sabato, 9 Dicembre 2023
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Cina: le proteste contro le restrizioni della politica “zero-Covid” avranno successo?

A partire da sabato 26 novembre, in Cina si sono verificate diverse proteste contro la politica “zero-Covid” voluta dal governo

Decine di migliaia di persone stanno manifestando assieme in tutto il paese da diversi giorni contro le misure restrittive per la pandemia volute dal governo cinese.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, in Cina le proteste sono abbastanza frequenti: negli ultimi tre decenni il Paese ha vissuto diverse contestazioni, ma mai di questa portata.

Ciò che rende significative le manifestazioni degli ultimi giorni, infatti, è il loro carattere generale: finora, le proteste si sono svolte in 15 città diverse, alcune lontane anche migliaia di chilometri, mentre solitamente le manifestazioni che avvengono nel paese sono eventi isolati. Inoltre, le proteste, pur avendo l’obiettivo specifico di allentamento delle restrizioni “zero-Covid”, rappresentano anche la manifestazione di un malcontento più ampio nei confronti del governo.

Il motivo che ha innescato le proteste coincide con lo scoppio di un incendio avvenuto giovedì 24 novembre a Urumqi, la capitale della regione dell’estremo ovest dello Xinjiang.

L’incendio ha provocato la morte di dieci persone che si trovavano nello stesso condominio e che non sarebbero riuscite a scappare a causa delle misure restrittive che isolano la città da più di cento giorni, le stesse che avrebbero inoltre impedito ai soccorsi di arrivare in tempo.

In seguito all’accaduto, le proteste sono scoppiate in tutta la Cina, diffondendosi a Pechino, Chengdu, Guangzhou e Wuhan e svolgendosi non solo per le strade delle città ma anche nei campus di università prestigiose come quelle di Pechino e Nanjing.

Per di più, i manifestanti hanno cantato slogan contro il regime, come: «Xi Jinping dimettiti», oppure direttamente contro il Partito comunista, urlando: «servono diritti umani, abbiamo bisogno di libertà». 

Secondo quanto riportato dalla CNN, alcuni hanno manifestato con dei fogli bianchi in mano per simboleggiare la censura a cui sono sottoposti.

Niente di simile era mai accaduto nel paese dopo la primavera del 1989, quando le rivolte di piazza Tienanmen contro il Partito comunista cinese vennero represse nel sangue.

Tuttavia, benché le attuali proteste siano l’espressione di un diffuso malcontento nei confronti del Partito comunista e costituiscano dunque un problema per Xi Jinping, non possono essere definite come proteste antiregime.

Attualmente, l’obiettivo principale dei cittadini è quello di allentare i rigidi controlli sanitari e le misure restrittive della strategia “zero-Covid”, che da oltre due anni e mezzo hanno trasformato la Cina in un mondo completamente isolato.

Xi Jinping, appena due mesi dopo la trionfale conclusione del ventesimo congresso del Partito comunista, si trova a dover affrontare una crisi completamente imprevista.

Il governo cinese è alle prese con un grande dilemma: non vuole eliminare la politica “zero-Covid”, in quanto uscirne all’improvviso potrebbe creare instabilità e serie conseguenze. Al contempo, non può ignorare la pressione imposta dalla popolazione nelle ultime proteste.

Pechino, dunque, riuscirà ad evitare una nuova Tienanmen? O non esiterà a reagire se dovesse ritenere minacciato il suo potere?

È piuttosto difficile inquadrare le prossime mosse del governo, sia per la censura imposta dal regime sia per la complessità della crisi. Quello che è certo è che il modo in cui la Cina uscirà da questa situazione complicata condizionerà il futuro politico e sociale del paese.

 

Sara Grilli
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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