sabato, 26 Novembre 2022
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Virus di Marburg: non c’è tregua per l’Africa

Ad ormai un anno dall’ultimo allarme, il continente sembra ancora lontano dal potersi lasciare alle spalle la minaccia di un aumento delle infezioni, che metterebbero in ginocchio l'intero sistema sanitario

Dopo la conferma della morte in Ghana di due pazienti positivi al virus di Marburg, della stessa famiglia dell’Ebola, la notizia ha fatto il giro del mondo, allertando in primis gli stati africani. Le persone in questione non risultano essere entrate in contatto l’una con l’altra e per questo l’ipotesi è che nei prossimi giorni si possa assistere ad un aumento dei casi, i cui numeri arriveranno a superare gli attuali 98 per ora sospetti e messi prontamente in quarantena.

È la seconda volta che in Africa occidentale si sente parlare di questa malattia, dal momento che, appena lo scorso anno, in Guinea si è verificato un caso che, come riportato dalla BBC, non è però apparso come anticipatorio dello scoppio di una pandemia. Infatti, appena cinque settimane dopo esser stato notificato, la minaccia è stata considerata cessata.

Nel frattempo, il servizio sanitario ghanese ha assicurato che sono in atto misure di tracciamento dei contatti degli infetti, mentre sono state disposte attività volte a sensibilizzare le comunità in merito ai rischi e ai sintomi.

Il virus si trasmette tra gli esseri umani attraverso i fluidi corporei (urina, saliva, sperma, sangue, vomito o feci), mettendo in pericolo soprattutto i medici e i familiari per la loro stretta vicinanza coi malati. 

Tra i sintomi, si segnalano un forte mal di testa, febbre alta, dolori muscolari, sangue nel vomito ed emorragie. Dal momento che risulta provenire dai pipistrelli, le autorità del Ghana hanno consigliato alla popolazione di tenersi alla larga da grotte e miniere e di cuocere bene gli alimenti prima di consumarli, per evitare che siano contagiati. Inoltre, sebbene non vi sia una cura, i dottori ritengono che bere molta acqua possa aumentare le probabilità di sopravvivenza, vista l’alta mortalità.  Infatti, sempre secondo l’emittente britannica che cita quanto sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il virus uccide in media la metà delle persone infette, mentre i ceppi più pericolosi fino all’88%.

I precedenti focolai sono stati riportati in Angola, dove le vittime furono più di 200, nella Repubblica Democratica del Congo, in Kenya, in Sudafrica e in Uganda. L’OMS parla della più letale delle epidemie, ricordandone l’origine da cui prende il nome. Il primo caso mai identificato, infatti, comparve nel 1967 proprio nella cittadina tedesca di Marburg, nella cui regione sette persone morirono e una trentina vennero infettate.

Elena Consuelo Godi
Studentessa della facoltà di Economia e management internazionale
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