In occasione dell’81° Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, la coalizione denominata «Scudo delle Americhe», promossa dagli Stati Uniti e guidata da Donald Trump, ha formalizzato una dichiarazione congiunta per imporre misure restrittive contro le reti criminali dell’emisfero occidentale. Come riportato da Swissinfo, l’intesa siglata dai Paesi membri introduce una serie di misure collettive volte a colpire beni patrimoniali, revocare visti, limitare gli spostamenti e perseguire penalmente chiunque fornisca supporto materiale o logistico a 24 organizzazioni operanti nella regione. L’applicazione delle misure resta subordinata alle legislazioni nazionali dei singoli firmatari.
Secondo quanto ricostruito dal settimanale Veja, l’alleanza riunisce 15 governi latinoamericani e caraibici — tra cui Argentina, Ecuador, El Salvador, Paraguay e Perù — e annovera tra i propri bersagli cartelli storici come Sinaloa, Jalisco Nueva Generación, il Tren de Aragua e le bande giovanili centroamericane. Accanto a queste sigle, la lista include per la prima volta le due principali fazioni del crimine organizzato brasiliano: il Primeiro Comando da Capital (PCC) e il Comando Vermelho (CV). L’accordo qualifica tali entità come formazioni narcoterroriste e prevede di sollecitare l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) affinché attivi le consultazioni legate al Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR), lo strumento di difesa collettiva istituito durante la Guerra Fredda.
Il governo brasiliano guidato da Luiz Inácio Lula da Silva non ha aderito alla coalizione e non ha partecipato alla riunione, confermando una netta distanza strategica. Un approfondimento di Nexo Jornal analizza le motivazioni alla base della prudenza di Brasilia, evidenziando innanzitutto gli ostacoli normativi: l’ordinamento giuridico brasiliano circoscrive in modo rigoroso la fattispecie di terrorismo ad atti motivati da ragioni politiche, ideologiche, religiose o xenofobe. Organizzazioni come il PCC e il CV, pur caratterizzate da una proiezione transnazionale e da una forte capacità offensiva, agiscono con finalità di profitto economico. Estendere a esse la categoria giuridica di terrorismo comporterebbe implicazioni costituzionali complesse e alimenterebbe, secondo i critici, il timore di una maggiore militarizzazione della cooperazione regionale e di pressioni per interventi esterni. Per le autorità brasiliane, il contrasto al narcotraffico deve quindi continuare ad affidarsi a canali operativi di polizia già attivi, quali Ameripol, Interpol e la cooperazione bilaterale di intelligence.
Oltre al piano giuridico, a pesare sulla scelta del Brasile è soprattutto la dimensione strategica. Come documentato dal quotidiano O Globo, la diplomazia brasiliana interpreta la spinta di Washington non solo come un piano di sicurezza, ma come una manovra mirata a ridefinire i rapporti di forza nell’emisfero e a vincolare i governi dell’area a un rigido allineamento geopolitico. Nello specifico, i vertici di politica estera brasiliani vedono lo «Scudo delle Americhe» come parte di una strategia più ampia con cui, secondo questa interpretazione, Washington punterebbe a rafforzare la propria influenza, facendo pressione sui Paesi della regione per limitare la presenza infrastrutturale e commerciale della Cina. Il timore di Brasilia è che l’adesione al blocco securitario comporti vincoli incompatibili con i propri interessi nazionali: Pechino rappresenta, infatti, il principale mercato di destinazione delle esportazioni brasiliane e un investitore chiave in settori strategici. Per il governo federale, aderire apertamente all’iniziativa statunitense significherebbe sacrificare la centralità nei BRICS e rinunciare al tradizionale approccio multipolare che ha sempre guidato i rapporti esteri del Paese.


