venerdì, 3 Aprile 2026
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Terapie di conversione per modificare l’orientamento sessuale: l’Europa verso il bando

In Europa, una persona LGBTQ+ su quattro è esposta a pratiche correttive che vanno dai consigli religiosi a trattamenti psichiatrici. L’UE cerca ora un divieto comune per proteggere i cittadini e garantire diritti uniformi.

Nel cuore dell’Unione europea, il dibattito sulla messa al bando delle cosiddette “terapie di conversione” ha ripreso vigore, spinto da una crescente pressione istituzionale e civile. Queste pratiche, descritte come trattamenti correttivi mirati a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere, si manifestano in diverse forme: dai consigli familiari e dai riti religiosi alle consulenze psicologiche e ai trattamenti psichiatrici e, nei casi più estremi, abusi fisici o somministrazione forzata di farmaci.

Secondo quanto riportato da Euronews, questo fenomeno resta ancora diffuso nell’Unione europea: quasi una persona LGBTQ+ su quattro dichiara di essere stata esposta almeno una volta. Il rapporto dell’ILGA Europe evidenzia una distribuzione geografica eterogenea: se in Grecia il 38% dei rispondenti dichiara di essere stato esposto a tali pratiche, in Italia, Francia e nei Paesi Bassi la percentuale scende al 18%. L’esposizione risulta particolarmente elevata tra persone trans, non binarie e intersex, considerate più vulnerabili. Oltre all’impatto sociale e psicologico, Euronews stima anche un costo economico per l’Unione europea, pari a circa 89 milioni di euro l’anno, dovuti alla perdita di produttività.

Attualmente, la Commissione europea sta valutando come dare seguito a un’iniziativa dei cittadini che ha raccolto 1,25 milioni di firme per proibire pratiche mirate a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Nonostante la condanna unanime delle autorità mediche, il percorso legislativo appare complesso: finora solo otto Stati membri, tra cui Malta, Germania, Francia e Spagna, hanno introdotto divieti specifici.

Il nodo centrale riguarda le competenze legislative. Poiché la tutela della salute rientra nell’autorità dei singoli Stati, come confermato dalla Commissione europea e riportato da Euractiv, l’introduzione di un bando armonizzato a livello comunitario richiederebbe strumenti complessi, come una nuova direttiva o la modifica dei Trattati per includere queste pratiche tra gli “eurocrimini” previsti dall’Articolo 83 del TFUE. Parallelamente, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione non vincolante, ma che segnala una volontà politica chiara a livello europeo: l’introduzione di sanzioni penali e sistemi di monitoraggio in tutti i 46 Stati membri.

La posizione delle istituzioni europee appare netta. Irena Moozová, della Direzione Generale per la Giustizia e i Consumatori, ha dichiarato in un’audizione pubblica che «non c’è nulla da curare», definendo tali interventi un attacco alla dignità umana. Sulla stessa linea, l’ex Commissaria europea per l’Uguaglianza Helena Dalli ha affermato, in un intervento riportato da Euronews, che queste pratiche sono «basate su una menzogna, quella che la diversità sia un difetto», e ha aggiunto che persistono a causa dello stigma e dell’inerzia delle istituzioni. Nel frattempo, la protezione dei cittadini resta affidata principalmente alle singole legislazioni nazionali, in attesa dello studio della Commissione previsto per il 2027.

Questa risoluzione del Consiglio d’Europa, seppur non vincolante, rappresenta un segnale politico forte verso un’armonizzazione che, pur richiedendo tempi lunghi, appare ormai avviata su scala continentale. La sfida dei prossimi anni sarà dunque tradurre questa volontà politica in uno strumento giuridico capace di superare le resistenze nazionali e garantire standard di protezione condivisi.

Immacolata Chimenz
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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