lunedì, 5 Dicembre 2022
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Biden-Putin: incontro virtuale dopo escalation militare russa al confine ucraino

Terzo incontro tra il Presidente Biden e il Presidente Putin dopo l'incontro di giugno a Ginevra e la telefonata a luglio: al centro delle trattative vi è l'aumento delle tensioni al confine orientale ucraino.

Il 7 dicembre, il Presidente americano Joseph Biden Jr. e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si sono incontrati virtualmente a seguito dell’aumento delle tensioni militari al confine orientale ucraino: il vertice si è tenuto tramite un collegamento video sicuro, predisposto già sotto precedenti amministrazioni ma mai utilizzato precedentemente.

Il vertice è iniziato alle 10:07, fuso orario della costa atlantica del Nord America (ET), ed è terminato alle 12.08 ET: il Presidente Putin ha parlato dalla sua residenza di Sochi, località nel sud della Russia; mentre la sua controparte americana dalla Casa Bianca, precisamente dalla “Situation Room” in cui erano presenti anche il Segretario di Stato Blinken, il Consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan e il direttore senior per la Russia e l’Asia centrale Green.

Il vertice è stato organizzato a seguito della dichiarazione di Oleksii Yuriyovych Reznikov, Ministro della Difesa ucraino, secondo cui al confine orientale del Paese sono presenti più di 94.000 soldati russi per una possibile “escalation su larga scala” alla fine di gennaio del 2022.

Questa possibilità è diventata più concreta dopo la pubblicazione di un documento non classificato dell’intelligence statunitense, da parte del Washington Post, in cui si prevede un’offensiva multifronte del Cremlino già all’inizio del prossimo anno.

Per questo motivo, durante il verticeIl Presidente Biden ha ribadito il suo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina e ha chiesto una riduzione dell’escalation e un ritorno alla diplomazia” e ha sottolineato che l’amministrazione Biden sta già preparando risposte concrete e specifiche nelle prossime settimane, se necessarie.

Nel ventaglio delle possibili risposte concrete troviamo: l’imposizione -anche congiuntamente agli Alleati- di sanzioni economiche; una potenziale evacuazione dei cittadini americani dal territorio ucraino; nuove azioni contro i membri della cerchia ristretta di Putin e contro i produttori di energia russi; disconnessione della Russia dal sistema di pagamento internazionale SWIFT, utilizzato dalle banche di tutto il mondo; infine, più una speranza che una risposta concreta, la sospensione da parte tedesca del gasdotto Nord Stream 2.

Le trattative con i partner europei, per imporre congiuntamente le sanzioni economiche, sono avvenute sia prima dell’incontro sia dopo il vertice di martedì mattina. Alla fine del vertice, Biden ha aggiornato gli Alleati sui risvolti e, come si legge in una nota della Casa Bianca, i Capi di Stato di Italia, Germania, Francia ed Inghilterra “Hanno concordato che le loro squadre rimarranno in stretto contatto, anche in consultazione con gli alleati della NATO e i partner dell’UE, su un approccio coordinato e globale”.

Nel comunicato stampa del Cremlino, successivo all’incontro, si afferma che “Vladimir Putin ha messo in guardia dal trasferire la responsabilità sulla Russia, dal momento che era la NATO che stava intraprendendo pericolosi tentativi di prendere piede sul territorio ucraino e costruire le sue capacità militari lungo il confine russo” ed è per questo motivo che vuole “ottenere garanzie affidabili e legalmente vincolanti che escludano l’eventualità di un’espansione della NATO verso est e il dispiegamento di sistemi d’arma offensivi nei paesi confinanti con la Russia”.

Per trovare le radici storiche del conflitto bisogna tornare al 2014 quando la decisione del Presidente ucraino Janukovič di non procedere a una maggiore integrazione con le politiche dell’Unione Europea, provocò manifestazioni di massa soprattutto nella capitale, Kiev, e nella parte occidentale del Paese.

Le manifestazioni, conosciute come “EuroMajdan” dal nome della piazza principale della capitale ucraina dove si riunivano i manifestanti, portarono il Presidente Janukovič a lasciare il Paese, facendo cadere di conseguenza l’esecutivo da lui governato: si venne, così, a formare un nuovo governo di stampo filo-occidentale.

Secondo Mosca, però, l’insediamento del nuovo esecutivo è avvenuto tramite un “colpo di stato” e per questo motivo sostenne l’autonomia e la successiva integrazione nella Federazione russa della Crimea, nel marzo 2014.

Questa spinta separatista portò anche l’est del Paese a reagire: nella regione del Donbass, a maggioranza russofona, le due città Donetsk e Lugansk, con il sostegno del Cremlino, si autoproclamarono Repubblica Popolare.

Con l’intento di fare reintegrare le due Repubbliche ribelli nello Stato ucraino promettendo maggiore autonomia, Francia e Germania sponsorizzarono un negoziato, conosciuto come “formato Normandia” che portò ad una serie di accordi firmati a Minsk tra il 2015 e il 2016: nessuna delle due parti, tuttavia, ha finora applicato gli accordi.

Laura Ponte
Studentessa della Facoltà di Investigazione, Criminalità e Sicurezza internazionale
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