Presidente, in un’ottica di sicurezza nazionale, qual è la principale azione che Eni sta adottando per mitigare i rischi associati alla sua estesa presenza in aree geopoliticamente instabili?
Su questo versante, Eni ha un approccio avanzato che si basa, sostanzialmente, su due fattori. Il primo è quello della diversificazione delle proprie operatività dal punto di vista geografico. Noi siamo presenti in oltre 60 Paesi, e ogni volta che approcciamo a uno di essi, viene svolta un’analisi di rischio particolarmente approfondita, che si basa sia su fonti esterne, sia sulle capacità di analisi interne. Oltre a ciò, naturalmente, l’analisi si basa sui dati, sulle notizie e sulle informazioni che abbiamo dai nostri stakeholder, sia internazionali che locali. Questo è un primo dato estremamente importante, perché diversificare sul piano geografico consente, ovviamente, di mitigare i rischi nel caso in cui una determinata area territoriale presenti delle criticità.
Poi c’è il secondo aspetto, una caratteristica che Eni ha sin da quando è nata, ossia la creazione di una stretta sinergia con i Paesi che ci ospitano. È quell’approccio che viene chiamato dual flag, nel senso che dove Eni è presente, lo è sia con la bandiera di Eni, e quindi dell’Italia, sia con la bandiera del Paese che ci ospita. Questo significa creare delle partnership particolarmente solide, con riguardo ai paesi che ci ospitano, attraverso la capacità di comprendere e di soddisfare, in parte, quelli che sono i loro bisogni primari. Come lo fa Eni? Nei Paesi ospitanti, l’80% di ciò che noi estraiamo, per esempio in termini di gas, è destinato al mercato locale. Questo consente di valorizzare le risorse energetiche di quei Paesi, favorendoli.
In aggiunta, c’è una serie di iniziative dal punto di vista economico e sociale che Eni porta avanti a favore dei bisogni dei Paesi ospitanti, per esempio nel campo della diversificazione economica, della tutela del territorio e della salute, promuovendo iniziative come la realizzazione di ambulatori medici. Questo, di conseguenza, rinsalda il legame tra la nostra azienda, che lavora in quei Paesi, e i Paesi stessi.
Inoltre, lavoriamo attraverso la promozione, lo sviluppo e l’incentivazione della cooperazione internazionale. In questi giorni abbiamo realizzato una joint venture con Petronas (Malesia) e con l’azienda di Stato indonesiana, volta sostanzialmente allo sfruttamento degli importanti giacimenti di gas che Eni ha trovato in quell’area. Questo significa creare una rete di relazioni geopolitiche, in questo caso nell’Estremo Oriente, che aiuti e consolidi la capacità dell’azienda di lavorare e di approvvigionare il nostro Paese in sicurezza.
Quale ritiene che sia il ruolo delle università nel promuovere l’innovazione tecnologica e la diversificazione delle soluzioni energetiche?
Questo è un altro dei punti chiave su cui lavora la nostra azienda, perché non c’è dubbio alcuno che ricerca e innovazione tecnologica rappresentino un po’ il cuore della questione, soprattutto in un momento come quello della transizione energetica. Diversificare le fonti energetiche richiede un grande sforzo dal punto di vista della ricerca che viene svolta. In questo contesto, la sinergia tra Eni e le Università è molto importante. Le Università hanno il compito di alimentare un po’ il senso del possibile, attraverso la formulazione di teorie, ipotesi, studi e, soprattutto, l’individuazione di modelli e di soluzioni ai problemi. Per fare questo serve un approccio delle Università che non sia astratto o puramente teorico, ma fortemente agganciato alla realtà produttiva. Di conseguenza, è necessario che le soluzioni adottate siano efficaci dal punto di vista dei risultati concreti che producono, efficienti economicamente e mature dal punto di vista tecnologico (nel senso che possano poi essere impiegate sul mercato).
Dall’altro lato, serve la capacità (ed è qui che entra in gioco la sinergia con le aziende, in particolare con Eni) di trasformare un’idea, una teoria, nella pratica. La capacità, quindi, di trasformare un prototipo affinché possa essere prodotto su scala industriale.
Per quanto riguarda il ruolo delle imprese, invece?
Sia le Università sia le aziende, come Eni, svolgono un ruolo fondamentale. Queste ultime, in particolare, devono fornire risorse, capitali e capitale umano, per poter lavorare in sinergia con le Università.
Viviamo in una fase storica in cui la transizione energetica richiede non solo diversificazione, ma anche innovazione tecnologica. Eni sta investendo moltissimo su questo. Lo fa anche in via autonoma, perché abbiamo 7 centri di ricerca e 1000 ricercatori. Alcune delle realizzazioni più importanti che abbiamo attuato sono, per esempio, i biocarburanti. Si tratta di carburanti con le stesse proprietà di quelli fossili, ma derivanti da oli vegetali, residui, scarti industriali o agricoli. Tutto questo viene elaborato dentro Eni.
Naturalmente, come dicevo poc’anzi, c’è anche il lavoro che viene svolto in sinergia con le Università e con le startup. Qui, Eni è impegnata con tante persone: sono circa 1.500 le persone che lavorano tra il mondo universitario ed Eni nella promozione dell’attività di ricerca congiunta.
Stiamo lavorando su circa quattrocento progetti, alcuni dei quali sono importantissimi, addirittura a livello mondiale. Mi piace ricordare, per esempio, il progetto che Eni porta avanti insieme al MIT di Boston sulla fusione nucleare, che rappresenta uno dei grandi traguardi del futuro. Vuol dire avere la capacità di produrre energia pulita, completamente decarbonizzata e, sostanzialmente, inesauribile.
Tutto questo è possibile grazie alla sinergia tra azienda, da un lato, e mondo universitario, dall’altro.


