Torna al centro dell’attenzione internazionale il caso di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’esercito statunitense condannato a morte per la strage di Fort Hood, in Texas, avvenuta nel novembre 2009. Secondo quanto annunciato dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, l’esecuzione sarebbe prevista per il 3 dicembre e avverrebbe tramite fucilazione, proprio nella base militare in cui si consumò l’attacco.
Come riportato dalla BBC, Hasan, psichiatra di formazione e ufficiale del Corpo medico dell’esercito americano, aprì il fuoco all’interno della struttura militare, uccidendo 13 persone e ferendone altre 32. Durante l’attacco avrebbe gridato «Allahu Akbar». Nel processo del 2013 si assunse la responsabilità della strage, dichiarando di aver agito in opposizione alla guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Islam, come riferisce Le Monde. La giuria militare lo condannò alla pena capitale.
A suscitare critiche è soprattutto l’intenzione di trasmettere l’esecuzione pubblicamente in diretta streaming. Come riportato dalla BBC, Hegseth ha sostenuto la necessità di rendere visibile la punizione, affinché la popolazione possa comprendere le conseguenze di simili atti. Una posizione che ha provocato reazioni anche da parte delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite hanno infatti condannato duramente l’iniziativa, definendola potenzialmente incompatibile con il divieto assoluto di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Come riportato da Reuters, il portavoce Stéphane Dujarric ha definito «abominevole» la possibilità che un governo mostri pubblicamente l’esecuzione di un condannato attraverso le telecamere. L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha inoltre affermato che la trasmissione in diretta equivarrebbe a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura, come riporta UN News.
Come ricorda la BBC, l’esercito statunitense non esegue una condanna a morte dal 1961 e non ricorre alla fucilazione di un militare dal 1945, durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, l’effettiva esecuzione resta subordinata agli eventuali sviluppi giudiziari. Hasan potrebbe infatti chiedere a un tribunale federale una revisione della condanna e della pena, con la possibile sospensione dell’esecuzione.
Il caso si inserisce in un quadro internazionale segnato dall’aumento delle esecuzioni. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite che cita dati di Amnesty International, nel 2024 sono state registrate almeno 1.518 esecuzioni in 15 Paesi, con un aumento del 32% rispetto al 2023.
La vicenda Hasan riporta così al centro una questione controversa: fino a che punto uno Stato può spingersi nell’applicazione della pena capitale senza oltrepassare i limiti imposti dalla dignità umana e dai diritti fondamentali?


