L’alba del 2026 segna la scomparsa definitiva di Ras Ein al-Auja, un evento che non rappresenta un episodio isolato, ma l’ultimo atto di un processo di erosione durato decenni. Come riferisce Haaretz, l’evacuazione della comunità è la quarantacinquesima dal 2023, culmine di una cronologia di spostamenti forzati iniziata con la Nakba del 1948 e proseguita con l’occupazione del 1967. Le tribù Ka’abneh e Jahalin, stabilitesi vicino a Gerico negli anni ’80 con il permesso dei proprietari terrieri, hanno assistito a una progressiva restrizione dei propri confini a causa della proliferazione di avamposti illegali, come Omer’s Farm, stabilito già nel 2004. La pressione è diventata insostenibile tra il 2024 e il 2025, quando nuovi insediamenti hanno circondato il villaggio da ogni direzione, fino a portare alcuni coloni a stabilirsi direttamente all’interno del perimetro abitativo palestinese.
Questa trasformazione territoriale avviene attraverso meccanismi di pressione quotidiana documentati dal Guardian, che descrive come gruppi di giovani coloni, noti come Hilltop Youth, abbiano trasformato il pascolo delle greggi in uno strumento di conquista territoriale: le fonti riportano incursioni notturne per tagliare cavi elettrici, svuotare serbatoi d’acqua e occupare case. Secondo i dati riportati, oltre mille palestinesi sarebbero stati uccisi in Cisgiordania negli ultimi due anni, mentre numerosi casi non hanno portato a incriminazioni o condanne: questa strategia ha permesso ai coloni di assumere il controllo di oltre 250 km quadrati di terra precedentemente destinata a un futuro Stato palestinese.
Il quadro locale si intreccia con dinamiche geopolitiche di lungo corso, spesso messe in ombra da crisi regionali più vaste. Mentre l’attenzione internazionale era focalizzata sulla crisi umanitaria a Gaza, segnata da eventi critici analizzati da BBC News, in Cisgiordania è avanzato quello che diversi osservatori e analisti definiscono “un processo di annessione de facto“. Il cosiddetto “Piano Allon”, ideato nel 1967 per creare un cuscinetto di sicurezza lungo il fiume Giordano, trova oggi una realizzazione pratica attraverso l’integrazione degli avamposti nelle infrastrutture statali e il finanziamento pubblico di queste colonie.
Israele sostiene che la presenza militare e l’espansione di alcuni insediamenti rispondano a esigenze di sicurezza nella Valle del Giordano, area considerata strategica dal governo israeliano.
La gestione della sicurezza nell’area riflette questa trasformazione: sebbene l’esercito conduca indagini interne su “errori tragici” in contesti di guerra aperta come a Gaza, in Cisgiordania le forze di sicurezza sono state spesso accusate di inerzia o complicità attiva durante gli attacchi dei coloni. Nonostante i ricorsi all’Alta Corte di Giustizia israeliana, che ha ordinato allo Stato di facilitare il ritorno di alcune comunità, le procedure burocratiche e la realtà sul campo rendono tali decisioni difficili da attuare. La scomparsa di Ras Ein al-Auja cristallizza così una nuova realtà territoriale, dove l’erosione graduale dello spazio abitabile si traduce in una progressiva riduzione della presenza palestinese nell’area.
Tra l’inerzia delle corti e la proliferazione degli avamposti, l’evacuazione di Ras Ein al-Auja cristallizza una nuova realtà territoriale, trasformando la presenza palestinese in un’eredità di terre perdute.
Immacolata Chimenz, Lorenza Chimenz.


