mercoledì, 14 Ottobre 2026
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Dalla dipendenza alla sovranità: la svolta energetica che ridisegna l’Asia

Per i principali Paesi importatori di energia dell'Asia, la transizione verso le energie pulite non è più soltanto un obiettivo ambientale, ma anche una scelta strategica di sicurezza nazionale per ridurre la dipendenza dal petrolio estero

Nei mercati energetici globali è in corso un cambio di paradigma silenzioso ma profondo: la spinta verso le fonti pulite non è più guidata soltanto da impegni climatici o da normative ambientali, ma da un preciso calcolo di sicurezza nazionale. Alcuni dei principali Paesi importatori netti di energia in Asia stanno accelerando la transizione verso le fonti a basse emissioni per liberarsi dalla vulnerabilità del greggio estero, trasformando la transizione green in una vera e propria leva di sovranità economica.

Il fenomeno trova riscontro nelle analisi del South China Morning Post, che evidenziano come siano proprio le grandi economie acquirenti a guidare lo spostamento strutturale dal petrolio verso le tecnologie rinnovabili. In questa partita, la Cina gioca un ruolo centrale: oltre a essere il maggiore importatore di greggio al mondo, Pechino sta impostando le linee guida del suo 15° Piano quinquennale ponendo la transizione energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti al centro dello sviluppo industriale, come ricostruito da China Briefing. L’elettrificazione dei trasporti e il controllo delle filiere tecnologiche permettono così al gigante asiatico di ridurre gradualmente l’esposizione alle oscillazioni dei prezzi e alle tensioni geopolitiche sulle rotte marittime.

Tuttavia, la tendenza non riguarda solo Pechino, ma coinvolge le principali economie industriali asiatiche. L’esempio più evidente arriva dalla Corea del Sud, storicamente tra i maggiori importatori al mondo di combustibili fossili. Come riportato dall’Yonhap News Agency e da Reuters, il governo di Seul ha lanciato l’iniziativa Korea-Green Transformation (K-GX), un piano da 1.000 miliardi di won (circa 745 miliardi di dollari) entro il 2035. La strategia punta ad accelerare la decarbonizzazione dei settori a forte consumo energetico, come acciaio, chimica e semiconduttori. Al tempo stesso, Seul punta a raggiungere i 100 gigawatt di capacità rinnovabile entro il 2030 e a convertire all’elettrico o all’idrogeno oltre il 70% dei nuovi veicoli entro il 2035.

A questo quadro si affianca una politica industriale mirata ai distretti produttivi del Paese. Come riportato ancora dall’Yonhap News Agency, il Ministero dell’Industria sudcoreano sta finanziando la svolta ecologica e digitale dei poli manifatturieri di Changwon, Yeosu e Ulsan, integrando intelligenza artificiale ed efficienza energetica. La strategia si estende poi al settore marittimo: il piano decennale per la cantieristica prevede la conversione di 889 imbarcazioni entro il 2035, con l’ambizione di conquistare il 50% del mercato globale delle navi a zero emissioni.

Per i giganti del petrolio — tra cui i Paesi del Golfo e i membri dell’OPEC — la transizione energetica asiatica rappresenta un campanello d’allarme. Con la riduzione della domanda nei loro sbocchi commerciali più importanti, i produttori potrebbero essere spinti ad accelerare la diversificazione delle proprie economie.

La mappa della geopolitica globale si sta dunque ridisegnando: nel XXI secolo la sovranità energetica non si misura più soltanto nei barili di riserva o nel controllo dei giacimenti, ma nell’autonomia tecnologica e nella capacità dei singoli Stati di proteggere le proprie economie dalle scosse esterne.

Autore

  • Marta Sileoni

    Studentessa del Corso di Laurea in Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale

Marta Sileoni
Studentessa del Corso di Laurea in Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale
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