sabato, 26 Settembre 2026
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Afghanistan: il collasso di una generazione tra istruzione negata e apartheid di genere

Dal ritorno dei Talebani al potere nel 2021, le donne afghane subiscono restrizioni che le escludono dall’istruzione e dalla vita pubblica, in un contesto di grave crisi umanitaria ed economica

Dalla ripresa del controllo dell’Afghanistan da parte del regime dei Talebani, una serie di editti ha progressivamente cancellato i diritti delle donne nella vita sociale e lavorativa. Una delle restrizioni che più colpisce le nuove generazioni è quella che può essere definita una “barriera della sesta classe”, ovvero il divieto di accesso per le donne all’istruzione secondaria, costringendole a terminare gli studi a 12 o 13 anni, a svolgere lavori casalinghi e all’isolamento sociale.

Secondo l’UNICEF, sono circa 2,2 milioni le ragazze escluse dall’istruzione secondaria e secondo le stime, se il regime non provvederà alla revoca delle restrizioni, entro il 2030 le ragazze senza istruzione aumenteranno a 4 milioni, con perdite economiche stimate di oltre 9,6 miliardi di dollari entro il 2066.

Le restrizioni, in vigore da quasi cinque anni, hanno spinto alla diffusione della diffusione di forme di istruzione clandestina, con lezioni ed esami segreti organizzati in molte zone del Paese, anche online, permettendo alle giovani afghane di poter proseguire i loro studi, nonostante una connessione internet debole e una sorveglianza rigida del regime. Questa soluzione rappresenta in molti casi l’unico strumento per combattere il collasso di una generazione verso l’ignoranza e l’analfabetismo. Infatti, come riportato dallo stesso articolo dell’UNICEF, attualmente oltre il 90% dei ragazzi di 10 anni, sia maschi che femmine, non sono in grado di leggere un semplice testo, dimostrando come anche l’istruzione di base presenti gravi carenze.

Come riportato in un articolo di Inter Press Service, una strategia disperata adottata da alcune ragazze al sesto anno della scuola primaria consiste nel fallire volontariamente gli esami di fine anno così da essere bocciate e poter restare a scuola per altri 12 mesi. Come ha fatto Sara, nome di fantasia, una tredicenne di Mazar-i-Sharif. Sara ha sbagliato la maggior parte delle risposte al test finale per alla classe successivo, consentita solo ai maschi, pur di rimanere a scuola. Per lei, e tante sue compagne, questo è stato l’unico modo per poter inseguire il proprio sogno: diventare medico, invece di sarta, com’è accaduto alla sorella qualche anno prima. «Ma quando quest’anno finirà, cosa accadrà? Dovrò rimanere anch’io a casa? Quando potrò tornare a studiare?», chiede Sara.

È una domanda che si pone l’intera popolazione femminile afghana. Come sottolinea lo stesso articolo di Inter Press Service, non è solo una questione di istruzione, le restrizioni incidono su molti ambiti della società in generale. Diversi esperti delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali definiscono la situazione afghana come un vero e proprio “apartheid di genere”. Le politiche dei Talebani non solo violano i diritti fondamentali, ma alimentano una situazione che è molto più complessa dal punto di vista socio-economico: la mancanza di infrastrutture, spesso dovute ai disastri ambientali, e di risorse materiali è aggravata dalla drastica carenza di personale qualificato, come insegnanti e professioniste sanitarie, tra cui le ginecologhe, ostetriche e infermiere. Ciò compromette l’accesso delle donne alle cure sanitarie, in un contesto nel quale, in alcune aree e strutture, è loro impedito o fortemente limitato ricevere assistenza da medici uomini o persino mostrarsi loro a volto scoperto.

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