venerdì, 29 Maggio 2026
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Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, il punto sull’epidemia

La difficile gestione dell’epidemia in un Paese già in difficoltà tra fragilità sanitaria, conflitti e tradizioni.

L’OMS ha dichiarato il focolaio di ebola nella Repubblica Democratica del Congo un’emergenza pubblica di rilevanza internazionale, precisando però che il rischio globale rimane basso.

L’ebola è un virus che provoca una febbre emorragica altamente contagiosa e negli ultimi 50 anni ha causato circa 15 mila vittime in Africa (dati BFM). Il periodo di incubazione varia dai 2 ai 21 giorni, il contagio avviene per contatto diretto con i fluidi corporei di una persona infetta, oppure attraverso oggetti o superfici contaminati. Secondo la CNN, l’attuale focolaio conta 148 vittime e almeno 575 casi confermati, cifre destinate a salire.

L’epidemia in corso è causata dal ceppo Bundibugyo, riporta Reuters, una variante già nota, ma per la quale non esistono ancora terapie né vaccini. Identificato nel 2007, questo ceppo si replica più lentamente e disattiva meno rapidamente le cellule immunitarie. Di conseguenza, i focolai risultano meno letali, ma il virus può rimanere nel corpo più a lungo.

I dati raccolti finora permettono di ricostruire, almeno in parte, l’inizio dell’epidemia. L’OMS ha inizialmente ricevuto un’allerta per una malattia sconosciuta ad alta mortalità a Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri. In seguito alla segnalazione sono state immediatamente avviate le indagini sul campo e il prelievo dei campioni per i test di laboratorio.

Il primo caso confermato risale ad aprile, quando un paziente si è recato in ospedale con sintomi generici, riconducibili a diverse malattie. L’assenza di emorragie fino al quinto giorno e l’esito negativo dei test per i ceppi di ebola più comuni nella zona hanno rallentato l’identificazione della malattia. Il paziente è deceduto circa due settimane dopo per “malattia sconosciuta”, perciò alla famiglia è stato permesso di organizzare il funerale. Durante il rito tradizionale i parenti hanno lavato, vestito e avvolto il corpo del defunto in un capo tradizionale, esponendosi al contagio. La diagnosi corretta è arrivata tramite test più specifici quando la diffusione del virus era già in corso.

La situazione è monitorata con attenzione: secondo Le Monde, nel Paese sono già scattati i controlli della temperatura alle frontiere e nelle scuole, alcuni eventi pubblici sono stati annullati e i funerali tradizionali sono stati vietati se non gestiti da team specializzati. Tuttavia, la fragilità del sistema sanitario potrebbe compromettere la gestione del focolaio, i cui numeri reali potrebbero superare quelli ufficiali. Il virus si sta diffondendo velocemente e gli ospedali sono già pieni di “casi sospetti”.

Come riportato dal Guardian, il contesto è ulteriormente aggravato dai conflitti che hanno danneggiato molte strutture sanitarie e dai tagli agli aiuti umanitari dell’amministrazione Trump. Un’altra difficoltà è dovuta alla resistenza culturale legata ai riti funebri locali, che prevedono il contatto con il corpo dei defunti.

Al momento, l’Uganda è l’unico Paese oltre alla Repubblica Democratica del Congo ad aver registrato casi di ebola.

Nonostante le criticità, le modalità di trasmissione del virus escludono, al momento, il rischio di una pandemia. Il focolaio ha comunque attirato l’attenzione della comunità internazionale e diversi Stati hanno già attivato dei controlli per chi proviene dalle aree colpite. In questo scenario, la differenza dipenderà dalla capacità di fare tesoro delle epidemie passate, garantendo cooperazione e coordinamento internazionale.

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