martedì, 20 Gennaio 2026
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La riforma della giustizia

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 alimenta il dibattito tra sostenitori e detrattori della riforma Nordio, in un contesto che preannuncia risultati imprevedibili

La conferma ufficiosa, divenuta poco dopo ufficiale, era già stata data dalla stessa Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno: il referendum sulla giustizia si terrà il 22 e il 23 marzo 2026.

Si tratta, come riporta la London School of Economics, di un referendum costituzionale che porterebbe a compimento la riforma della giustizia, anche conosciuta come “riforma Nordio”.

I punti salienti della riforma prevedono la separazione delle carriere tra giudici e magistrati e la creazione di due organi di autogoverno distinti per giudici e PM, oltre all’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare per entrambi.

Il passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti è già molto limitato dalla riforma Cartabia del 2022, che consente un solo passaggio realizzabile entro i primi nove anni di servizio.  Tuttavia, come specifica la LSE, questa pratica veniva messa in atto da meno dello 0,5% dei magistrati già da prima della riforma.

La divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura, una per giudici e una per PM, sarebbe «necessaria» secondo il Governo, in quanto sfavorirebbe il fazionalismo e la politicizzazione del CSM stesso, «riducendo il corporativismo».

Se si guarda all’aspetto pratico, tuttavia, la riforma non produrrebbe un vero e proprio cambiamento a livello di separazione delle carriere. Secondo l’analisi riportata dalla LSE, infatti, la riforma Nordio andrebbe a intaccare «l’equilibrio di poteri tra quello giudiziario e quello esecutivo», in quanto il suo obiettivo primario non sembrerebbe una separazione delle carriere, già quasi in atto, ma bensì «un indebolimento dell’autonomia costituzionale e della coesione istituzionale del CSM». Le ragioni alla base di tali affermazioni risiedono nella convinzione che la divisione del CSM frammenterebbe il potere giudiziario, indebolendolo e rendendolo «più permeabile alla potenziale influenza dell’Esecutivo». Bisogna poi ricordare che la riforma prevede l’estrazione a sorte dei “togati”, selezionate random tra magistrati requirenti e giudicanti, mentre i membri “laici” verranno selezionati da un elenco di giuristi stilato dal Parlamento. Secondo tale analisi, il sorteggio contribuirebbe a ridurre «la possibilità di coordinamento tra i magistrati», accrescendo «la loro vulnerabilità alle pressioni politiche».

L’ingerenza della politica sarebbe una diretta conseguenza dell’indebolimento del CSM, una frammentazione che spingerebbe i PM ad adottare posizioni «più in linea con le preferenze del Governo».

Meloni, al contrario, porta avanti con convinzione la riforma, affermando che «rafforzerà l’imparzialità dei giudici», come riporta l’Irish Times. La riforma Nordio è una delle tre principali riforme proposte dalla premier, insieme a quella del premierato e dell’autonomia differenziata. Nonostante ciò, Meloni ha già dichiarato che, qualora il referendum avesse un esito negativo, l’Esecutivo andrà comunque avanti fino alle politiche del 2027. L’Irish Times riporta le parole dell’ex premier, nonché Presidente emerito della Commissione Europea, Romano Prodi, secondo cui la risposta elettorale al referendum sarebbe più un giudizio al Governo che alla proposta referendaria in sé, in quanto «il prezzo» di uno dei governi più longevi dalla Seconda Guerra Mondiale, il cui record verrà raggiunto il 4 di settembre 2026, «è una mancata innovazione in un Paese che è rimasto paralizzato per molto tempo» spiega Prodi, in riferimento a un’economia che l’Irish Times definisce «una delle più lente dell’Eurozona».

Laura Vargiu
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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