Il Venezuela è stato colpito mercoledì 24 giugno da un violento evento sismico. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, due potenti terremoti si sono succeduti a brevissima distanza l’uno dall’altro, intorno alle 18:00, ora locale, seminando il panico in diverse città del Nord, inclusa la capitale Caracas. La cronaca dei momenti immediatamente successivi descrive scene di caos totale: i residenti hanno riferito un rumore simile a quello di una “locomotiva” seguito da nubi di polvere soffocante. L’aeroporto internazionale Simón Bolívar è stato immediatamente chiuso a causa dei gravi danni strutturali, isolando di fatto il principale hub di collegamento del Paese proprio nel momento di massima emergenza. Le prime stime parlavano di 188 vittime, ma la testata sottolineava già come il bilancio fosse destinato a un tragico aggiornamento man mano che le squadre di soccorso raggiungevano le aree isolate.
Con il passare dei giorni, la portata della catastrofe è diventata più nitida. AP News ha aggiornato dopo pochi giorni il bilancio ufficiale delle vittime ad oltre 1.700 morti, evidenziando come migliaia di persone risultassero ancora ferite o disperse. Il bilancio a oltre un mese dalla catastrofe si è attestato infatti sulla cifra ben superiore di oltre 5.000 vittime, come riportato da La Repubblica.
Le operazioni di soccorso si sono concentrate a La Guaira, una delle zone più colpite, dove i residenti non hanno atteso l’arrivo dei macchinari pesanti e hanno iniziato a scavare tra i resti degli edifici con i propri mezzi. Le testimonianze raccolte sul campo sono drammatiche: madri alla ricerca dei figli tra le rovine e sopravvissuti, come il pensionato Juan Alberto Mendaño, che descrivono l’impossibilità di aiutare chi è rimasto intrappolato sotto lastre di cemento troppo pesanti per essere rimosse a mano. Parallelamente alla resilienza locale, è iniziata una massiccia operazione internazionale: squadre provenienti da Spagna, Germania, Cile e Svizzera, dotate di cani da ricerca e radar, sono atterrate per supportare i soccorritori venezuelani. Anche gli Stati Uniti hanno mobilitato una risposta rapida, nonostante le sfide logistiche imposte dalla chiusura degli scali aeroportuali.
L’analisi tecnica e il contesto politico aiutano a comprendere la vulnerabilità del Paese. The Guardian sottolinea che la seconda scossa, di magnitudo 7.5, è stata la più potente registrata in Venezuela dal 1900. Gli esperti spiegano che la distruzione è stata amplificata dalla scarsa profondità degli ipocentri e dal meccanismo “uno-due” delle scosse, che ha agito come un riverbero fatale sulle strutture già compromesse dal primo sisma. Questo disastro naturale si innesta in un quadro di estrema fragilità: il Paese, guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez dopo la rimozione di Nicolás Maduro, sta affrontando una crisi economica decennale e pesanti sanzioni internazionali. Come evidenziato dalla testata britannica, l’emergenza ha spinto il governo a sospendere le restrizioni sui social media, come la piattaforma X, per permettere lo scambio di informazioni vitali tra la popolazione e i parenti all’estero.
Emerge un quadro di sostanziale convergenza sulla gravità dell’evento, sebbene i numeri siano variati rapidamente tra le prime stime e gli aggiornamenti successivi. Un punto di contrasto interessante riguarda la percezione della preparazione governativa: mentre le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza e lo stanziamento di fondi per la ricostruzione, le testimonianze dirette raccolte dalle testate suggeriscono un iniziale ritardo nell’arrivo dei soccorsi ufficiali e dei macchinari nelle zone periferiche rispetto alla capitale. In definitiva, il sisma non ha solo scosso la terra, ma ha messo a nudo le criticità di un sistema infrastrutturale e politico già sotto pressione, lasciando il Venezuela a dipendere dalla solidarietà internazionale per una ricostruzione che si preannuncia lunga e complessa.
Lorenza Chimenz, Immacolata Chimenz.


