martedì, 9 Agosto 2022
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Martiri del “paese martire”: i segreti delle donne libanesi durante la guerra civile

La pubblicazione di un report sulle violenze perpetrate in Libano contro le donne negli anni del conflitto civile dimostra come l’impiego sistematico di aggressioni e abusi sia a tutti gli effetti anche strategico

Per la prima volta, a trent’anni dalla firma degli Accordi di Ta’if che hanno formalmente segnato la fine della guerra civile libanese, un’ampia parte della popolazione femminile ha rivelato i macabri dettagli di ciò che ha dovuto sopportare nel corso dei quindici anni di conflitto, protrattosi dal 1975 al 1990. Queste testimonianze sono contenute all’interno del report pubblicato dall’organizzazione internazionale per i diritti umani, Legal Action Worldwide (LAW), che, attraverso una serie di interviste, ha portato alla luce episodi di stupri, torture e omicidi, fino ad allora custoditi come segreti.

Ciò che ha permesso di condurre questi colloqui è stata una legge approvata nel 2018 dal Parlamento libanese, che prevedeva l’istituzione di una commissione nazionale che investigasse sulla scomparsa di numerosi civili durante la guerra. Quanto emerso nel tempo è davvero scioccante. Oltre a stupri di gruppo, le vittime sarebbero state sottoposte a prostituzione forzata, mutilazione genitale, folgorazione, sequestri e abusi di ogni tipo, divenuti ben presto una vera e propria arma impiegata dalle diverse forze in campo per svilire la controparte. Tra i racconti più raccapriccianti, quelli di donne uccise davanti ai propri figli o sventrate se incinte.

Chi ha prestato la propria voce raccontando le violenze subite ha evidenziato, come riportato dal Guardian, quanto sia stato straziante rievocare certi ricordi di cui mai si era fatta parola. Infatti, per la società locale, essere vittime di abusi comporta arrecare disonore alla propria famiglia. Per questo, in molte hanno nascosto, vergognandosene, quanto hanno sopportato pur di proteggere la rispettabilità del proprio nome, a costo di dover rinunciare a chiedere aiuto e ricevere una qualsiasi forma di supporto legale, medico e psicologico.

I crimi commessi rappresentano una violazione del diritto internazionale umanitario; per l’esattezza, dell’art. 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra, che proibisce la violenza contro la vita e le persone, insieme all’oltraggio alla dignità personale, con particolare riferimento ai trattamenti umilianti e degradanti. Nonostante le leggi internazionali criminalizzino e sanzionino i reati di genere, i responsabili in Libano beneficiano di totale impunità, garantita loro da una legge del 1991 che attribuisce ai cittadini libanesi l’amnistia per la maggior parte dei crimini commessi negli anni di guerra intestina, inclusi quelli a danno di civili. Per quanto il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU abbia, nel 1996, presentato un rapporto esprimendo le proprie preoccupazioni per l’inadeguatezza della legge, che ostacola le indagini e impedisce un’appropriata punizione per gli autori delle violazioni, finora nessun progresso si è registrato nel tentativo di individuare e perseguire i colpevoli.

La vita delle donne libanesi di qualsiasi età continua ad essere a rischio e questo specialmente a causa della crisi economica e paralisi politica in cui il paese è ripiombato, confermata dall’esito delle elezioni parlamentari che si sono tenute lo scorso maggio. Il contesto, pertanto, rende ancora attuali le parole del giornalista francese Bernard Henri Levy che, solo due anni fa, ha descritto il Libano come il “paese martire” di cui avrebbe “portato il lutto”.

Elena Consuelo Godi
Studentessa della facoltà di Economia e management internazionale
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