giovedì, 13 Agosto 2026
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Il destino della ricerca nell’era dell’intelligenza artificiale

Come orientarsi, e proteggersi, ai tempi del “feudalesimo digitale”

Per “feudalesimo digitale” si intende il controllo che le grandi piattaforme tecnologiche esercitano sulla rete, accentrando le enormi quantità di dati in loro possesso e concentrando il controllo sui servizi online, ormai essenziali per gli utenti. In questa analogia, le società di Big Tech sono come i signori del feudalesimo medievale, in grado di dominare l’informazione, il mercato pubblicitario e l’economia globale.

Nel 2004, ricorda il New York Times, il co-fondatore di Google Larry Page sosteneva che una società funzionante dovesse avere totale accesso a informazioni di qualità, gratuite e imparziali. Oggi, la casa madre del noto motore di ricerca sembra aver cambiato radicalmente mentalità, al punto da rappresentare una minaccia per il web aperto.

Dopo aver introdotto Gemini, la propria intelligenza artificiale, direttamente all’interno del motore di ricerca, Google ha recentemente introdotto una funzione che consente di dialogare direttamente con il chatbot. Gli effetti sono significativi: gli utenti non lasciano più la pagina per consultare i risultati della ricerca, ma si limitano a leggere la risposta generata dall’IA e a interagire con essa, provocando un brusco calo del traffico verso il resto del web.

Ancora una volta, sottolinea il Time, il colosso di Mountain View ha il potere di rimodellare le nostre abitudini online. Lo storico motore di ricerca che ha plasmato il modo in cui utilizziamo la rete per quasi trent’anni si trova a un punto di svolta, offrendo uno scorcio su come potrebbe funzionare la ricerca nel prossimo futuro: sempre meno svolta direttamente dagli utenti e sempre più dall’IA. Già lo scorso anno il traffico verso i siti di notizie è diminuito, in quanto gli assistenti virtuali hanno iniziato a sostituire Google come fonte primaria di informazioni.

Secondo Le Monde, il quadro attuale è abbastanza chiaro: le intelligenze artificiali rischiano di adottare lo stesso modello di business dei social network, che monetizzano l’attenzione e il coinvolgimento degli utenti. In questo scenario, è possibile che l’accesso alle informazioni, la sicurezza e la navigazione senza pubblicità diventino tutti servizi a pagamento. L’IA è ormai parte integrante di molti aspetti della vita quotidiana, con esiti sia positivi che negativi, e definirla “neutrale” sottovaluta il suo peso all’interno dell’economia attuale.

Proprio per questo bisogna allontanarsi dal feudalesimo digitale e orientare la tecnologia verso il bene comune. Un primo passo per regolare il settore riguarda la trasparenza: le aziende dovrebbero smettere di nascondere la provenienza dei dati usati per l’addestramento dei modelli e renderli pubblici, ponendo le basi per un sistema al servizio dell’interesse pubblico.

Accanto ai rischi economici, la BBC evidenzia come l’eccessivo affidamento alle intelligenze artificiali possa causare problemi con la creatività, la soglia dell’attenzione e il pensiero critico. Eppure, anche se non si utilizzano i chatbot, ormai la risposta IA è il primo risultato su Google, e le società sono sempre alla ricerca di nuovi modi per inserirla nei nostri dispositivi: in una situazione come questa, cercare di tutelarsi è fondamentale così come cercare di utilizzare questo strumento come supporto alla nostra capacità cognitiva, non come una sostituzione.

Di per sé, l’IA non è altro che l’ennesima tecnologia con cui gli esseri umani devono rapportarsi: ciò non la rende intrinsecamente dannosa, il pericolo è nel modo in cui la si usa. Tuttavia, vale la pena considerare le preoccupazioni crescenti degli esperti e riflettere sul suo utilizzo prima che le conseguenze siano irreversibili, ad esempio evitando di cadere nella trappola della comodità delle informazioni a portata di mano.

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