Nel corso degli ultimi anni, gli investimenti nei data centre del Kenya sono aumentati notevolmente, così come il consumo delle risorse idriche. L’americana Microsoft e l’emiratina G42 hanno annunciato nel 2024 un pacchetto di investimenti pari a 1 miliardo di dollari per il Kenya, che comprendeva la costruzione di data centre a Olkaria, vicino al lago Naivasha, riporta Al Jazeera.
Nonostante la promessa che il campus dove sorgeranno i centri di elaborazione dei dati utilizzerà esclusivamente energia geotermica rinnovabile e incorporerà tecnologie di conservazione dell’acqua, di fatto le due aziende non hanno mai divulgato numeri sul consumo specifico di acqua che sarà richiesto dal progetto.
Si teme una carenza idrica, che per la popolazione locale è già una preoccupazione giornaliera. Il bacino di Naivasha si trova già sotto pressione per la crescita demografica, l’inquinamento, i cambiamenti climatici e le crescenti richieste degli agricoltori. Ora la zona deve fare i conti con il calo dei rifornimenti tramite tubature proprio a causa dell’avvio dei lavori del campus.
Esperti come Absolom Mukhuusi della Naivasha Professional Association e il geologo Kanyatta Otieno, interpellati da Al Jazeera, vedono dei potenziali benefici. Innanzitutto la crescita del settore economico potrebbe aumentare le offerte di lavoro. Inoltre, il centro contribuirebbe al monitoraggio delle risorse idriche, incentivando un corretto uso del bacino anche in ambiti quali l’agricoltura.
Altri, come la ricercatrice Sanusha Naidu, affermano, secondo quanto riportato da Al Jazeera, che sotto l’entusiasmo degli investimenti si cela una questione fondamentale; quante di queste infrastrutture saranno sotto il controllo effettivo dei Paesi africani che le ospitano? Una domanda che richiede trasparenza da parte delle grandi aziende tecnologiche.
L’insufficienza dei dati e la mancanza di trasparenza sembrano essere il filo conduttore dell’espansione dell’IA, dall’Africa all’Europa.
Se è vero infatti che la Commissione europea ha mostrato preoccupazione e interesse per lo sviluppo sostenibile dell’IA, è anche vero che la mancanza di trasparenza sui data centre già esistenti non rassicura.
Come riporta ESG Today, il 22 settembre la Commissione ha proposto l’elaborazione di un sistema comune di classificazione per i data centre che operano nel vecchio continente. Il sistema comune favorirebbe una maggiore trasparenza sul fabbisogno energetico dei centri, monitorando i consumi e incentivando la sostenibilità.
Tuttavia, secondo l’inchiesta pubblicata da Lighthouse Reports, l’Esecutivo dell’Unione ha nascosto dati sul vero impatto ambientale dei data centre costruiti in tutta Europa. La Commissione avrebbe permesso alle Big Tech di tenere segreti i dettagli dei loro consumi ed evitare controlli. Accuse sostenute da un’incongruenza nei dati, come riporta Politico. Secondo le stime della Commissione, infatti, i centri per l’elaborazione dati europei avevano consumato 20,7 terawattora di elettricità e 8 milioni di metri cubi di acqua nel 2025. Corrispondono, rispettivamente, a un incremento del 26% e del 52% rispetto ai consumi del 2024. Ma i dati sono incompleti. A seguito del regolamento 1364 approvato nel 2024, sotto pressioni commerciali delle società Big Tech, a Bruxelles è stato vietato di rendere pubbliche tutte le informazioni chiave sulle prestazioni per i singoli data centre. Di conseguenza, i numeri sono stati pubblicati in aggregato e senza sufficienti controlli.
La nuova proposta di regolamento richiederà alle aziende di classificare la propria efficienza energetica e il consumo di acqua secondo una scala. Ma il reportage di Lighthouse sostiene che la norma permetterebbe ancora di nascondere parametri chiave che consentano di valutare adeguatamente l’impronta ecologica dei data centre. Ancora una volta, agli elettori europei viene nascosta la verità a favore degli interessi economici e industriali.


