Nelle ultime settimane, lo scontro tra l’amministrazione Trump e il Congresso sulla gestione della guerra con l’Iran si è intensificato, riportando al centro del dibattito americano il rapporto tra potere presidenziale e autorità parlamentare.
Il 15 settembre la Camera dei rappresentanti ha approvato per la terza volta una risoluzione basata sulla War Powers Resolution, chiedendo di porre fine all’impiego delle forze militari statunitensi nelle ostilità contro l’Iran in assenza dell’autorizzazione del Congresso. La misura è passata con 220 voti favorevoli e 204 contrari.
Il 24 settembre, il Senato ha respinto la risoluzione con 50 voti contrari e 49 voti favorevoli, impedendo la prosecuzione dell’iter legislativo. Quattro senatori repubblicani hanno votato a favore insieme alla maggior parte dei Democratici, mentre il democratico J. Fetterman si è schierato contro. Il risultato mostra come, nonostante la maggioranza repubblicana continui a sostenere la Casa Bianca, esistano divisioni all’interno del partito sulla gestione del conflitto.
Il confronto riguarda soprattutto l’interpretazione della War Powers Resolution, la normativa approvata nel 1973 con l’obiettivo di rafforzare il ruolo del Congresso nell’impiego delle forze armate all’estero. La legge richiede al presidente di trasmettere al Congresso, entro 48 ore, una relazione quando le forze armate sono introdotte in ostilità o in situazioni nelle quali il loro coinvolgimento imminente sia chiaramente indicato dalle circostanze. Inoltre, stabilisce, in determinate circostanze, la cessazione dell’impiego delle forze armate entro 60 giorni, salvo autorizzazione. Nel caso in cui il Congresso dichiari formalmente guerra o approvi una specifica autorizzazione prevista dalla legge per l’uso della forza, essa prevede un’estensione di ulteriori 30 giorni. I sostenitori della risoluzione ritengono che un conflitto di lunga durata debba avere un’autorizzazione parlamentare, mentre l’amministrazione Trump ha sostenuto, alla scadenza dei 60 giorni, che il termine non fosse applicabile perché era stato dichiarato un cessate il fuoco.
Secondo Reuters, la frattura politica emerge anche tra i Repubblicani che si preparano per le elezioni midterm di novembre. I candidati repubblicani al Senato Mike Rogers, in Michigan, e Ashley Hinson, in Iowa, hanno recentemente chiesto una rapida conclusione della guerra, prendendo le distanze dalla linea di Trump. Le loro posizioni riflettono anche le conseguenze economiche del conflitto, in particolare l’aumento dei prezzi del carburante e del costo della vita.
Il fattore economico assume così un ruolo centrale nella campagna elettorale di metà mandato del 3 novembre. Un sondaggio di Reuters del 21 settembre rileva che il 34% degli americani intervistati approva gli attacchi contro l’Iran, mentre l’indice di approvazione generale nei confronti del presidente Trump è scesa al 32%, il livello più basso mai registrato nella sua carriera politica. Tra gli elettori registrati intervistati, i democratici risultano in vantaggio di otto punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. Come riportato da Al Jazeera, a inizio settembre Trump aveva dichiarato che la guerra sarebbe terminata subito dopo le elezioni, inquadrando il conflitto come un tentativo di Teheran di influenzare il voto.
Lo scontro tra Trump e il Congresso non riguarda solo le operazioni militari nei confronti di Teheran: la guerra è diventata una questione di equilibrio istituzionale e di consenso elettorale, con divisioni interne nel Partito Repubblicano e crescenti preoccupazioni per le conseguenze economiche del conflitto, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato che potrebbero modificare gli equilibri del Congresso.


