In Papua Nuova Guinea, uno Stato che occupa metà dell’isola della Nuova Guinea nell’Oceano Pacifico, è in corso da decenni quello che viene considerato il più grande conflitto tribale del mondo contemporaneo.
Si tratta di una guerra silenziosa, poco raccontata dai media internazionali, che contribuisce a destabilizzare l’intero Paese e provoca tra le 100 e le 300 vittime ogni anno. Per comprendere a fondo questo fenomeno è necessario considerare le sue radici storiche: i conflitti tra tribù precedono l’amministrazione australiana iniziata nel 1920 e rimangono profondamente radicati nelle strutture sociali e culturali delle popolazioni locali.
Le cause delle dispute sembrano appartenere a un’altra epoca: maiali, donne, terreni e vendette. Elementi che, pur appartenendo a logiche ancestrali, continuano a influenzare in modo concreto la vita quotidiana. L’epicentro delle violenze è il distretto di Enga, nella regione montuosa degli Highlands, attraversato da un’arteria stradale fondamentale per il commercio interno. A ogni nuova escalation, questa via di comunicazione viene interrotta, con effetti paralizzanti e diretti sull’economia nazionale.
Uno dei principali fattori che ha contribuito all’aumento della mortalità è la crescente diffusione di armi illegali. Se fino a circa trent’anni fa gli scontri avvenivano con archi, frecce e machete, oggi si combatte con pistole, mitragliatrici ed esplosivi, trasformando radicalmente la natura del conflitto. Secondo The Guardian, il governo ha avviato un programma di disarmo volontario che prevede incentivi economici e l’assenza di conseguenze legali per chi consegna armi illegalmente detenute. L’obiettivo è ridurne drasticamente la diffusione entro il 2027, in un contesto in cui la presenza di arsenali illegali rappresenta l’88% delle armi presenti sul territorio.
A complicare ulteriormente il quadro è l’introduzione di nuove tecnologie. Video diffusi sui social mostrano come alcune fazioni abbiano iniziato a utilizzare droni per monitorare i movimenti delle tribù rivali, ottenendo un vantaggio tattico significativo. Un’evoluzione che segnala un cambiamento profondo anche nelle modalità di combattimento. In questo clima di tensione crescente, come riportato da Le Monde, il primo ministro ha parlato apertamente di “terrorismo interno”, sottolineando la gravità della situazione e la difficoltà nel ristabilire l’ordine.
Le conseguenze del conflitto non si limitano ai combattimenti. Sempre più spesso emergono casi di bambini tra i 12 e i 14 anni mandati sul campo di battaglia, addestrati fin dalla giovane età a dinamiche di violenza. A ciò si aggiunge la presenza di mercenari, che rappresentano una risorsa strategica per tribù prive di competenze militari, per questo, in cambio dei loro servizi, possono arrivare a pretendere compensi di ogni tipo. Un’inchiesta dell’Australian Broadcasting Corporation ha rivelato il traffico di donne e ragazze, utilizzate come forma di pagamento, evidenziando uno degli aspetti più drammatici del conflitto.
Capire le dinamiche che portano a queste inutili atrocità è difficile, è una vera e propria questione culturale. In un Paese dove circa il 70% delle donne ha subito violenze, spesso legate ad accuse di stregoneria, questa rappresenta una delle cause più diffuse e brutali di violenza e di belligeranza tra tribù.


