Negli ultimi anni la gestione delle migrazioni ha progressivamente superato la dimensione territoriale delle frontiere nazionali: molti governi hanno cercato di intervenire sulle migrazioni attraverso accordi con Paesi terzi, trasferendo al di fuori del proprio Paese attività di controllo, accoglienza e rimpatrio.
Tale strategia dimostra come la gestione delle migrazioni sia diventata non solo una questione di politica interna, ma anche uno strumento di negoziazione diplomatica.
Gli Stati Uniti rappresentano un caso significativo di questa evoluzione. Durante il secondo mandato di Donald Trump, l’amministrazione ha intensificato il ricorso ad accordi con governi stranieri al fine di trasferire le persone espulse verso Paesi diversi da quelli d’origine, superando gli ostacoli logistici legati all’esecuzione dei rimpatri.
Un’inchiesta del Washington Post ha riferito che alla fine di giugno l’amministrazione statunitense aveva autorizzato o promesso almeno 410 milioni di dollari per promuovere accordi di trasferimento dei migranti con 31 Paesi, sottolineando il coinvolgimento di Stati che non coincidono necessariamente con quelli di cittadinanza delle persone trasferite.
La dimensione geopolitica di questi accordi è rilevante: mentre per gli Stati Uniti la collaborazione internazionale amplia gli strumenti di controllo, per i Paesi terzi può rappresentare un’occasione di cooperazione bilaterale nonostante gli importanti costi economici e le responsabilità nella gestione delle persone trasferite. Le intese migratorie, dunque, diventano parte di relazioni diplomatiche nelle quali gli interessi politici, le risorse finanziarie e le questioni di sicurezza si intersecano.
Una dinamica analoga interessa l’Unione europea. Il Parlamento europeo e il Consiglio, nel febbraio 2026, con l’approvazione di una riforma del concetto di Paese terzo sicuro, hanno ampliato le circostanze in cui gli Stati membri possono dichiarare inammissibili le domande d’asilo. Ciò può avvenire anche in assenza di un legame personale con il Paese di destinazione, qualora il richiedente vi abbia transitato o sussista un accordo tale che permetta di esaminare la domanda di protezione. Lo scopo della riforma è chiaro: rafforzare la cooperazione con Paesi esterni all’Unione europea nella gestione delle procedure d’asilo.
In questo contesto risulta centrale la questione dei diritti fondamentali. Gli accordi devono essere valutati anche alla luce del principio di non-refoulement, che vieta il trasferimento di una persona verso luoghi in cui vi è rischio di persecuzioni, torture o altre gravi violazioni dei diritti umani..
Come riportato dal Guardian, anche esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le possibili violazioni dei diritti umani legate alle espulsioni verso Paesi terzi, richiamando l’attenzione sulle garanzie di protezione previste dal diritto internazionale.
L’esternalizzazione del controllo migratorio ridefinisce gli equilibri tra Stati e le responsabilità nella gestione dei flussi, ma la vera sfida rimane conciliare l’efficacia dei rimpatri con la tutela dei diritti fondamentali dei migranti.


