mercoledì, 25 Marzo 2026
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Shock energetico dall’Iran: petrolio oltre 100$

A partire dai primi giorni del conflitto in Iran, i mercati globali, e in particolare quelli azionari, hanno registrato forti turbolenze. I titoli dei settori tecnologico, dei trasporti e finanziario hanno subito un brusco calo, mentre comparti come energia, difesa e petrolio sono schizzati verso l’alto.

Il meccanismo che rischia di innescarsi appare altamente pericoloso per l’economia mondiale. La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il transito del greggio, e la conseguente impennata dei prezzi del petrolio, come evidenziato da The Guardian, stanno già esercitando una pressione crescente sull’inflazione globale. L’aumento dei costi energetici si traduce infatti in un incremento generalizzato dei costi aziendali, con inevitabili ripercussioni sui prezzi di beni e servizi.

Il nodo cruciale della paura sui mercati è uno: il rischio di shock energetico legato all’evoluzione del conflitto, una dinamica che, secondo numerosi analisti, potrebbe colpire in modo particolarmente duro l’Europa. Secondo quanto riportato da CNBC, la reazione dei prezzi dell’energia risulterebbe “inquietantemente simile” a quella osservata nel 2022, nelle fasi iniziali dell’invasione russa dell’Ucraina. In questo contesto, il Qatar assume un ruolo sempre più centrale nello scenario energetico europeo. Nonostante una riduzione di circa un quinto della propria produzione di gas naturale liquefatto a causa delle tensioni in Medio Oriente, Doha resta infatti uno dei principali fornitori di GNL per l’Europa. Il continente, dopo aver ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo a seguito della guerra in Ucraina, si trova ora nuovamente esposto alla volatilità dei mercati energetici internazionali.

L’incendio geopolitico nel Medio Oriente e la crisi delle politiche climatiche europee stanno convergendo in una tempesta perfetta per l’economia globale. Secondo quanto riportato da The Guardian, l’attacco statunitense all’hub iraniano di Kharg Island ha provocato un’immediata fiammata del petrolio Brent, che ha raggiunto oltre 100 dollari al barile. Donald Trump ha rivendicato la “totale demolizione” dell’infrastruttura, attraverso cui transita il 90% dell’export di Teheran, nel tentativo di forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, diverse testate internazionali evidenziano come la risposta degli alleati rimanga cauta di fronte al rischio di un’ulteriore escalation.

In questo contesto di emergenza, l’Italia ha aperto un fronte politico a Bruxelles. Come riferito da Argus Media, la premier Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione immediata del sistema di scambio delle quote di emissione (EU ETS) per i produttori di energia da combustibili fossili. Roma sostiene che tali costi ambientali pesino per circa il 25% sulle bollette degli italiani (circa 30 euro/MWh), definendo il meccanismo “controproducente” e chiedendo tutele per i settori energivori come acciaio e ceramica.

Le due fonti divergono marcatamente sulle soluzioni a lungo termine. Se The Guardian riporta l’ottimismo di Trump, convinto che i prezzi scenderanno non appena i mercati saranno “stappati” dalla forza militare, Argus Media cita l’allarme di Simon Stiell dell’ONU, che definisce “delirante” la scelta di raddoppiare gli investimenti nei fossili anziché accelerare sulle rinnovabili. Anche all’interno dell’UE il fronte è spaccato: mentre la Commissione valuta un soft price cap, nazioni come la Germania si oppongono a interventi che alterino il mercato elettrico.

Il punto di convergenza tra le analisi è la nuda fragilità della sicurezza energetica europea. La crisi attuale costringe i governi a un difficile equilibrio tra la protezione immediata del tessuto produttivo e la tenuta degli impegni climatici, in un mercato dove l’instabilità militare agisce ormai da principale motore dei prezzi.

Lorenza Chimenz, Roberto Paonessa.

Lorenza Chimenz
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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