Di solito, quando apriamo una bibita gassata o mastichiamo un chewing gum, l’ultima cosa a cui pensiamo è la geopolitica. Eppure, c’è un filo invisibile, e decisamente amaro, che lega gli scaffali dei nostri supermercati a una delle crisi più sanguinose di oggi. Parliamo della gomma arabica, l’additivo E414. È una resina estratta dalle acacie in un’arida fascia dell’Africa ed è letteralmente indispensabile per colossi globali che la usano come stabilizzante e texturizzante. Fino a poco tempo fa il Sudan dominava questo mercato, producendo quasi il 90% della fornitura globale, soprattutto della pregiata variante Hashab.
Poi, nell’aprile del 2023, la guerra civile tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido (RSF) ha fatto saltare tutte le regole del gioco.
Come racconta un’inchiesta di Al Jazeera, le esportazioni ufficiali sudanesi sono praticamente crollate, mentre quelle dei Paesi vicini sono schizzate alle stelle. Il motivo è un contrabbando di massa. Le milizie delle RSF hanno messo le mani sulle principali regioni di raccolta, come il Darfur e il Kordofan, prendendo il controllo assoluto di rotte, magazzini e confini.
Il risultato è un mercato globale fortemente distorto. Un report di Reuters fa capire bene l’assurdità della situazione: si registra un boom di esportazioni da nazioni come Egitto, Kenya o Sud Sudan, che storicamente producevano ben poca gomma arabica. Sul mercato nero i contrabbandieri arrivano a svendere la resina a 3.500 dollari a tonnellata (contro i normali 5.000), ma senza poter fornire alcuna certificazione etica, come la Sedex, che garantisca un’origine “pulita”. Il vero cortocircuito, però, è che questo sistema si regge sui nostri consumi: la continua domanda estera finisce per finanziare, tramite estorsioni e pedaggi, le armi dei paramilitari.
I grandi marchi occidentali si trovano così davanti a un bivio non da poco. Un’analisi di FoodNavigator spiega come fornitori del calibro di Nexira e Alland & Robert stiano cercando di diversificare gli acquisti verso Senegal e Camerun per limitare i rischi. Allo stesso tempo, però, non possono interrompere completamente i rapporti con il Sudan. Andarsene del tutto significherebbe togliere l’unica fonte di sopravvivenza a circa 6 milioni di civili che vivono solo di questo.
Visto che per ora nei laboratori non è stato trovato alcun sostituto sintetico in grado di eguagliare la qualità di questo additivo, il mercato globale continuerà a dipendere da questo contesto instabile. Forse è il caso di iniziare a farci qualche domanda in più: a volte, le crisi umanitarie più grandi si nascondono proprio dentro i prodotti più piccoli.


