Il Mali è tornato al centro della crisi di sicurezza nel Sahel dopo una serie di attacchi coordinati rivendicati da gruppi jihadisti e milizie alleate. Tra il 25 e il 27 aprile, diverse città e installazioni militari sono state colpite simultaneamente. Gli assalti, tra i più estesi degli ultimi anni, hanno evidenziato la fragilità del governo militare guidato da Assimi Goïta e la crescente capacità operativa delle organizzazioni jihadiste attive nella regione.
Secondo le autorità maliane e quanto riportato da The Guardian, gli attacchi sono stati condotti principalmente dal gruppo affiliato ad al-Qaeda Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), in coordinamento con la coalizione separatista tuareg Azawad Liberation Front (FLA). Le operazioni hanno incluso l’uso di armi leggere, autobombe e droni suicidi, segnando un’evoluzione nelle capacità dei gruppi armati.
Le autorità hanno dichiarato di aver respinto parte degli attacchi e di aver ucciso “centinaia di assalitori”. Nel corso delle operazioni è stato colpito anche un obiettivo di rilievo: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso durante un attacco contro la sua abitazione, come riportato da BBC.
Gli attacchi rappresentano un’escalation rispetto agli ultimi anni e sono stati descritti dagli analisti come tra i più rilevanti dal 2012, quando il nord del Mali cadde sotto il controllo di gruppi jihadisti prima dell’intervento militare internazionale guidato dalla Francia, come riportato da FDD’s Long War Journal.
La crisi si inserisce in un contesto politico già instabile. Dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021, la giunta militare ha progressivamente ridotto la presenza occidentale nel Paese, affidandosi al supporto di forze russe come l’Africa Corps, erede della Brigata Wagner. Tuttavia, questo cambio di strategia non ha impedito l’espansione jihadista, che secondo diversi analisti si è ulteriormente rafforzata. Secondo alcune fonti video diffuse online, miliziani russi avrebbero abbandonato le loro basi durante gli attacchi.
Nel frattempo, alcune aree risultano contese tra le forze governative e i gruppi armati. Come riportato da Le Monde, i miliziani avrebbero intensificato le operazioni anche nei pressi della capitale Bamako, aumentando la pressione sulla città e sulle principali vie di comunicazione.
L’evoluzione della situazione sta attirando nuova attenzione internazionale. L’Unione europea osserva con preoccupazione l’andamento della crisi, anche per le possibili ripercussioni sulle rotte migratorie verso il Nord Africa e il Mediterraneo centrale. L’instabilità nel Sahel rischia infatti di contribuire a un aumento dei flussi migratori irregolari.
A questo si aggiunge il quadro più ampio della regione, caratterizzato da crisi politiche e conflitti interni in diversi Paesi. La combinazione di insicurezza e instabilità ha già provocato un numero crescente di sfollati, molti dei quali cercano di lasciare l’area in cerca di condizioni di vita più sicure.


