Le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico attraversano una fase di profonda incertezza, segnata da un’escalation di minacce tariffarie che rischia di compromettere la stabilità economica globale. Il cuore della disputa si articola su due fronti distinti, ma convergenti: la sovranità fiscale dell’Unione europea nel settore digitale e il rispetto degli standard etici nelle catene di approvvigionamento.
Secondo quanto riporta The Guardian, il Presidente statunitense ha minacciato l’imposizione di dazi doganali del 100% su qualsiasi Paese europeo che decida di applicare tasse sui servizi digitali alle grandi multinazionali americane. Questa misura, che Washington intende applicare con effetto immediato, andrebbe a scavalcare ogni precedente accordo commerciale. Al centro del mirino ci sono nazioni come Italia, Francia e Spagna, che già prevedono un’imposta del 3% sui ricavi di colossi tecnologici come Google, Apple e Meta. Per la Casa Bianca, tali politiche fiscali rappresentano un tentativo di «fare soldi facili» a spese delle imprese statunitensi, mentre Bruxelles ribadisce che le tasse si applicano a tutte le grandi aziende per garantire un’equa concorrenza nel mercato unico.
In parallelo alla questione fiscale, emerge un ulteriore elemento di attrito legato ai diritti umani. Come riferisce Reuters, l’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti ha proposto ulteriori tariffe comprese tra il 10% e il 12,5% su beni provenienti da circa 60 economie mondiali, inclusa l’Unione europea. La giustificazione addotta riguarda una presunta inefficacia delle autorità europee nel contrastare l’importazione di prodotti derivanti dal lavoro forzato. Una tesi definita “totalmente assurda” da Bernd Lange, presidente della Commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo. Lange ha sottolineato come l’Unione abbia adottato alla fine del 2024 la normativa più rigorosa al mondo proprio per rendere le filiere trasparenti, stabilendo standard globali che le aziende stanno già implementando.
Il punto di frizione più critico riguarda la tenuta degli accordi di Turnberry, siglati nel luglio 2025. In quel contesto, Washington si era impegnata a non superare un tetto massimo del 15% sui dazi per la maggior parte dei prodotti europei. Tuttavia, le recenti mosse americane suggeriscono un cambio di strategia. Come evidenziato nell’analisi di Lange riportata da Reuters, sembra che il governo statunitense stia cercando pretesti legali per giustificare politiche protezionistiche dopo alcuni insuccessi giudiziari interni. Questo approccio di cercare prima la misura restrittiva e poi una giustificazione adatta mette a dura prova la fiducia diplomatica tra i partner.
La reazione dei vertici di Bruxelles è improntata alla fermezza. Olof Gill, portavoce della Commissione europea, ha chiarito al Guardian che l’Unione si riserva il diritto di difendere la propria autonomia regolatoria con risposte rapide e decise. Con la scadenza del 4 luglio per l’attuazione degli accordi tariffari, il rischio concreto è che si inneschi una spirale di ritorsioni che colpirebbe duramente le esportazioni di entrambi i blocchi, trasformando una disputa normativa in una guerra commerciale aperta con pesanti ripercussioni diplomatiche a lungo termine.


