Il Mar Cinese Meridionale si conferma uno dei principali teatri di instabilità geopolitica globale, dove le rivendicazioni territoriali si scontrano con il diritto internazionale e le strategie di difesa regionali. Nel corso del 2026, l’esercito di Pechino e la Guardia Costiera cinese hanno condotto esercitazioni congiunte, aeree e navali, intorno alla contesa Scarborough Shoal. Come riportato dall’agenzia Reuters, queste manovre sono state descritte dal governo cinese come una risposta necessaria ad azioni di “certi Paesi” accusati di minare la pace e la stabilità nell’area.
La zona, nota in Cina come Huangyan Dao e nelle Filippine come Bajo de Masinloc, è da anni al centro di una disputa accesa. Pechino ha recentemente dichiarato illegali le linee di base del mare territoriale designate da Manila, intensificando la propria presenza con il pretesto di testare la prontezza al combattimento e difendere la sovranità nazionale. Parallelamente alla pressione militare, il governo cinese ha introdotto una nuova politica per l’amministrazione della “Riserva Naturale Nazionale di Huangyan Island”, stabilita nel settembre 2025, che vieta attività come la pesca non autorizzata o l’estrazione di coralli, prevedendo pattugliamenti regolari per colpire i trasgressori.
Tuttavia, questa dimostrazione di controllo si scontra con un quadro giuridico internazionale che Pechino continua a ignorare. Come riporta AP News, lo scorso luglio una coalizione di 14 nazioni guidata dagli Stati Uniti, insieme all’Unione europea, ha riaffermato la validità della storica sentenza arbitrale del 2016. Tale pronunciamento, emesso da un tribunale istituito all’Aia secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ha stabilito che non esiste alcuna base legale per le pretese cinesi di “diritti storici” su gran parte del bacino.
La disputa non è solo un confronto bilaterale tra Manila e Pechino, ma coinvolge equilibri globali. Washington ha ripetutamente esortato la Cina a conformarsi alla sentenza, avvertendo che è obbligata a difendere le Filippine, suo più antico alleato in Asia, in caso di attacco armato a forze, navi o velivoli filippini. Le divergenze tra le parti rimangono nette: mentre la comunità internazionale definisce la decisione dell’Aia come “finale e legalmente vincolante”, il Ministero degli Esteri cinese la bolla come “nulla e priva di forza vincolante”, rifiutando qualsiasi soluzione imposta da terze parti.
L’attuale escalation trasforma quello che era un dibattito giuridico in un rischio concreto di scontro militare. L’uso di potenti cannoni ad acqua, laser di grado militare e manovre di bloccaggio pericolose contro i pescatori e le forze filippine sono ormai pratiche documentate che minacciano la sicurezza della navigazione. In questo scenario, la stabilità dell’Asia-Pacifico appare legata alla capacità di bilanciare le ambizioni di sovranità con il rispetto dei trattati internazionali, in un’area vitale per le rotte commerciali mondiali.


