mercoledì, 7 Ottobre 2026
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I cieli contesi dagli Accordi di Abramo: il caso Flydubai e il dilemma della sicurezza aerea

Anche in assenza di relazioni diplomatiche ufficiali tra tutti i governi coinvolti, la sicurezza aerea ha imposto un coordinamento diretto tra Emirati Arabi Uniti, Israele e Arabia Saudita attivando canali operativi informali di fronte all’emergenza

Nei cieli sopra il Medio Oriente, la distensione commerciale è tornata a fare i conti con la
vulnerabilità della sicurezza aerea. La grave emergenza a bordo del volo Flydubai FZ1073
in rotta tra Dubai e Tel Aviv – scaturita dall’aggressione del copilota ai danni del comandante e dal repentino calo di quota di circa 5000 metri prima dell’atterraggio forzato
in Arabia Saudita – ha riacceso l’attenzione su uno snodo geopolitico cruciale, come
documentato da RaiNews. Più che un episodio isolato di cronaca aerea, la vicenda
solleva interrogativi sulla sicurezza dei collegamenti aerei sviluppatisi nel quadro della normalizzazione avviata dagli Accordi di Abramo nel 2020.

Il collegamento tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele non costituisce infatti una semplice rotta
commerciale. Promosso dall’amministrazione di Donald Trump come leva per favorire la
normalizzazione economica e turistica, rappresenta una delle manifestazioni più visibili della crescente interconnessione economica e turistica tra i due Paesi. La reazione dei leader all’accaduto ha evidenziato la portata simbolica della crisi: come riportato da The Times of Israel, Benjamin Netanyahu ha commentato la vicenda affermando che la prontezza dell’equipaggio e dei
passeggeri “ha sventato un disastro in stile 11 settembre”, mentre Donald Trump ha
espresso apprezzamento per il comandante e lodato l’Arabia Saudita per la cooperazione
mostrata durante l’emergenza.

Tuttavia, come evidenziato dall’analisi di Lazar Berman ed Emanuel Fabian per The Times
of Israel
, il caso ha messo a nudo il paradosso del cosiddetto insider threat, la minaccia
interna alla cabina di pilotaggio. L’intera architettura di sicurezza civile sviluppata
all’indomani del 2001 è stata concepita per isolare la cabina dall’esterno mediante porte
blindate e barriere fisiche. Quando però il pericolo coincide con un membro
dell’equipaggio ai comandi, le misure di deterrenza passiva e le difese a terra si scoprono
improvvisamente inefficaci.
A questo si aggiunge la differenza tra gli standard di sicurezza adottati dai diversi Stati. Le
compagnie aeree israeliane, come El Al, operano secondo specifici protocolli di sicurezza, che
prevedono agenti armati sotto copertura su ogni volo internazionale e doppie porte di
accesso. Israele, tuttavia, non possiede la giurisdizione per imporre le medesime
prescrizioni alle compagnie estere, nonostante trasportino ogni giorno centinaia di cittadini
israeliani. La sicurezza dei collegamenti internazionali diventa quindi il risultato di un
equilibrio tra legislazioni nazionali differenti, competenze delle compagnie aeree e
capacità degli Stati di condividere informazioni sensibili.

Sul piano diplomatico, la gestione dell’evento ha mostrato una cooperazione rapida e
pragmatica. Secondo quanto riferito ancora da The Times of Israel, Netanyahu e i vertici di sicurezza israeliani hanno avviato colloqui con le controparti emiratine per coordinare le indagini sulla radicalizzazione del copilota, mentre le autorità di Riad hanno consentito l’accoglienza d’emergenza dei passeggeri israeliani sul proprio suolo prima del loro rientro a Tel Aviv.

L’episodio solleva quindi una questione più ampia di sostenibilità delle nuove
interconnessioni regionali. Come sottolineato anche dall’Associated Press, l’incidente
ha riacceso il dibattito sui controlli del personale delle compagnie straniere e sulle minacce
provenienti dall’interno dell’equipaggio. La sicurezza delle nuove rotte diventa così parte
integrante della stabilità degli Accordi di Abramo, evidenziando il fragile compromesso tra
sovranità nazionale e stabilità delle rotte condivise: la loro efficacia non dipenderà soltanto
dagli scambi economici e diplomatici, ma anche dalla capacità dei singoli Stati di affrontare
insieme le vulnerabilità regionali.

Autori

Marta Sileoni e Teresa Centrone
Studentessa del Corso di Laurea in Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale
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