Il 28 febbraio Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco congiunto contro l’Iran, aprendo un nuovo fronte nella guerra in Medio Oriente.
Nelle prime ore dell’operazione militare è stato ucciso l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran e leader del Paese dal 1989, secondo quanto riportato dalla BBC.
La decisione di attaccare l’Iran su larga scala risponde all’obiettivo del presidente americano Donald Trump di impedire a Teheran di ampliare il proprio arsenale nucleare, come riferito da Reuters. Tuttavia, al quinto giorno di conflitto l’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito anche infrastrutture civili, secondo AlJazeera. L’incidente più grave si sarebbe verificato nella città sud-orientale di Minab, dove un missile ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo circa 165 studentesse, riporta il giornale arabo.
L’Iran ha risposto con attacchi contro Israele e contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti, riporta la BBC. Negli Emirati Arabi Uniti sarebbero stati colpiti anche obiettivi non militari, come l’aeroporto di Dubai e il grattacielo più alto del mondo simbolo del Paese, Burj Khalifa.
Tra le principali conseguenze del conflitto emerge la crescente preoccupazione globale per le ripercussioni economiche. Secondo le stime di AlJazeera, l’Iran possiede il 12% delle risorse petrolifere globali, e si colloca al nono posto tra i maggiori produttori di petrolio greggio. Il Paese è inoltre al secondo posto a livello globale per riserve di gas naturale.
Nonostante le sanzioni occidentali, l’Iran continua ad esportare quantità significative di petrolio. Secondo dati di mercato riportati da Reuters, la Cina ha acquistato solamente nel 2025 circa 1,38 milioni di barili di petrolio iraniano al giorno, pari all’80% delle esportazioni di Teheran. Il petrolio iraniano è oggi destinato quasi interamente ai Paesi asiatici, escludendo dal commercio Stati Uniti ed Europa a causa delle sanzioni.
Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Guardian, il conflitto in corso potrebbe continuare ad aggravare la crisi energetica globale. Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più strategici al mondo, assiste ogni giorno al transito di un quinto delle forniture globali di petrolio e di gas naturale liquefatto. Le tensioni militari nella regione hanno già alterato il traffico navale: l’aumento dei costi di trasporto ha ridotto il numero di petroliere che attraversano lo stretto e ha bloccato centinaia di tanker nell’area. La conseguenza è immediata: a livello globale si assiste ad un aumento dei prezzi di petrolio e ad un imprevedibile cambiamento dei prezzi dell’energia.
La guerra in Iran si inserisce inoltre in un sistema energetico già profondamente trasformato dal conflitto tra Russia e Ucraina. Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha ridotto la propria dipendenza dal gas russo, la cui quota è diminuita da circa il 45% prima del 2022 a circa il 12% nel 2025, come confermato da Reuters. Questa transizione ha reso il mercato energetico globale più fragile e più dipendente dal Medio Oriente e dal Nord Africa. In tale contesto, qualsiasi destabilizzazione nel Golfo Persico ha profonde ripercussioni sull’economia mondiale. Emerge, dunque, la necessità di proteggere le principali rotte commerciali marittime.
Per affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia, la Commissione europea ha attivato riunioni di coordinamento tra gli Stati membri al fine di monitorare l’andamento delle forniture di gas e petrolio e gli eventuali rischi per la sicurezza energetica. Sul piano politico, l’Unione Europea ha invitato le parti coinvolte nel conflitto al rispetto del diritto internazionale, sottolineando le gravi conseguenze economiche ed umanitarie di un’escalation militare.
Lisia Petrini, Teresa Centrone.


