lunedì, 22 Aprile 2024
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Reintrodotta la lapidazione delle donne in Afghanistan

L’annuncio arriva tramite un comunicato della Radio Televisione afgana, direttamente dal leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada. Quest’ultimo avverte: «Flagelleremo le donne, le lapideremo a morte in pubblico», come riporta il Guardian. Le parole del leader arrivano quasi come una punizione destinata non soltanto alle donne, ma all’intero Occidente: «Ci accusate di violare i diritti delle donne quando le lapidiamo o flagelliamo pubblicamente per aver commesso adulterio, perché questo va contro i vostri principi democratici» e prosegue, rivolto ai paesi occidentali, «io rappresento Allah, voi rappresentate Satana».

Il suo discorso è mirato a rimarcare la profonda differenza tra culture e a darne una prova ancora più concreta. Tuttavia a pagarne il prezzo sono le donne afgane, come sostiene Sahar Fetrat, ricercatrice di Human Rights Watch, secondo la quale «attraverso i corpi delle donne i talebani esigono e padroneggiano l’ordine morale e sociale». Il leader ha infatti affermato che «il lavoro dei talebani non è finito con la presa di Kabul, ma è appena iniziato».

La situazione delle afgane, dal momento dell’ascesa dei talebani nell’agosto 2021, è di gran lunga peggiorata. Molte istituzioni a sostegno delle donne sono state cancellate, così come è stato proibito alle donne di esercitare la professione di avvocatessa e giudice. Inoltre, i talebani hanno eliminato la costituzione di stampo occidentale e sospeso i codici penali per rimpiazzarli con la loro rigida interpretazione della Sharia.

Il Guardian riporta le parole di un’attivista di Amnesty International, Samira Hamidi, secondo la quale la recente decisione riguardante la pena della lapidazione «è una chiara violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, inclusa la CEDAW (Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne)». ù

Solo nell’ultimo anno sono state uccise 417 persone attraverso flagellazioni ed esecuzioni, 57 delle quali erano donne.

Nonostante tutto, le donne afgane hanno sempre dato prova di una profonda resilienza, messa in atto anche nella giornata internazionale della festa della donna, lo scorso 8 marzo. Molte di loro si sono infatti riunite in diversi punti del paese, come riporta Al Jazeera, reclamando la revoca delle dure restrizioni imposte alla loro libertà. I cartelloni di protesta parlano chiaro: «Diritti, giustizia, libertà».

«Il nostro silenzio e la nostra paura sono l’arma peggiore dei talebani» afferma un manifestante.

Richard Bennett, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, dichiara nella giornata della festa della donna di essere «dalla parte delle afgane», ed esorta allo stesso tempo i talebani a «rispettare i diritti umani di donne e bambine secondo la legge internazionale». Inoltre, Bennett sollecita questi ultimi a «rilasciare immediatamente e incondizionatamente i difensori dei diritti umani delle donne», detenuti arbitrariamente dai talebani per aver difeso i diritti fondamentali di ogni essere umano.

Laura Vargiu
Studentessa della Facoltà di Interpretariato e Traduzione
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