aprile, José Antonio Primo de Rivera sarà esumato dalla Valle di Cuelgamuros, precedentemente conosciuta come Valle de los Caídos (Valle dei Caduti), e trasportato nel cimitero madrileno di San Isidro. La data scelta coincide con il 120° anniversario della nascita del fondatore della Falange, il 24 aprile 1903. Come riportato da El País, la salma è stata già precedentemente spostata in diverse occasioni. Il 20 novembre 1939, tre anni dopo l’esecuzione da parte dei repubblicani, Primo de Rivera fu riesumato ad Alicante e portato a El Escorial. Le spoglie furono ricevute dai rappresentanti della Germania nazista e dell’Italia fascista. Nell’occasione, inoltre, furono portate anche le corone di Hitler e Mussolini.

Nel marzo 1959, invece, Francisco Franco propose ai Primo de Rivera di spostare nuovamente i resti del fratello nella Valle de los Caídos. Scrisse: «Ora che è stata completata la grandiosa basilica della Valle dei Caduti, eretta per ospitare gli eroi e i martiri della nostra Crociata, ci viene offerta come il luogo più adatto per la sepoltura dei resti di vostro fratello José Antonio, nel posto preferenziale che gli corrisponde tra i nostri gloriosi caduti». La tomba, sotto una lastra di 3.500 chili, identica a quella che anni dopo avrebbe coperto la bara di Franco, fu collocata accanto all’altare principale.

Nel 2011, una commissione di esperti istituita dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero aveva proposto che per “dare dignità” alla basilica cattolica fosse necessario spostare i resti di Franco – cosa che è avvenuta il 24 ottobre 2019 – e ricollocare quelli di Primo de Rivera. Alla fine, gli esperti stabilirono che quest’ultimo, in quanto vittima della guerra civile, poteva rimanere nel mausoleo, senza però occupare un posto di rilievo. Tale decisione, infatti, è conforme all’articolo 54.4 della Ley de Memoria Democrática, secondo cui nella Valle di Cuelgamuros possono riposare solo i resti mortali di persone morte a causa della guerra.

Lo scorso ottobre, però, la famiglia di Primo de Rivera ha chiesto l’esumazione dei resti per adempiere alla volontà espressa da José Antonio nella prima clausola del suo testamento, in cui chiedeva di essere sepolto secondo il rito della religione cattolica, apostolica e romana che professava, sotto la protezione della Santa Croce. Il luogo scelto, il Sacramental di San Isidro, è il cimitero più antico di Madrid e la salma verrà collocata accanto alla tomba di Pilar Primo de Rivera, sorella del leader falangista, e a quelle di altri membri della famiglia.