mercoledì, 21 Ottobre 2026
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Gaza: il paradosso del cessate il fuoco

La crisi alimentare a Gaza non si ferma dopo il cessate il fuoco. Riduzione di aiuti umanitari e restrizioni sulle merci in entrata aggravano il quadro post-guerra e le difficoltà del ritorno all’autosuffienza della popolazione

Il cessate il fuoco ha migliorato l’accesso al cibo nella Striscia di Gaza, ma non ha completamente cancellato la fame. Dopo mesi dalla fine dei combattimenti, la maggior parte della popolazione dipende ancora da aiuti umanitari, così la sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. Il rischio principale è che la riduzione dei finanziamenti internazionali possa trasformare la crisi che era in miglioramento in un’ulteriore emergenza.

Secondo Reuters, il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha annunciato un drastico ridimensionamento dell’assistenza alla popolazione: un taglio di 500.000 persone che non potranno più ricevere il sostegno alimentare mensile. I beneficiari passeranno da 1,6 milioni a 1,1 milioni e le razioni alimentari saranno dimezzate. Anche la distribuzione quotidiana di cibi caldi scenderà da 250.000 a 150.000. Il motivo di questi tagli drastici, come spiegato dal WFP, è la grave carenza di finanziamenti: sono necessari più di 300 milioni di dollari per poter mantenere le attività attive per i prossimi sei mesi.

La situazione è stata analizzata anche da The Guardian, secondo cui circa due terzi della popolazione di Gaza affrontano livelli di insicurezza alimentare di “scala 3” in base a Integrated Food Security Phase Classification, mentre oltre 200.000 palestinesi affrontano la “scala 4”, trovandosi a un passo alla carestia e necessitano di aiuti umanitari immediati per prevenire la morte.

La situazione è aggravata dal collasso dell’economia locale: disoccupazione elevatissima, circa l’80% della popolazione, abitazioni distrutte e una ricostruzione che procede lentamente, rendendo gli aiuti umanitari rimangono l’unica fonte di sostegno per milioni di persone.

Il quadro si complica ulteriormente per la questione degli approvvigionamenti commerciali. Associated Press (AP) ha riferito che Israele ha sospeso l’ingresso di beni commerciali nella Striscia, come vestiti invernali e frutta. Le autorità israeliane hanno attribuito la decisione al dissenso dei mercanti per le tasse imposte da Hamas sui camion, mentre i commercianti palestinesi hanno respinto tale versione, sostenendo che le restrizioni sono state imposte da Israele. In ogni caso, lo stop all’ingresso rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di beni e far aumentare i prezzi di alimenti e prodotti essenziali. 

Anche Al Jazeera ha affrontato tale problema, riportando le preoccupazioni delle famiglie sfollate di fronte a tale coincidenza tra la riduzione degli aiuti internazionali e le restrizioni alle spedizioni commerciali. Per una popolazione che dipende fortemente dall’esterno per il proprio approvvigionamento, anche interruzioni temporanee possono avere conseguenze significative.

Il problema non è solo la quantità di cibo che entra a Gaza, ma la reale possibilità di ricostruire un sistema alimentare ed economico che possa funzionare in modo autonomo. È necessario che agricoltura, commercio, infrastrutture e posti di lavoro tornino di nuovo operativi, altrimenti quasi tutta la popolazione dovrà continuare a dipendere da aiuti esterni.

Per la popolazione palestinese, la fine della guerra non coincide con la fine dell’emergenza perché la vera sfida sarà quella di garantire condizioni di vita dignitose alle persone e permettere alle persone di procurarsi il cibo in maniera stabile. La riduzione sia dei finanziamenti che dell’ingresso di camion con beni commerciali rischia di riaprire una crisi che non è mai stata superata.

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