Il Sahel è oggi una delle regioni più instabili del pianeta, ma raramente conquista le prime pagine dei giornali occidentali. Eppure, tra colpi di Stato, terrorismo, avanzata jihadista, crisi climatica e nuove alleanze geopolitiche, ciò che accade in questa fascia dell’Africa può influenzare sicurezza, migrazioni e assetti internazionali. Negli ultimi anni Mali, Burkina Faso e Niger hanno vissuto un collasso istituzionale che ha aperto la strada a una trasformazione profonda dell’area.
La svolta più recente è arrivata con la creazione dell’Alliance of Sahel States (AES), un blocco formato da Mali, Burkina Faso e Niger dopo l’uscita dall’ECOWAS. I tre governi militari hanno annunciato la formazione di un battaglione congiunto di 5.000 soldati per contrastare gruppi armati e controllare le frontiere. La decisione arriva dopo anni di tensioni con Francia e Stati Uniti, entrambi allontanati dalla regione, e un crescente avvicinamento alla Russia.
Secondo un’analisi del Centre for Studies di Al Jazeera, il Sahel sta vivendo una ridefinizione delle alleanze internazionali. Le giunte militari, isolate diplomaticamente, hanno stretto legami più forti tra loro e con attori non occidentali. Nel frattempo, la regione del Liptako‑Gourma, ricca di oro, uranio e manganese, è diventata un epicentro di violenze: gruppi affiliati ad al‑Qaeda (JNIM) e allo Stato Islamico (ISGS) sfruttano confini porosi, rivalità etniche e debolezza statale per espandere il proprio controllo, secondo quanto afferma Al jazeera.
La crisi umanitaria è altrettanto drammatica. Secondo l’UNHCR, a marzo 2026 le persone costrette a lasciare le proprie case a causa di conflitti, fame e cambiamento climatico ammontavano a 4.979.626. Le scuole chiuse superano le 14.800, mentre 3 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione. I rifugiati e i richiedenti asilo superano i 2.367.223 e gli sfollati all’interno del Paese sono più di 3.245.039. La desertificazione avanza, i raccolti crollano e le comunità si scontrano per l’acqua e le terre fertili.
Secondo quanto riportato da Africanews, il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha definito il Sahel “l’epicentro globale del terrorismo”, con oltre la metà delle morti mondiali legate al terrorismo registrate nell’area. Ha avvertito che senza cooperazione regionale il rischio è un “effetto domino” capace di destabilizzare l’intera Africa occidentale con ripercussioni su altri continenti limitrofi, quale l’Europa in primis, vista la vicinanza con Spagna, Italia e Grecia. La frammentazione politica, l’uscita dall’ECOWAS e la competizione tra potenze esterne complicano ulteriormente la risposta internazionale.
In un contesto geoeconomico sempre più instabile, in alcune parti del mondo vige il disordine più totale a causa di povertà estrema, terrorismo e di un alto valore del coefficiente di Gini dovuto a una forte presenza di corruzione. Il Sahel è solo un esempio di centinaia di crisi umanitarie finite nel dimenticatoio, perché in questi silenzi da sempre si inseriscono le solite grandi potenze che muovono i fili attraverso ingenti investimenti eco-finanziari, per il controllo di giacimenti, terre rare e risorse preziose.


