Il 2026 segna un momento storico cruciale per l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente: le delegazioni di Stati Uniti e Iran si riuniscono a Ginevra per riprendere i negoziati sul programma nucleare, in un clima di estrema tensione ma con spiragli di diplomazia. Come riporta The Guardian, il governo di Teheran sostiene che un accordo sia “a portata di mano”, a condizione che Washington rispetti le intese preliminari raggiunte nei precedenti incontri mediati dall’Oman.
Il cuore della proposta iraniana risiede nella disponibilità a limitare l’arricchimento dell’uranio a una purezza inferiore al 5%, una soglia compatibile con l’uso civile e lontana dai livelli necessari per scopi bellici. Come riferisce BusinessWorld, il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi ha confermato che l’Iran è pronto a compromessi sul piano tecnico, come la diluizione delle scorte di uranio altamente arricchito, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Tuttavia, Teheran resta ferma sulla difesa del proprio diritto simbolico all’arricchimento, rifiutando l’ipotesi di una totale rinuncia alla tecnologia nucleare.
Nonostante i punti di convergenza tecnica, restano profonde divergenze politiche. Il nodo principale è rappresentato dai missili balistici: mentre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero inizialmente accettato di escludere questo tema dai primi round di discussione, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito “un grosso problema” l’eventuale esclusione degli armamenti missilistici dal tavolo negoziale. Questa frattura interna all’amministrazione statunitense è emersa chiaramente durante il discorso sullo Stato dell’Unione, in cui il presidente Donald Trump ha adottato toni duri, accusando l’Iran di essere uno sponsor del terrorismo e di perseguire “ambizioni sinistre”.
Sotto la superficie delle tensioni pubbliche, la macchina diplomatica continua a lavorare a pieno ritmo, sfruttando la mediazione regionale per mantenere aperto il dialogo tra Washington e Teheran, facilitato dall’Oman e dalla presenza di Raphael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), il cui ruolo è fondamentale per verificare il rispetto degli impegni tecnici. Tuttavia, emerge un contrasto netto sulla strategia comunicativa: se i diplomatici iraniani puntano sulla flessibilità per ottenere lo sblocco dei beni congelati all’estero, la Casa Bianca oscilla tra la ricerca di un accordo che superi quello firmato nel 2015 da Barack Obama e la minaccia di un intervento militare, alimentata da un imponente dispiegamento di forze nella regione.
Sullo sfondo delle trattative di Ginevra pesano anche le questioni interne. L’Iran sta affrontando un’ondata di proteste universitarie e instabilità sociale, oltre ad una crisi economica. Per la popolazione iraniana il costo della vita e l’inflazione continuano ad aumentare, mentre la violenza subita dai dimostranti non diminuisce. Secondo quanto riportato da Iran International, da gennaio la popolazione che vive in povertà assoluta è raddoppiata rispetto ai dati precedenti del 2018, arrivando a toccare il 44%. I sostenitori del governo diminuiscono, mentre figure più conservatrici affermano che “la fase economica della guerra è parte essenziale della guerra stessa” e che il Paese sta entrando in una “guerra di resilienza”.
D’altro canto, gli Stati Uniti subiscono pressioni dagli alleati regionali, ma anche dalle divisioni interne. Le elezioni di metà mandato sono infatti alle porte, eppure il tasso di approvazione del presidente Trump, secondo il sondaggio pubblicato dall’Emerson College, è sceso del 39%.
In questo scenario, caratterizzato da rispettive instabilità interne e pressioni economiche causate dalla guerra, la riuscita dei colloqui dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare i segnali di apertura tecnica in un impegno politico duraturo, evitando che le divergenze sulla sicurezza regionale facciano naufragare la possibilità di un compromesso storico.
Immacolata Chimenz, Lisia Petrini


