In Serbia, il giornalismo indipendente sta attraversando una delle fasi più critiche dell’ultimo ventennio, caratterizzata da una pressione che si sposta dai palazzi del potere direttamente agli schermi televisivi. Secondo quanto riportato dalla European Federation of Journalists, è in atto una campagna diffamatoria coordinata dal “Centro per la Stabilità Sociale” contro Veran Matić, presidente dell’ANEM, e altri cronisti etichettati come “nemici dello Stato” nel documentario Zlo doba 2. Questa narrazione, trasmessa su reti nazionali, crea un clima di pericolo concreto: l’EFJ denuncia come l’assenza di una risposta da parte delle autorità e l’inerzia dell’organo regolatore dei media alimentino un senso di impunità diffuso. La gravità della situazione ha spinto l’International Press Institute a organizzare una missione internazionale a Belgrado tra il 26 e il 27 marzo 2026. L’obiettivo dell’IPI, che vedrà la partecipazione di diverse organizzazioni per la libertà di stampa, è indagare su fenomeni sistemici come il media capture, ovvero il controllo dei media da parte di interessi politici, l’uso delle querele temerarie (SLAPP) per mettere a tacere le voci critiche e le violenze fisiche subite dai reporter durante le recenti proteste di piazza.
Se si sposta lo sguardo oltre i confini balcanici, la minaccia al diritto di cronaca assume forme più burocratiche ma non meno letali per la democrazia. In India, come documentato da un’inchiesta di Reuters, attivisti e giornalisti hanno portato il governo di Narendra Modi davanti alla Corte Suprema per contestare il nuovo Digital Personal Data Protection Act. Secondo quanto riferito a Reuters, questa legge sulla privacy introduce emendamenti che di fatto paralizzano il diritto all’informazione, consentendo ai funzionari di negare l’accesso a dati di pubblico interesse con la scusa della protezione dei dati personali. Il rischio è un effetto di “congelamento” che spinge all’autocensura per evitare multe milionarie.
Se in Asia la battaglia è legale, nei teatri bellici la repressione diventa fisica: il Committee to Protect Journalists ha registrato un bilancio drammatico dall’inizio del conflitto tra Israele, USA e Iran nel febbraio 2026. I dati del CPJ parlano di almeno tre giornalisti uccisi, di infrastrutture mediatiche bombardate e di un blackout totale di internet in Iran per impedire la diffusione di notizie. Il CPJ evidenzia inoltre come restrizioni e minacce ai cronisti siano state segnalate non solo nelle zone di guerra, ma anche negli Stati Uniti e in vari paesi del Golfo, delineando una censura globale.
Si evidenzia, dunque, un punto comune allarmante: l’uso di strumenti statali, siano essi campagne di propaganda in Serbia, riforme legislative in India o blackout tecnologici in Medio Oriente, per neutralizzare il monitoraggio pubblico. Mentre il caso serbo-balcanico si concentra sul discredito sociale e il controllo istituzionale dei media, i contesti analizzati in India e in Medio Oriente mostrano come il diritto alla privacy e la sicurezza nazionale vengano spesso strumentalizzati per oscurare la corruzione o la violenza bellica.
In sintesi, emerge che, pur cambiando i metodi, la finalità resta la medesima: limitare la trasparenza per proteggere il potere.
Immacolata Chimenz, Lorenza Chimenz.


