28 aprile 2026. La navicella spaziale della missione Artemis II fa ritorno al Kennedy Space Center, in Florida, completando il trasferimento via terra da San Diego. Il rientro della capsula Orion, utilizzata dalla missione Artemis II, segna la conclusione di un viaggio storico iniziato con lo sbarco nell’Oceano Pacifico lo scorso 10 aprile. Come riporta AP News, si è trattato della prima spedizione umana verso l’orbita lunare in oltre cinquant’anni, spingendo gli astronauti più lontano nello spazio di quanto chiunque avesse mai viaggiato in precedenza.
Il fulcro dell’attenzione dei tecnici di Washington si è concentrato sulle prestazioni dello scudo termico, un elemento critico che aveva destato preoccupazioni durante la precedente missione senza equipaggio. Come riferisce la testata Live Science, le analisi preliminari indicano che lo scudo ha superato brillantemente la prova del rientro atmosferico, avvenuto a una velocità di circa 39.000 chilometri orari. A differenza di Artemis I, dove il materiale protettivo aveva mostrato fenomeni di erosione e ablazione inattesi, i dati attuali confermano che le piastrelle in ceramica sono rimaste intatte e la perdita di materiale carbonizzato è stata significativamente ridotta.
Oltre alla tenuta termica, la NASA ha espresso soddisfazione per le prestazioni complessive del sistema di lancio. Il razzo Space Launch System (SLS) ha garantito una traiettoria estremamente precisa. La capsula è infatti ammarata a soli 4,7 chilometri dal punto bersaglio, un risultato che riflette l’accuratezza della navigazione spaziale moderna. Subito dopo il rientro, gli ingegneri hanno iniziato a rimuovere i moduli elettronici e la strumentazione di ricerca della navicella. Questi componenti, secondo i protocolli di efficienza del programma, verranno riciclati e integrati nelle missioni successive, accelerando i tempi di preparazione per i futuri moduli di comando.
Il miglioramento tecnico deriva da una scelta strategica nel profilo di volo. Per Artemis II, la NASA ha optato per un rientro di tipo lofted, simile a quello utilizzato nel programma Apollo, sacrificando parte del comfort degli astronauti e della precisione di atterraggio per garantire una maggiore sicurezza strutturale. Al contrario, Artemis I aveva testato un rientro skip, con traiettoria a rimbalzo negli strati superiori dell’atmosfera, manovra che però aveva causato l’accumulo di gas e fratture nello scudo. Nonostante il successo tecnico, permangono visioni divergenti sulla sicurezza: l’ex astronauta Charles Camarda, citato da Live Science, ha descritto la decisione di volare con lo scudo attuale come un rischio eccessivo, paragonandolo a una “roulette russa” per la vita dell’equipaggio.
Mentre i quattro astronauti si godono un periodo di riposo dopo i test medici, la NASA guarda già al futuro. La prossima tappa, Artemis III, prevede nel corso del 2027 un test di attracco in orbita terrestre con i moduli di allunaggio sviluppati da SpaceX e Blue Origin. L’obiettivo finale resta riportare l’uomo sulla superficie lunare entro il 2028, sebbene persistano dubbi sulla puntualità della consegna delle nuove tute spaziali e dell’hardware critico.


