Negli ultimi mesi, l’India è stata teatro di grandi proteste contro il Primo Ministro Narendra Modi e il suo partito, il Bharatiya Janata Party (BJP), al potere da oltre un decennio. Protagonista delle proteste è il Cockroach Janta Party (CJP), un movimento composto prevalentemente da giovani e promotore di quella che è stata definita “una delle più grandi mobilitazioni della storia del Paese”.
Come riferisce la CNN, tutto ha avuto inizio a maggio, quando le tracce dei test di ammissione alle facoltà di medicina e odontoiatria sono state divulgate, costringendo milioni di candidati a ripetere l’esame e trasformando il malcontento generale in rabbia. Molti dei manifestanti sono cresciuti durante gli anni di presidenza di Narendra Modi, un periodo segnato da grandi promesse di grandezza, prosperità e da un rinnovato senso di nazionalismo, elementi che hanno influenzato le aspettative sul proprio futuro nel Paese.
Questa mobilitazione ha fatto vacillare per la prima volta l’esecutivo, costringendolo a fare un passo indietro.
Nonostante la protesta fosse stata inizialmente sminuita anche dallo stesso Primo ministro, riporta The Guardian, il movimento ha ottenuto le dimissioni del Ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan: un «umiliazione», per un governo che ha alimentato per 12 anni l’immagine della propria immunità.
La chiave del CJP è stata la strategia mediatica: mentre i canali televisivi ufficiali ignoravano quanto accadeva in strada, i membri del movimento inondavano i social media con migliaia di post contro Modi e il suo governo; i tentativi dello stesso premier di stabilire un contatto con i giovani hanno solo portato alla pubblicazione di nuovi contenuti ironici. Quando infine la TV nazionale ha mostrato la situazione, ha suggerito che i manifestanti fossero “pagati dalle forze di sinistra straniere e da gruppi terroristici pakistani”. Tesi subito smentite dai partecipanti, e con l’escalation nelle strade il capo del governo è progressivamente sparito dalle emittenti.
In base a quanto si legge su Al Jazeera, il nome del movimento, in italiano “blatta”, fa ironicamente riferimento al post di un giudice indiano che aveva apostrofato i giovani disoccupati come “blatte” e “parassiti”. A questo commento il fondatore del CJP, Abhijeet Dipke, ha risposto: “E se tutte le blatte si unissero?”
Oltre alle dimissioni del ministro, i manifestanti hanno richiesto anche un risarcimento per le famiglie degli studenti che si sono suicidati dopo aver saputo di dover ripetere il test di ammissione, misura che il governo ha promesso di adottare. Il CJP ha poi preteso le scuse ufficiali da parte della polizia di Delhi e dalla Rapid Action Force per le violente repressioni, oltre alla garanzia che nessun procedimento venga avviato nei confronti di organizzatori e partecipanti. Quest’ultimo punto è stato oggetto di polemiche in quanto, nonostante le rassicurazioni del governo, sono stati segnalati arresti in tutto il Paese.
Secondo la BBC, dopo le dimissioni di Pradhan le proteste sono rientrate. Tuttavia, il CJP ha segnato una svolta nella politica del Paese: a differenza dei movimenti studenteschi del passato, non è legato a un’ideologia o un singolo gruppo sociale, ma ha messo in discussione l’imparzialità dell’intero sistema scolastico indiano, che per molti giovani rappresenta l’unica possibilità di ascesa sociale, e la stessa capacità del BJP di governare.
Attualmente, non è chiaro se il CJP intenda strutturarsi per entrare in politica: si tratta infatti di un movimento molto recente che non ha ancora avuto il tempo di organizzarsi. Quello che è certo è che i suoi membri hanno intenzione di portare avanti le loro battaglie anche al di fuori dell’ambito studentesco.


