venerdì, 4 Settembre 2026
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Le spie dell’abisso alleate del clima

Un progetto dell'Università del Delaware mappa le temperature marine profonde posizionando sensori sulle pinne dorsali dei predatori per calcolare l'intensità delle tempeste tropicali.

Nell’immaginario collettivo, consolidato da pellicole cinematografiche come Lo squalo o la serie Sharknado, i grandi predatori marini rappresentano una radicata fonte di timore. Tuttavia, una ricerca effettuata dall’Università del Delaware nel maggio 2025 propone un radicale cambiamento di prospettiva, trasformando questi animali in preziosi alleati per lo studio del clima e la previsione di eventi meteorologici estremi.

Il progetto testa la capacità degli squali di operare come osservatori mobili in tempo reale per raccogliere dati oceanografici, atmosferici e climatici direttamente dall’habitat marino. Come documentato dall’agenzia Reuters, gli esemplari vengono equipaggiati con sensori elettronici denominati CTD. Questi piccoli dispositivi misurano la conduttività elettrica dell’acqua, la temperatura e la profondità durante le loro immersioni quotidiane. Quando i pesci risalgono in superficie, le trasmittenti inviano le informazioni a una rete satellitare. I dati raccolti confluiscono così nei modelli meteorologici per stimare con maggior precisione l’intensità delle tempeste tropicali prima del landfall.

La forza distruttiva di un uragano è alimentata dal calore immagazzinato nel cosiddetto mixed layer, lo strato superficiale dell’oceano. Più l’acqua in questa fascia è calda, maggiore sarà la violenza del ciclone. Come spiegato dettagliatamente anche da La Razón, la comprensione di questo accumulo termico profondo è cruciale per la prevenzione dei disastri costieri. Per mappare queste variazioni di temperatura in aree difficili da raggiungere, gli scienziati si affidano a quattro specie di grandi migratori che popolano l’Atlantico settentrionale: lo squalo mako, l’azzurro, il martello liso e gli esemplari giovanili di squalo bianco.

La fase di marcatura comincia all’inizio di maggio, quando questi pesci migratori si spostano verso le coste dai loro habitat invernali nell’Atlantico. I ricercatori si spingono fino a quaranta miglia al largo per agganciare i sensori alla pinna dorsale dei predatori. L’operazione, condotta dal professor Aaron Carlisle e dalla dottoranda Caroline Wiernicki, è gestita con la rapidità e il coordinamento di un cambio gomme nei box automobilistici e dura meno di cinque minuti. La procedura segue rigidi protocolli di tutela animale sotto supervisione istituzionale, per evitare alterazioni nel comportamento dei pesci che potrebbero inficiare le rilevazioni. I dispositivi sono fissati con materiali biodegradabili progettati per corrodersi e staccarsi autonomamente nel tempo.

Mentre in passato sensori analoghi sono stati applicati con successo agli elefanti marini nelle aree polari, l’uso degli squali offre un’opportunità inedita grazie alla loro abbondanza e reperibilità. Se il progetto confermerà la sua efficacia, le nuove misurazioni miglioreranno sensibilmente la resilienza costiera dalla Carolina del Nord al Massachusetts. Dimostrare che gli squali possono proteggere le vite umane rappresenta una svolta fondamentale per la conservazione della biodiversità marina e per la sicurezza globale.

Immacolata Chimenz
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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