venerdì, 4 Aprile 2025
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L’Ungheria tra il ritiro dalla Corte Penale Internazionale e il sostegno a Netanyahu

Il governo ungherese avvia il processo di uscita dalla Corte Penale Internazionale, accusando la Corte di politicizzazione, proprio mentre il premier Netanyahu è in visita a Budapest

Il 3 aprile, il governo ungherese ha ufficialmente annunciato l’inizio del processo di ritiro dalla Corte Penale Internazionale (CPI), proprio mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si trovava in visita ufficiale a Budapest. Questa decisione ha rinnovato il dibattito sulle critiche alla CPI, accusata di politicizzare la giustizia internazionale.

Lo scorso novembre, la CPI aveva emesso un mandato di arresto nei confronti di Netanyahu, accusandolo di crimini di guerra durante l’offensiva israeliana a Gaza. A seguito di ciò, come riportato da The Independent, Orbán ha invitato ufficialmente Netanyahu a Budapest, ribadendo che l’Ungheria non eseguirà mai il mandato di arresto nei confronti del premier israeliano.

Nonostante l’Ungheria fosse membro fondatore della CPI, il governo ha deciso di avviare il processo di uscita, accusando la Corte di essersi trasformata in un organismo politico, invece di essere un’istituzione giuridica imparziale. Sebbene il Paese abbia ratificato lo Statuto di Roma nel 2001, non ha mai integrato il trattato nella sua legislazione nazionale, esonerandosi così dall’obbligo di rispettare le decisioni della Corte, come sottolineato da Al Jazeera.

Questo ritiro fa dell’Ungheria il terzo paese a uscire dalla CPI, dopo Burundi e Filippine. Il processo di uscita durerà circa un anno e rischia di aumentare le tensioni con l’Unione Europea, che sostiene fermamente il lavoro della Corte. The Washington Post evidenzia come, pur non essendo Israele parte dello Statuto di Roma, la CPI eserciti giurisdizione sui crimini commessi nei territori palestinesi a partire dal 2015, inclusa Gaza.

La visita di Netanyahu a Budapest, della durata di quattro giorni, ha consolidato ulteriormente i legami tra Israele e l’Ungheria, entrambi critici nei confronti dell’UE su temi di giustizia internazionale e diritti umani. Secondo The Guardian, per Netanyahu, si tratta di un’opportunità per riaffermare la sua leadership globale, nonostante le crescenti critiche alla gestione del conflitto israelo-palestinese e i suoi scandali interni. Per i critici di Orbán, la visita è un altro atto provocatorio, che rafforza la linea politica sovranista del premier.

Nel frattempo, il governo ungherese prosegue nelle sua linea anche politica interna, con l’approvazione di una legge che vieta eventi come il Pride, limitando i diritti di assembramento e imponendo sanzioni. La legge, che include l’uso del riconoscimento facciale, si inserisce in un contesto di crescente repressione dei diritti LGBT+, consolidando l’immagine di un governo contrario alle normative internazionali sui diritti umani, come scrive Human Rights Watch.

La decisione di ritirarsi dalla CPI e le leggi contro le persone LGBT sembrano essere un ulteriore passo verso una politica estera e interna che sfida apertamente le istituzioni internazionali.

Alessia Gjuzi
Studentessa di Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale all'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT)
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