domenica, 4 Dicembre 2022
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Semiconduttori: arma strategica nella guerra economica tra Stati Uniti e Cina

La produzione di semiconduttori ha subito un brusco calo sui mercati asiatici dopo che Washington ha annunciato drastiche restrizioni alle esportazioni di chip elettronici in Cina, strategia statunitense per contenere l'influenza cinese

La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina è entrata in una nuova fase lo scorso 7 ottobre, con l’annuncio di nuove misure per limitare le esportazioni di semiconduttori in Cina.

I semiconduttori sono piccoli pezzi di silicio in cui sono incisi miliardi di piccoli circuiti. Questi circuiti forniscono la potenza di calcolo all’interno di quasi tutti i dispositivi dotati di interruttore: smartphone, computer, data center, automobili.

Questa tecnologia, inventata negli Stati Uniti, era utilizzata dall’esercito americano già ai tempi della Guerra Fredda contro l’URSS. Fin dai primi giorni della corsa ai missili, il Pentagono si è concentrato sull’applicazione della potenza di calcolo ai sistemi di difesa. La prima applicazione importante dei chip è stata quella dei sistemi di guida missilistica, ma oggi sono utilizzati in ogni ambito, dalle comunicazioni ai sensori alla guerra elettronica.

L’obiettivo del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è sfruttare il vantaggio tecnologico americano per rallentare l’egemonia economica e militare del suo principale rivale. D’altro canto, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, sta cercando di ridurre la dipendenza cinese per diventare il leader mondiale del settore.

I chip elettronici sono già stati oggetto di diverse dispute tra Washington e Pechino: già nel 2018, l’amministrazione Trump ha vietato alla società di telecomunicazioni cinese ZTE di acquistare semiconduttori progettati negli Stati Uniti, portando l’azienda sull’orlo del fallimento prima di sospendere definitivamente la misura.

Dopo la crisi dovuta al COVID-19, è emerso ulteriormente il valore strategico di questi chip, la cui carenza ha fatto salire l’inflazione e ha avuto un impatto prolungato sulla produzione di beni elettronici a livello internazionale.

Oggi, il 90% dei chip per processori più avanzati al mondo è prodotto a Taiwan. Se questa produzione dovesse essere interrotta da una guerra con la Cina, supportata dalla crescente potenza militare di Pechino e dal nazionalismo aggressivo di Xi Jinping, il costo per l’economia globale sarebbe di centinaia di miliardi di euro.

Da questo punto di vista, lo sforzo di diversificare le aree di produzione di chip ad alta tecnologia è pienamente giustificato. Questo spiega perché gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa stanno cercando di rafforzare la loro posizione nella catena di fornitura dei semiconduttori.

La Cina sta continuando a investire in programmi governativi di sviluppo dei chip, tuttavia, nel complesso, è ancora molto indietro rispetto alle capacità di produzione di Taiwan, Stati Uniti e Corea del Sud. Inoltre, tutta la produzione di chip in Cina si basa su macchinari importati dall’estero, principalmente da Stati Uniti, Paesi Bassi e Giappone.

Martina Tominic
Studentessa della Facoltà di Economia.
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