La crisi sanitaria di Cuba continua ad aggravarsi. Il Paese caraibico è profondamente colpito da un esodo di massa di medici, specialmente neolaureati, che una volta conseguita la laurea, lasciano il Paese alla ricerca di migliori opportunità professionali. Secondo Cuballama, infatti, un medico cubano guadagna in media meno di 100 dollari al mese (circa 86 euro, da considerarsi in proporzione al costo della vita di Cuba) una cifra che risulta insufficiente se si tiene conto della forte inflazione e delle carenze strutturali. Non solo manca il personale sanitario, costretto ad abbandonare il Paese, ma sono insufficienti anche le medicine e le attrezzature mediche, in un contesto in cui la diffusione delle malattie è aggravata dalla scarsità di cure e dalle precarie condizioni igienico-sanitarie.
Come ricorda il New York Times, infatti, a Cuba si accumula l’immondizia per le strade, come conseguenza estrema del blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti di Donald Trump. In assenza di combustibile a sufficienza, i camion della spazzatura non possono lavorare, con conseguenze evidenti sul decoro urbano e sulle condizioni igieniche.
L’esodo dei medici ha conseguenze anche a livello internazionale: a Caracas, in Venezuela, il modello di sanità gratuita per i più poveri, lanciato dall’ex Presidente Chávez, sta incontrando crescenti difficoltà anche a causa della riduzione del personale medico cubano disponibile. Il patto tra i due Paesi latinoamericani era infatti uno scambio: medici cubani in Venezuela in cambio di petrolio per Cuba. Tuttavia, come afferma Bloomberg, con l’aumento della pressione statunitense affinché cessino le missioni mediche dell’Avana all’estero, molti camici bianchi cubani stanno lasciando il Paese.
Si indebolisce così l’immagine del sistema sanitario gratuito e universale che per decenni ha rappresentato uno dei principali elementi identitari della rivoluzione cubana, perché oggi i medici emigrano, portando le loro competenze altrove.
Nel frattempo, il sistema sanitario nazionale versa in una situazione di grave difficoltà e gli ospedali faticano a mantenere i servizi di base. Secondo UN News, le strutture sanitarie hanno sospeso le operazioni meno urgenti e, a causa della mancanza di carburante, non è possibile garantire il servizio delle ambulanze. Tra chi rischia di non ricevere i trattamenti adeguati ci sono soprattutto le donne in gravidanza e le persone che necessitano di trattamenti salvavita, come la chemioterapia.
Le conseguenze del blocco petrolifero si ripercuotono anche sulla salute mentale della popolazione. Come si legge sul Guardian, le persone vivono in uno stato di costante incertezza, senza sapere se avranno accesso all’elettricità, come riusciranno a raggiungere il posto di lavoro o quanto a lungo durerà la crisi. Questa precarietà provoca stress, ansia e depressione, portando molti a rivolgersi al mercato nero per acquistare antidepressivi, stabilizzatori dell’umore e stimolanti. Ciò avviene principalmente nelle città, dove è aumentato anche il consumo di droghe.
Come riporta Le Monde, il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso profonda preoccupazione per la situazione a Cuba, sottolineando che «la salute deve essere tutelata ad ogni costo e non deve essere in balìa della geopolitica».
Nonostante gli elogi alla tenacia del personale medico e dei volontari, è necessario attivare una rete di collaborazione globale per impedire che la situazione peggiori, prima che il sistema arrivi definitivamente al collasso.
Laura Vargiu, Brian Jack Paciotti


