Il 2026 si configura come un momento decisivo per la geopolitica africana, caratterizzato da un’agenda fitta di incontri di alto livello. Come sottolineato nell’analisi dell’European Council on Foreign Relations, il continente è interessato da una proliferazione di summit “Africa+1” che coinvolge non solo l’Europa con l’Italia e la Francia, ma anche attori come Russia, Turchia e diversi Stati del Golfo. Questa dinamica riflette una crescente capacità negoziale dei Paesi africani, che praticano ormai una diplomazia à la carte, selezionando partner diversi in base a necessità specifiche, che si tratti di infrastrutture, energia o sicurezza. In questo panorama, l’Italia cerca di consolidare il proprio ruolo attraverso il Piano Mattei. Secondo quanto riportato da AP News, il secondo vertice Italia-Africa tenutosi ad Addis Abeba, il primo organizzato su suolo africano, ha ribadito la volontà di costruire partnership a lungo termine, con circa 100 progetti già avviati in 14 nazioni in settori critici come l’energia e l’agricoltura.
Un elemento di forte novità in questa strategia è la gestione della stabilità finanziaria legata alla crisi ambientale. Come riferito da Reuters, il governo italiano ha proposto l’introduzione di clausole di sospensione del debito per i Paesi colpiti da shock climatici estremi, oltre a iniziative di conversione del debito finalizzate a finanziare progetti di sviluppo congiunti. Tuttavia, il passaggio dalla retorica alla pratica presenta ostacoli significativi. Lo studio dell’Istituto Affari Internazionali evidenzia un punto di convergenza cruciale con le altre analisi: la necessità di superare la mera dimensione di performance diplomatica dei summit per approdare alla “permanenza” dei risultati strutturali. Entrambe le prospettive concordano sul fatto che il successo dipenderà dall’allineamento con iniziative europee come il Global Gateway e dalla definizione di una tabella di marcia almeno decennale che protegga i progetti dai cicli elettorali.
Nonostante queste sintonie, emergono contrasti sulle modalità di attuazione. Se l’Italia punta su una regia centralizzata guidata da conglomerati industriali di Stato per mitigare i rischi degli investimenti, l’Istituto Affari Internazionali avverte che questo modello rischia di trascurare le piccole e medie imprese e gli Stati più fragili, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo rimane essenziale. Parallelamente, l’European Council on Foreign Relations mette in guardia contro un approccio puramente reattivo volto a contrastare l’influenza di Cina o Russia, raccomandando invece un ascolto reale delle priorità definite autonomamente dall’Africa. In conclusione, la sfida del 2026 risiederà nella capacità di implementare strumenti trasparenti di monitoraggio e di includere le società civile e diaspore nei processi decisionali. Solo trasformando i vertici in sostanza operativa l’Europa potrà dimostrare di essere il partner affidabile che l’Africa richiede per il proprio sviluppo.
Lorenza Chimenz, Immacolata Chimenz


