La Corte penale internazionale sta indagando sui possibili crimini contro l’umanità commessi dai leader dell’organizzazione paramilitare Forze di Supporto Rapido (RSF) nella regione sudanese del Darfur. La guerra civile in corso tra le RSF e le Forze armate sudanesi ha avuto inizio nell’aprile del 2023, dopo una grave crisi economica e due colpi di stato.
I casi esaminati dalla CPI sono gli attacchi alle città di Geneina, nel 2023, e Al-Fashir, nel 2025. In base a quanto riportato da Reuters, gli esperti dell’ONU ritengono che le RSF abbiano compiuto, nei confronti delle tribù non arabe, azioni riconducibili alla definizione di genocidio. Entrambe le città, ora sotto il controllo delle RSF, sono state teatro di operazioni estremamente violente.
Nei processi internazionali per crimini di guerra non è facile risalire a tutti i responsabili, specialmente se di basso livello; per questo motivo i procedimenti coinvolgono solo i leader dei gruppi armati. Per poterli accusare di tali crimini, sono necessarie testimonianze di persone presenti sul posto o comunque a conoscenza dei fatti. Il vice procuratore Nazhat Shameem Khan ha dichiarato che la CPI è già in possesso di queste prove, garantendo che “farà in modo che queste storie vengano raccontate nel corso del processo”.
Occorre ricordare che il Sudan non aderisce allo Statuto di Roma, perciò non è un membro della CPI; tuttavia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha attribuito alla Corte la giurisdizione sui crimini commessi nel Darfur a partire dal 2005.
Secondo Al-Jazeera, l’indagine si concentra su un rapporto dell’OHCHR relativo all’attacco di Al-Fashir, secondo il quale le RSF avrebbero commesso gravi violazioni dei diritti umani: distruzione di strutture sanitarie, attacchi a luoghi di culto e limitazioni alla libertà di movimento, oltre ad aver provocato una grave carenza di cibo nella regione.
Secondo la BBC, l’assedio e la presa di Al-Fashir rappresentano l’episodio più violento della guerra in Sudan. Nel report della missione di accertamento dei fatti dell’ONU sono riportate anche testimonianze di abusi sessuali da parte delle RSF. L’organizzazione paramilitare, nonostante sostenga che le accuse siano esagerate, ha comunque riconosciuto alcune delle violenze compiute: subito dopo la conquista, il leader delle RSF, il generale Mohamed Hamdan Dagalo (detto “Hemetti”), ha annunciato l’avvio di un’indagine interna, al momento ancora in corso.
La guerra in corso ha causato quasi 60 mila morti e oltre 14 milioni di sfollati. Come riporta UN News, attualmente gli esperti sono preoccupati per la città di Al-Ubayyid (El Obeid), capitale dello Stato del Kordofan del Nord, sotto assedio da 18 mesi. Qui, le RSF starebbero utilizzando metodi simili a quelli di Al-Fashir: accerchiamento della città, attacchi alle infrastrutture essenziali e blocco degli aiuti umanitari. I responsabili della missione hanno esortato il Consiglio di Sicurezza ad agire il prima possibile per sospendere le ostilità e sostenere gli sforzi della giustizia internazionale.
Attualmente, le RSF hanno il controllo quasi totale del Darfur, ad eccezione di alcune aree a nord ancora governate dall’esercito statale. Data l’entità della crisi umanitaria in corso, l’OHCHR ha esortato la comunità internazionale a intervenire per porre fine alle atrocità e impedire che il costo in termini di vite umane continui a crescere.


