Il confine tra infanzia e mondo digitale si sta trasformando in un vero e proprio campo di battaglia legislativo. Quello che era iniziato come un esperimento isolato sta diventando una tendenza globale: limitare per legge l’accesso ai social media ai minori. Il movimento ha subito una forte accelerazione dopo che l’Australia, nel dicembre 2025, ha implementato il primo divieto al mondo per i minori di 16 anni, stabilendo un precedente che ora molte altre nazioni sono pronte a seguire.
L’ultimo Paese a unirsi a questa schiera è la Norvegia. Come riportato da Internazionale, il governo laburista ha annunciato una proposta di legge per vietare l’uso dei social media fino ai 16 anni. L’obiettivo dichiarato dal primo ministro Jonas Gahr Støre è restituire ai bambini una “vera infanzia”, sottraendo il gioco e le amicizie quotidiane al controllo di algoritmi e schermi. Secondo la testata, la responsabilità della verifica dell’età ricadrà direttamente sulle aziende tecnologiche.
Tuttavia, la Norvegia è solo una tessera di un mosaico molto più ampio. Un’analisi dettagliata pubblicata da TechCrunch mostra come il fenomeno sia ormai capillare. In Europa, nazioni come la Francia, la Danimarca e la Grecia stanno procedendo verso restrizioni per i minori di 15 anni, mentre la Spagna e il Regno Unito valutano la soglia dei 16 anni. Anche fuori dai confini europei, Paesi come l’Indonesia e la Malesia stanno adottando misure simili, segnale di una preoccupazione che non conosce barriere geografiche.
Analizzando i due approfondimenti, emergono chiari punti di convergenza. Entrambe le fonti concordano sul fatto che la motivazione principale risieda nella necessità di contrastare cyberbullismo, dipendenza, problemi di salute mentale e l’esposizione a predatori online. C’è inoltre un consenso crescente sul fatto che i metodi di verifica dell’età debbano essere più rigorosi, superando la semplice autodichiarazione dell’utente.
Le divergenze, invece, si concentrano sulle modalità di attuazione e sull’efficacia delle misure. Mentre l’articolo di TechCrunch mette in luce le critiche di organizzazioni come Amnesty Tech, che definiscono i divieti inefficaci e invasivi per la privacy, il resoconto di Internazionale riporta la posizione dei colossi del settore. YouTube, ad esempio, sostiene che un divieto totale potrebbe essere controproducente, spingendo i giovani verso angoli meno sicuri e monitorati di Internet, privandoli al contempo di preziose opportunità di apprendimento.
In definitiva, il panorama globale descritto dalle fonti delinea una sfida complessa: da un lato la volontà politica di proteggere la salute delle nuove generazioni, dall’altro la difficoltà tecnica di regolamentare uno spazio digitale intrinsecamente fluido. Il successo di queste leggi dipenderà dalla capacità dei governi di collaborare con le Big Tech per creare sistemi di verifica sicuri che non compromettano il diritto alla privacy dei cittadini.


