sabato, 13 Agosto 2022
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I siti archeologici africani che rischiano di essere distrutti ma che potrebbero essere salvati

Le coste dell’Africa sono ricche di siti archeologici che appartengono a millenni di storia antica, ma rischiano di scomparire a causa degli eventi metereologici estremi degli ultimi anni

In Africa esistono dei siti archeologici essenziali per la storia e la cultura dell’umanità, come ad esempio le colonne di Cartagine nell’odierna Tunisia, che sono il lascito di quelli che un tempo erano i porti commerciali dei fenici e dei romani, o come le rovine dell’anfiteatro romano di Sabratha; entrambi sono molto vicini al mare, e questo rischia di essere un pericolo negli anni a venire.

Oltre a questi, sono molti altri i siti a rischio a causa dell’innalzamento dei mari e degli eventi metereologici estremi, che potrebbero provocare inondazioni ed erosioni nei prossimi 30 anni, secondo quanto pubblicato sulla rivista scientifica Nature Climate Change. Inoltre, i livelli del mare si sono alzati a ritmi sempre più veloci rispetto al XX secolo e i pericoli collegati al cambiamento climatico come alluvioni, ondate di calore e incendi boschivi potrebbero mettere in serio pericolo il patrimonio archeologico africano.

Lo studio di Nature Climate Change ha evidenziato come attualmente 56 di questi siti archeologici siano effettivamente in pericolo e che entro il 2050 il numero potrebbe arrivare a 156 se le emissioni di CO2 non dovessero fermarsi.

In un’intervista rilasciata alla CNN, uno degli autori dello studio, Nicholas Simpson, afferma che per anni il collegamento tra i rischi climatici e i siti archeologici africani è stato ignorato e che questo caso nello specifico è quello su cui gli studi si sono concentrati di meno, al contrario di ciò che è stato studiato negli altri continenti, soprattutto nella zona del Mediterraneo, in Europa e in Nord America. È stato dimostrato infatti, che tra il 1990 e il 2019 gli studi sull’impatto del cambiamento climatico in Africa hanno ricevuto un finanziamento del 3,8%.

Secondo le ricerche condotte, il Nordafrica sarebbe il territorio più a rischio, con siti come le rovine antiche del Sinai del nord che si estendono tra il canale di Suez e Gaza, che un tempo erano percorse dai faraoni che viaggiavano verso Canaan, o ancora Tipasa, un antico centro commerciale fenicio nell’attuale Algeria, conquistata dai romani e trasformata in una base strategica dall’imperatore Claudio durante la conquista della Mauritania.

Simpson aggiunge anche che nonostante l’UNESCO e la Convenzione di Ramsar abbiano riconosciuto diversi siti archeologici nel Nordafrica, questo non sia ancora stato fatto per altri luoghi di interesse presenti in molte altre zone del continente. Per questo, spera che il dibattito sulla salvaguardia dei luoghi già protetti possa aiutare a riconoscere patrimonio quelli che ancora non lo sono.

Le azioni volte alla protezione dei siti potrebbero essere certamente di natura ingegneristica; tuttavia, Simpson avverte che nel caso delle inondazioni non sarebbero sempre appropriate. Al contrario, reintrodurre alcune specie di piante e ristabilire un equilibrio nell’ecosistema di questi luoghi potrebbe davvero aiutarci ad evitare il disastro.

Megan Manduca
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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