giovedì, 21 Maggio 2026
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L’altro lato del fast fashion: l’emergenza di Panipat

La “città del riciclo” svolge un ruolo importante per il consumismo globale, ma l’impatto umano e ambientale è altissimo.

Con il termine fast fashion si fa riferimento a un modello di abbigliamento che passa rapidamente dalle passerelle ai negozi, permettendo alle aziende di sfruttare al meglio le tendenze del momento. I capi vengono prodotti e commercializzati in tempi brevissimi per offrire ai consumatori grandi quantità di abiti alla moda a un prezzo molto basso. Ciò porta a un aumento dei consumi e, inevitabilmente, a una maggiore produzione di rifiuti.

I vestiti dismessi e raccolti tramite gli appositi contenitori in Occidente e in Asia arrivano via nave al porto di Kandla, nel Gujarat, e da lì vengono trasportati nelle fabbriche di Panipat, una città a nord di Nuova Delhi nota come “la capitale mondiale degli scarti”. Qui, riporta il Guardian, vengono riciclate circa 1 milione di tonnellate di vestiti all’anno. All’arrivo viene eseguita una selezione: i capi in buono stato vengono rimessi sul mercato, gli altri vengono tagliati e sfilacciati; le fibre ottenute sono poi sbiancate, tinte e tessute per dare vita a tappeti, coperte o cuscini da rivendere in tutto il mondo.

L’efficienza di questo sistema, spesso sconosciuto ai consumatori, nasconde tuttavia una realtà ben diversa. Nelle fabbriche di Panipat si concentrano circa 300.000 operai, spesso provenienti da altre zone dell’India, costretti a lavorare in condizioni pericolose per la salute in cambio di un salario molto basso. A causa della mancanza di protezioni adeguate, respirano costantemente microfibre che, con il passare del tempo, causano seri danni ai polmoni, fino a provocare patologie croniche come fibrosi polmonare e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Altrettanto pericolosa, riporta la CNN, è la fase di sbiancamento e tintura dei tessuti. Durante questi procedimenti, gli operai sono costretti a maneggiare sostanze chimiche a mani nude, oltre a respirare le esalazioni che ristagnano in ambienti angusti e privi di adeguata ventilazione. Non di rado i dipendenti subiscono infortuni e, in questi casi, la loro tutela da parte dei proprietari delle fabbriche è minima, in quanto spesso non hanno contratti regolari o assicurazioni sanitarie.

Questo sistema di riciclaggio è dannoso anche per l’ambiente, contribuendo a rendere l’India settentrionale una delle zone più inquinate al mondo. La produzione tessile, un settore in continua espansione, è infatti il secondo maggior consumatore di acqua a livello globale: secondo Al Jazeera, per produrre una sola camicia si utilizza l’equivalente del fabbisogno idrico di una persona per 900 giorni. Allo stesso tempo, l’industria della moda è la seconda causa di inquinamento idrico nel mondo, in quanto le acque reflue del processo di tintura vengono scaricate nei fossi, nei torrenti e nei fiumi dai quali dipendono milioni di persone a Panipat e dintorni, arrivando fino alla capitale.

Nonostante gli avvisi emessi dal governo e l’evidente peggioramento delle condizioni di salute degli abitanti della città, poco o nulla è stato fatto finora per tutelare l’ambiente e le persone. Eppure, un cambiamento è possibile: l’utilizzo di tessuti sostenibili come la canapa o il lino e una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori possono fare la differenza per chi, ogni giorno, paga le conseguenze del consumismo.

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